Summer

2008, Drammatico

Recensione Summer (2008)

Un duro e coerente romanzo di formazione, che dimostra come il cinema anglosassone, ed europeo più in generale, abbia ancora qualche storia interessante da raccontare.

Pietro Salvatori

Shaun e Daz: ricordi di un'estate

In molti hanno accostato Summer a Stand by me - Ricordi di un'estate. Effettivamente il contesto, la trama, il genere: tutto in qualche modo richiama la tematica di quel grande film di formazione, che in qualche modo ha fatto scuola.
Il regista, Kenneth Glenaan, mette sulla scena l'amicizia tra due quarantenni della provincia scozzese, Shaun e Daz. Costretto quest'ultimo sulla sedia a rotelle a causa di un incidente occorsogli in gioventù, il rapporto si dipana giocoforza lungo il sofferto crinale della dipendenza di Daz dalle cure e dalle attenzioni di Shaun.
Una provincia povera quella scozzese, segnata profondamente dalla cicatrice indelebile della crisi mineraria, che ha reso intere classi sociali disilluse e diffidenti nei confronti del prossimo. Proprio questa è la situazione dei due: il primo, costretto dai gravissimi problemi di apprendimento che ne hanno segnato l'infanzia, ad adattarsi ad un lavoretto da commesso notturno in un supermarket, l'altro sperperando in birra e vodka il sussidio statale.
Sulla vita, sui ricordi, sulle passioni dei due, incombe come un'ombra, dolce e dolorosa allo stesso tempo, Katy. Lei, al contrario, ce l'ha fatta, emancipandosi dalla piccola provincia profonda, ma anche chiusa ed ottusa, e lavorando in città in un celebre studio di avvocati.

Joanna Tulej e Sean Kelly in una scena del film Summer
Quella di Glenaan è un'operazione comune nel cinema, specialmente in quello anglosassone ed europeo più in generale. La sua è una riflessione sul "qui ed ora" a partire dalla stratificazione di un passato che, in un modo o nell'altro, non ha potuto lasciare indifferenti coloro che l'hanno vissuto. Allo stesso modo sono stratificati i piani di narrazione della pellicola: l'infanzia e la maturità fanno da contorno all'estate che regala il titolo alla storia, "il periodo più bello della mia vita", come lo definisce Shaun.
Il film così mescola nella narrazione eventi, fatti, piccole cose, che prima appaiono confondersi, poi vengono riunite dal fluire inesorabile del tempo.
Una storia che sono dunque tante storie. La storia di due ragazzini spensierati, con l'avvenire davanti e con una promessa in fondo al cuore. La storia di un gruppetto di adolescenti, spesso, troppo spesso, non compresi dalla società, che li identifica e li marchia quali inadatti, pericolosi, ma profondamente uniti tra di loro, in una simbiosi che ne svela e ne mette in luce un'umanità sorprendente, celata dietro la dura corazza di una semplicità che sfocia nella ribellione.
E, infine, La storia di due uomini adulti, ormai disillusi ma non sconfitti dalla vita, che devono fare i conti con un presente che non ha risposto alle attese, con il dolore, la malinconia, la morte che porta con sè.

La scelta di Glenaan è eticamente coerente allo sviluppo della sua storia. Concentra la macchina da presa su quel che ha a cuore, relegando al fuoricampo gran parte di ciò che racconta. Sceglie di non costruire intricati giochi di controcampi, tenendo viceversa incollata la macchina da presa sui personaggi che ha a cuore, sia che siano soggetti od oggetti dei dialoghi che intercorrono nella scena.
Il senso è così quello dell'ineluttabilità delle cose, ma induce anche alla riflessione che, pur nell'impossibilità di replicare meccanicamente un istante, il valore di chi entra fino al cuore delle cose non può essere misurato dall'esito delle sue scelte.
Un senso che arriva a sfiorare l'empatia con il pubblico pagante. Si sa, fin dalla prima inquadratura, che Daz presto o tardi perderà l'uso delle gambe. Ma nello scrutare il suo passato ci si arriva continuamente ad augurare che, alla fine, non debba proprio, effettivamente, andare così.
Pecche ce ne sono - fra tutte un uso sconsiderato e provante delle musiche - ma, in fondo, perdonabili.
Summer non sarà di certo ricordato come un capolavoro. Di sicuro, però, è un segnale di come il cinema anglosassone abbia ancora qualche storia da raccontare.

Recensione Summer (2008)
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