A Snake of June

2002, Drammatico

Recensione A Snake of June (2002)

Shinya Tsukamoto affronta con questo film, vincitore del premio "Controcorrente" al festival di Venezia del 2002, il tema dell'erotismo estremo, trattandolo dal suo personalissimo punto di vista.

Scatti di desiderio

Shinya Tsukamoto, definito da più parti il "Cronenberg giapponese", affronta con questo film, vincitore del premio "Controcorrente" al festival di Venezia del 2002, il tema dell'erotismo estremo. Un tema che il regista tratta secondo il suo personalissimo punto di vista, senza rinunciare alle sperimentazioni visive e agli incubi cyberpunk che lo avevano reso famoso nei due Tetsuo. La storia ci presenta una coppia come ce ne sono tante, in Giappone e nel mondo: entrambi assorbiti dal lavoro, lei insoddisfatta della vita matrimoniale, soprattutto dal lato sessuale, lui con un senso di inutilità perenne, che cerca disperatamente di mitigare dedicandosi ai lavori domestici. Entrambi, l'uno accanto all'altra, soli. Rinko cerca di obliare il vuoto della sua vita dedicandosi ai problemi altrui: il suo lavoro nel call center del centro di igiene mentale la porta a contatto con gente depressa, maniaci suicidi, ai cui problemi la donna dedica tutta sé stessa. Sarà proprio una di queste persone a portare a galla le pulsioni nascoste nell'animo e nel corpo della donna: il ricatto del fotografo Iguchi, malato terminale, viene accolto da Rinko dapprima con paura, poi con sempre peggio celata attrazione. "Fai quello che vuoi", le dice Iguchi: questa è la condizione per riavere indietro le foto in cui la donna veniva ritratta a masturbarsi. Richiesta semplice, eppure difficile da esaudire, che necessita di spogliarsi dai condizionamenti di una vita sempre più oppressiva. Che necessita di ascoltare le pulsioni più nascoste della carne. La macchina fotografica di Iguchi, il cui obiettivo ritorna con la sua forma circolare in più punti del film, viola l'intimità di Rinko, la "penetra" metaforicamente ma è da essa, infine, ben accetta: nella scena della danza sotto la pioggia, verso la fine del film, i ripetuti scatti simulano un amplesso, e così vengono accettati dalla donna, ormai abbandonatasi al piacere estremo. Un abbandono sollecitato dall'imminenza della morte, che accomuna carnefice e vittima: un cancro sta infatti distruggendo quella stessa carne che chiede, come ultimo desiderio, quello di essere soddisfatta.

Tsukamoto gira il film come una sorta di Eyes Wide Shut al contrario, in cui la crisi di coppia è vista dal punto di vista della donna, ed è quest'ultima a ricercare soluzioni alternative per il soddisfacimento delle proprie pulsioni. Il regista immerge il tutto in un'atmosfera malata, ma densa di fascino, colorata da una fredda fotografia in un bianco e nero virato al blu ("blu e nero", potremmo definirlo) e sotto una pioggia scrosciante, foriera di minacce ma anche di inesplicabili desideri, che sembra non dover smettere mai. Il ritmo è ora lento, ora sincopato, mentre quello che si vede sullo schermo è spesso enigmatico, sospeso sul confine tra realtà e immaginazione (proprio come in Cronenberg): ne è un esempio l'allucinato confronto tra Shigehiko e Iguchi, o le due "visite" del primo nella dimora in cui Iguchi tiene i suoi perversi rituali. La non comprensione di ciò che vediamo è la chiave di ingresso per un universo dominato dalle pulsioni più estreme, in cui il cervello non può che avere un ruolo subordinato.
Una menzione va fatta anche per la colonna sonora di Chu Ishikawa, ridotta all'osso, inserita solo nei punti fondamentali ma assolutamente appropriata laddove ce n'è bisogno: ipnotica, angosciosa, si adegua perfettamente al costante senso di spaesata inquietudine trasmesso dal film. Ottimi, inoltre, tutti e tre i protagonisti: fragile, sofferente e infine consapevole Asuka Kurosawa nel ruolo di Rinko, perfettamente sperduto e impotente Yuji Kohtari, che interpreta il marito Shigehiko, mentre lo stesso Tsukamoto ci offre un saggio delle sue doti recitative dando vita ad un Iguchi enigmatico, inquietante ma nello stesso tempo anch'egli fragile e generante empatia nello spettatore.

Un ulteriore tassello, insomma, in una ricerca del tutto personale, che è quella del cinema di questo coraggioso autore: originale pur avendo modelli abbastanza riconoscibili, senza compromessi nella messinscena e nei temi trattati. Si spera che il premio veneziano possa contribuire a farlo finalmente uscire dallo status di autore di culto e dargli il riconoscimento che merita anche presso il pubblico occidentale.

Recensione A Snake of June (2002)
Marco Minniti
Redattore
4.0 4.0
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