Silence

2016, Drammatico

Silence: il terribile e fulgido cammino verso la voce di Dio

Martin Scorsese porta nelle sale l'opera che ha sognato di realizzare per ventotto anni, e il suo film riflette la consapevolezza e la gradualità di una lunga riflessione sulla spiritualità, sull'identità culturale e sulla vita.

Silence: Andrew Garfield e Adam Driver in una scena

Il progetto più vagheggiato, sofferto, vicino al cuore di un ex seminarista che anziché sacerdote divenne uno dei più importanti cineasti di tutti i tempi è finalmente nelle sale. Non è un'opera che susciterà gli entusiasmi di un grande pubblico come quello che ha amato l'amorale e dionisiaco The Wolf of Wall Street: Silence è qualcosa in più che un film ambizioso, è impegnativo, doloroso, personale, quasi un esercizio di ascetismo cinematografico. Ma è anche un film di una bellezza abbacinante e assolutamente ammirevole anche nella qualità e nella sincerità della sua ricerca spirituale.

Non sappiamo molto di Padre Sebastiao Rodrigues, anzi, non conosciamo che il suo struggimento, la sua fede tenace ma logorata dai dubbi e dalle incertezze. In una delle due scene in cui Silence pone le sue essenziali premesse - con sintesi brillante, considerato l'ampio respiro delle due ore e quaranta minuti di durata - scopriamo il fervore della chiamata sua e dell'amico Padre Garupe, incaricati di scoprire la sorte del loro maestro spirituale, le cui tracce si sono perse durante una missione evangelica nei dintorni di Nagasaki.

Silence: Liam Neeson durante una drammatica scena

Da parte sua, il Padre Ferreira di Liam Neeson, prima di rientrare in scena con grande autorevolezza nella parte finale del film, è protagonista di una sorta di prologo che lega armoniosamente con l'ingresso nel racconto dei due giovani Padres, e in cui è mostrata - non per l'ultima volta - l'atrocità e l'insensatezza del martirio dei cristiani perseguitati (i cosiddetti "Kakure Kirishitan", emuli ed eredi dei martiri dell'epoca romana) nel Giappone del diciassettesimo secolo.

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I dolori del giovane Andrew Garfield

Silence: Andrew Garfield in una foto del film

È decisamente uno degli attori del momento, il trentatreenne Andrew Garfield, e quest'anno l'abbiamo visto in due ruoli che hanno più di una caratteristica in comune. E non stiamo parlando del fatto che ambedue i film si svolgono in terra nipponica: ne La battaglia di Hacksaw Ridge (che in Italia uscirà il prossimo 9 febbraio) Garfield è un angelo pacifista e portatore di salvezza su uno dei campi di battaglia più terrificanti e potenti della storia del cinema; in Silence è un uomo che cerca di servire Dio nel modo che gli sembra più giusto, e questo lo porta alle soglie del martirio prima di comprendere il fatto che l'indentificazione delle sue sofferenze con quelle di Cristo è un atto di egoismo e non di devozione, e che la sua battaglia costante contro il "silenzio" di Dio è proprio ciò che gli ha sempre impedito di sentirne la voce. Due ruoli che riflettono la distanza ideologica che divide due autori radicalmente diversi: è molto più laico e problematico, infatti, l'atteggiamento di Scorsese, e di conseguenza il personaggio di Garfield in Silence è molto più complesso sul piano umano e psicologico.

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Silence: Adam Driver e Andrew Garfield in un momento del film

La luminosa profondità dell'anima e della sensibilità dell'attore anglo-americano è pari solo alla dedizione con cui si produce in prove fisicamente logoranti come queste: il risultato è che il nostro percorso al suo fianco in Silence è penoso, a tratti frustrante, ma sempre credibile, e ci conduce verso un ultimo segmento di incredibile tensione drammatica ma anche di grande portata filosofica, con un confronto tra Garfield e Neeson che è un incontro tra giganti, e una potentissima riflessione sui conflitti religiosi in ogni epoca.

Evangelizzazione e violenza

Silence: Andrew Garfield e Liam Neeson in una foto del film

Lo dicono dell'amore, coloro che sono tanto fortunati (ma anche tenaci, duttili e pazienti) da fare prosperare una lunga relazione; ma anche la fede è un cammino, un impegno costante che richiede sacrifici e che affronta prove a volte insormontabili. Non un dono miracoloso che ci viene elargito, quindi, ma un obiettivo difficile da conseguire. E come l'amore, la fede ha bisogno di umiltà.

Silence: Andrew Garfield e Adam Driver in una scena

Oltre alla personale parabola di un uomo nella fede, Silence è un film che parla di uno scontro fra credenze, ordini di pensiero, culture, ognuna delle quali cerca di imporsi dall'esterno senza avere alcun interesse o autentica apertura nei confronti dell'altra, che da parte sua applica una difesa chirurgica e spietata. La violenza sta da ambo le parti. Per quanto buoni siano gli intenti, profonda la persuasione di stare facendo il volere di Dio salvando anime dalla dannazione, e per quanto sia tangibile il conforto che la religione cristiana sembra donare alle popolazioni dei villaggi costieri con cui i due giovani gesuiti vengono a contatto, l'introduzione di un sistema di pensiero alieno con la pretesa che sia preferibile è sempre un abuso dalle conseguenze devastanti.

Silence: Yôsuke Kubozuka in una scena del film

L'identità culturale è più importante - per la società e per l'individuo - di qualsiasi credo politico o religioso, oltre che di qualsiasi opportunità economica, e merita il rispetto più assoluto. Un'ammissione questa che ha un grandissimo valore giungendoci dalla prospettiva di uno scrittore giapponese di fede cristiana (Shusaku Endo, autore del libro ominimo su cui è basato Silence), abbracciata con ammirazione e deferenza dalla sceneggiatura di Scorsese e Jay Cocks, ed è un messaggio prezioso per chiunque voglia analizzare in maniera costruttiva l'origine dei fondamentalismi: la convivenza, la contaminazione, l'arricchimento tra culture è possibile solo se il confronto è alla pari, se c'è apertura e curiosità verso mitologie, culti e usanze altrui, e se s'impara ognuno il linguaggio dell'altro. L'atteggiamento superiore di una cultura nei confronti dell'altra comporta inevitabilmente il disastro.

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Silence: un momento del film

La voce di Dio è negli altri

Silence: Tadanobu Asano in una scena del film

Di aver fatto tesoro di questa verità Cocks e Scorsese lo dimostrano anche con l'equanimità con cui si avvicinano agli "altri", gli avversari, gli aguzzini (ed ecco un'altra cosa in Mel Gibson non troverete): gli inquisitori giapponesi, capitanati da un gustoso e carismatico Issei Ogata, che opprimono i resilienti Padres del nostro racconto. Non sono affatto privi di di ragionevolezza o di pietà, ma sono irriducibili nel loro proposito di proteggere la loro società da quello che ritengono un innesto destabilizzante, e scaltri nel modo in cui gestiscono la situazione con Padre Rodrigues, al punto da contribuire in maniera significativa alla sua epifania. "Prega, ma prega con gli occhi aperti", gli dice uno dei suoi tormentatori: un invito alla constatazione delle sofferenze altrui, ma anche al superamento di dimensione chiusa e individualistica della fede, e alla comprensione dell'inutilità del martirio. Così poter aprire finalmente il cuore alla voce di Dio, che è fuori dal sé, negli altri.

Silence: Liam Neeson in un momento del film

Dopo aver sviscerato i temi così importanti e attuali di Silence, ci sembra quasi ozioso parlare anche della pregevolezza tecnica del film, visto anche il prestigio dei nomi coinvolti, i soliti eccelsi collaboratori di Martin Scorsese: da Dante Ferretti, che costruisce uno spartano, polveroso, materico Giappone secentesco, a Rodrigo Prieto che cura una fotografia cromaticamente eloquente e attenta agli umori della natura; il tutto al servizio della visione del regista che semplifica e rende più essenziale e penetrante il linguaggio che gli conosciamo, per regalarci una pellicola di una purezza cinematografica che è raro incontrare quasi quanto è raro udire la voce di Dio.

Silence: il terribile e fulgido cammino verso la...
Alessia Starace
Redattore
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