Being Human

2011 - 2014

Shameless, Being Human e Skins: remake USA per tre successi britannici

Un'ondata di remake americani ispirati a successi britannici e supervisionati dai creatori originali ha invaso gli Stati Uniti, con risultati alterni.

È una constatazione ovvia, ma è difficile resistere alla tentazione di mettere a confronto trasposizioni, adattamenti, remake - letterari, musicali o altro - con le fonti. Fortunati loro, ai telespettatori statunitensi capita di rado: è facile imbattersi in commenti di utenti che si vantano di non conoscere la serie inglese che ha ispirato l'ennesimo rifacimento americano o indovinare nelle recensioni dei critici una scarsa e più o meno abilmente celata ignoranza dell'originale. Noi seguaci della serialità britannica, invece, ci sforziamo di avvicinarci alle versioni d'Oltreoceano senza pregiudizi che persuadano a ignorare una nuova produzione solo perché rifacimento di un'altra, ma ad apprezzarla come entità a sé stante. Gli adattamenti più riusciti sono, finora, quelli di The Office e Queer as Folk, remake di successo perché gli showrunner hanno evitato la trappola degli episodi fotocopia e optato per la creazione di archi narrativi inediti (scelta che a un certo punto diventa obbligatoria, considerata la maggior brevità delle stagioni inglesi). Shameless, Being Human e Skins, rispettivamente show di Channel 4, BBC3 e E4, gioielli diversissimi della corona britannica, vantano tutte e tre trasposizioni americane partite nel corso dell'ultima stagione e nate dall'esigenza di superare l'insormontabile barriera linguistica e culturale tra Paese di origine e quello di destinazione, ostacolo che rende obbligatoria una complessa operazione di adattamento... Perdonate l'ironia.
I risultati sono eterogenei, per quanto riguarda Shameless - rifatta da Showtime -, Being Human - adattata da Syfy - e Skins - riproposta da MTV.

Shameless è il longevo cult creato dall'eclettico affabulatore Paul Abbott (quello di Cracker e State of Play, già passato per il remake made in US con Touching Evil)

Una scena del remake americano della serie Shameless
che narra senza filtri degli scassati proletari di una numerosissima famiglia di Manchester (o meglio, di Chatsworth, che non esiste) e ha lanciato la talentuosa coppia James McAvoy e Anne-Marie Duff. Il pilota - in onda il 9 gennaio - esordisce poco felicemente, riciclando il monologo di apertura di Frank Gallagher, reo di lasciare una fastidiosa sensazione di disagio, poi saggiamente sostituito dalla brillante sigla di testa girata nel (l'unico) bagno di casa. La serie, che segue gli espedienti della giovanissima Fiona Gallagher per mantenere la folta, anarchica e sovraffollata famigliola perennemente in bolletta e priva di figure genitoriali degne di questo nome, sposta l'azione da Manchester verso la periferia della ventosa Chicago, riuscendo a tradurne con perizia il contesto geografico e culturale. La Shameless di Sho è cinica, folle e sboccata come quella di Channel 4; non si percepisce, nel corso dei primi episodi, nessuna forzatura nel sovrapporre le seconda realtà alla prima, e le esistenze arrabattate dei figli Gallagher (neanche tutti di Frank) non sembrano mai false o costruite. Le eventuali riserve rispetto al cast cadono in fretta: Showtime sostituisce l'irresponsabile e alcolizzato patriarca Frank Gallagher interpretato da un traballante e bravissimo David Threlfall (era lo snob attore-cane che finisce decapitato in Hot Fuzz, negli anni 90 si guadagnò gli onori televisivi con la strampalata sit Men of the World accanto all'imberbe John Simm) con l'altrettanto devastato William H. Macy. Il patriarca fannullone di Macy è esilarante e patetico, spesso incosciente e immancabilmente strafatto in tutte le inquadrature - ogni volta che è rinvenuto svenuto sul pavimento di casa o su una panchina canadese viene da allungare la mano verso il telefono per chiamare i paramedici. Tuttavia, l'interpretazione che lascia allibiti è quella di Emmy Rossum nei panni stropicciati di Fiona: smesse le gonne di tulle e i vestiti di organza, abbandonate le atmosfere malinconiche e rarefatte dei suoi videoclip, accantonate le interpretazioni canore
Emmy Rossum in una scena del remake americano della serie Shameless
alla Enya e l'alone etereo e romantico, la cantante e attrice dalla voce da mezzosoprano prende il posto della meno attraente e sofisticata Anne-Marie Duff nel ruolo della forte-fragile, santa-puttana, dolce-dura Fiona in jeans, maglietta e mollettone nei capelli, l'anima della famiglia Gallagher.
Gli attori assegnati alle parti di Lip e Ian non hanno di che temere da eventuali paragoni con gli originali: Cameron Monaghan (il letale ragazzino dai poteri mentali di Fringe) e Jeremy Allen White sono affiatati e sinceri. Tra i personaggi secondari, i fan di Bones possono riconoscere Pej Vadhat, il bel turnista musulmano del Jeffersonian nella serie Fox, ora nei panni di Kash, datore di lavoro e amante segreto di Ian. Altrettanto azzeccata la piccola Emma Kenney nei panni di Debbie, cocca di babbo, manipolatrice in erba e affezionata al denaro più dell'Alex di casa Keaton (ma non può competere con la diabolica e snodata zingarella di Manchester interpretata da Rebecca Ryan). Al posto del mostro di bravura scozzese James McAvoy, lo sconsolante Justin Chatwin, che aveva già recitato a fianco della Rossum in Dragonball (sì, era l'inqualificabile incarnazioe di Goku....). Chatwin è Steve, ragazzo dall'aspetto per bene e dalle attività illecite che adora Fiona e la sua sgangherata famiglia, ma ha solo due espressioni per esprimerlo.
È difficile unire tenero e cinico, irresponsabile e devoto, variamente osceno (i numeri sadomaso di Frank con la agorafobica Sheila interpretata dalla sempre più svitata Joan Cusack li eviteremmo volentieri) e calorosamente domestico, e contemporaneamente riuscire a trasferire questa delicata combinazione in un altro contesto sociale creando gradatamente una identità propria coerente e indipendente, eppure Abbott consegna agli spettatori statunitensi una ottima Shameless tutta per loro.
Se ne sentiva il bisogno, dei Gallagher del Midwest? No, ma ci sbagliavamo.

Ampiamente pubblicizzata come la "nuovissima serie di Syfy", Being Human US parte il 17 gennaio e rifà la serie BBC che l'attore e sceneggiatore Toby Whithouse aveva concepito come la storia di tre ragazzi conviventi alle prese con le difficoltà di normali ventenni inglesi, e che quasi per caso si era trasformata nella storia di... tre mostri desiderosi di riacquistare la propria umanità. Il vampiro, il lupo mannaro e la ragazza fantasma che dividevano casa a Bristol (ora occupano una casa-ostello a Cardiff)

Meaghan Rath e Sam Huntington in una scena della serie Being Human
che hanno conquistato i britannici accorrono in soccorso di Syfy, sezione fantascientifica di Universal ultimamente un po' povera di idee. La cugina americana, come accaduto per Shameless e Skins, conta sulla rassicurante supervisione del creatore dell'originale, ma con risultati deludenti e nettamente inferiori alle aspettative. Il remake non si avvicina neanche ai livelli della raccapricciante edizione Oltreoceano di Life on Mars (quelli della "gene hunt" spaziale...), ma Being Human US è un imbarazzante tentativo di infondere profondità a personaggi che non sono in grado di replicare né i tormenti interiori né il senso dell'umorismo dei George, Mitchell e Annie della prima stagione.
Il pilot, variazione sul tema di quello originale, cambia i nomi dei protagonisti (Josh, Aidan e Sally), modifica qualche ruolo minore e qualche dettaglio, suggerendo che la versione made in USA si costruirà un'identità propria; tuttavia i primi episodi sono la copia carbone, approssimativa e indefinita del piccolo gioiello horror di Whithouse. Una sinuosa sensazione di fastidio la si percepisce fin dalla battuta su Twilight, da cui la serie sembrerebbe prendere le distanze, mentre in realtà fa l'occhiolino alla parte di pubblico che ama i protagonisti della saga della Meyer e che riconosceva nello show britannico l'anti-Twilight per eccellenza. Non c'è equilibrio tra dramma e commedia, Being Human US è melodrammatica, incapace di creare empatia e rubare un sol sorriso.
Privo così di originalità, umorismo e pathos, allo show resta da giocarsi la carta dei personaggi. Involontariamente comico è l'incupito vampiro Aidan: triste ed esangue, fa il verso a Edward Cullen e si crogiola nei patemi dell'isolamento e della diversità senza che quasi nulla traspaia dai lineamenti del suo volto. Potrebbe essere colpa del botox, non abbiamo prove per giustificare l'incapacità di Sam Witver (Smallville, Battlestar Galactica) a impersonare il vecchio vampiro (Aidan è molto più antico di Mitchell), e quando lo scorgiamo nei flashback fare il verso al Dracula di Oldman
Sam Witwer in una delle prime immagini del remake di Being Human
rimpiangiamo il capello unto dell'irlandese Aidan Turner. Sally è quasi più pedante di Annie, tuttavia il ricordo della fantasmina originale, l'eterea figlia di Albione Andrea Riseborough dell'episodio zero mette ancora in ombra l'esagitata impicciona con il volto di Lenora Crichlow, e la frenetica canadese Meaghan Rath si illude di dover fare i conti con un solo paragone. Si rivela un buon attore con una cattiva parte Sam Huntington (è anche nel cast di Dylan Dog): Josh riesce a essere fastidioso e saccente senza avere la tenerezza e la simpatia del nevrotico e impacciato George di Russell Tovey.
Being Human UK racconta i drammi esistenziali dell'umanità enfatizzati per mezzo di protagonisti "mostruosi" più umani degli umani, Being Human US è incapace di mettere in scena qualsiasi parabola sull'essere uomini, tanto che sarebbe auspicabile cambiare titolo.
Se ne sentiva il bisogno, dei fratelli maggiori di Edward, Bella e Jacob? Decisamente no, Being Human non ha niente di umano.

Being Human nacque come parabola dell'umanità e di cosa significhi esserne parte, Shameless illustra enfaticamente la quotidianità di uno strato sociale in cui si ripetono situazioni comuni di sopravvivenza, Skins è uno spaccato dell'adolescenza travagliata ed eccessiva basata sulle esperienze reali di giovanissimi sceneggiatori.

Daniel Flaherty nel remake americano di Skins
La difficoltà di vivere accomuna le serie, una chiave di lettura universale non limitata da confini, ma che nello specifico non riesce a tradursi oltreconfine. Anche la versione americana (o meglio, canadese, come lo sono cast e set) di Skins, supervisionata dal creatore originale Brian Elsley e partita il 17 gennaio, si dimostra incapace di una narrazione indipendente e significativa.
Ricordando le prime due stagioni di Skins UK, durissime, eccessive, traspiranti follia, gioia chimica e disperazione, non si può dimenticare che prima dei Misfits, sono stati i ragazzi di Bristol ad abbattere l'ultimo tabù che impediva, in nome della decenza, di ritrarre senza filtri la realtà adolescenziale. La rappresentazione del disagio giovanile dalle conseguenze fatali (tra overdosi, aspirazioni suicide, anoressia), la crudeltà della malattia e della morte che non risparmiano i teenager (la morte del padre di Sid e di Chris ci lasciano ancora raggelati) fanno della Skins (o meglio, delle prime due stagioni) di Elsley e Jamie Brittain una pietra miliare della serialità teen. Il canale giovanile per eccellenza, MTV, è famigerato responsabile di obbrobri come Sorority, Undressed e Valemont (macchia indelebile della filmografia di Eric Balfour), fatto che rende lecito qualche pregiudizio nei confronti della versione statunitense della serie brit.
I ragazzi "americani" di Skins sono scatenati, strafatti e incasinati come i cugini inglesi, perché MTV vuole essere audace e altrettanto provocatoria, salvo bippare le parolacce e coprire i seni nudi. Non si può ambire all'aurea di anarchia e irriverenza che MTV vuole esibire se questa è presto messa in ridicolo da una censura che svela una avvilente ipocrisia. I patemi dei protagonisti, all'inizio più o meno ricalcati dalla versione inglese - ma era il caso di riesumare addirittura il soprannome della bella della compagnia? - sembrano insinuare che i coetanei americani non hanno esperienze personali a cui attingere. Sebbene il destino grottesco del povero Chris , abbandonato improvvisamente dalla madre e sfrattato dalla propria casa da un abusivo, è riproposto con soddisfacente aderenza, si pretendeva un istantaneo ricorso a trame nuove senza il passaggio obbligato al copia-incolla iniziale, soprattutto perché anche gli sceneggiatori del remake sono abbastanza giovani da attingere a un patrimonio di storie di prima mano.
Una scena del remake americano di Skins

Sempre in linea con il progetto di Elsley, che ha consegnato a E4 un cast quasi completamente esordiente, Skins US ha scelto i suoi attori tra ragazzi per lo più alla prima esperienza, giovani supercarini quasi totalmente incapaci di impersonare i ruoli loro assegnati. Gli interpreti di Stanley (nella versione originale era il timido Sid), Cadie (al posto della biondissima e svampita Cassie), Tea (la cripto lesbica italo-americana sostituisce Maxxie, seducente ballerino gay), Abbud (al posto dell'arrapato migliore amico musulmano di Maxxie, Anwar), Eura (Effy), Daisy (Jal), Chris, Tony e Michelle non costituiscono affatto un cast di debuttanti affiatati e in stato di grazia come quello che ha reso memorabili la prime stagioni di Skins. Solo Daniel Flaherty, il virginale e introverso Stanley dal ciuffo che acceca, emerge dal gruppo, mentre il Tony di James Newman è insopportabilmente arrogante ma senza essere affascinante come il suo corrispettivo, l'impavido manipolatore "indossato" da Nicholas Hoult.
Anche le avventure dei ragazzi di Baltimora sono eccessive e illegali e prendono ben presto strade diverse rispetto all'originale, ma con esiti opposti - artificiosi e vacui - che tradiscono la mancanza di schiettezza e dell'esigenza di verosimiglianza della produzione MTV.
Se ne sentiva il bisogno, dei teenager in acido cripto-canadesi? Assolutamente no, Skins è l'ennesima montatura di MTV (e poi non c'è Maxxie).

Shameless, Being Human e Skins: remake USA per...
Privacy Policy