Ruggero Deodato: "La colpa della società di oggi è l'aver annullato la morte"

A più di venti anni dal suo ultimo film, Ruggero Deodato torna al cinema con l'horror Ballad in Blood: abbiamo intervistato il regista che ci ha travolto con un racconto fiume sulla sua carriera, quel capolavoro visionario e maltrattato che è Cannibal Holocaust, i suoi nuovi progetti e la passione per la Roma.

Ruggero Deodato
Ruggero Deodato

77 anni, regista, sceneggiatore

Quando nel 1938 Orson Welles, all'età di 23 anni, diffuse il panico negli Stati Uniti grazie allo spettacolo radiofonico La Guerra dei Mondi, sceneggiato tratto dall'omonimo romanzo di H.G. Wells, creò un nuovo modo di fare arte, sperimentando sulla propria pelle le potenzialità dei mezzi di comunicazione. Quarant'anni più tardi, Ruggero Deodato faceva una cosa simile, utilizzando però come mezzo espressivo il cinema: con il suo Cannibal Holocaust, film su un gruppo di documentaristi che va in Amazzonia per studiare una tribù di cannibali, il regista italiano fece credere che la pellicola fosse un vero documentario, arrivando a chiedere ai suoi protagonisti di sparire dalle scene per più di un anno, così da fornire maggiore credibilità alla storia. Un'idea geniale, che ha contribuito ad accrescere il culto del film, osannato all'estero ma fortemente criticato e ostacolato in Italia, soprattutto per le critiche legate all'estremo realismo di alcune scene forti e alle violenze sugli animali.

Cannibal Holocaust: una scena del film

Celebrato soprattutto come regista horror, il "cannibale" Deodato è diventato un punto di riferimento nell'ambito dell'"horror cannibale", ma nella sua carriera oltre ha questo genere ha realizzato davvero di tutto: dal poliziottesco Uomini si nasce poliziotti si muore (1976), all'avventura Gungala la pantera nuda (1968), fino al fantasy The Barbarians (1987) e alla commedia musicale Donne... botte e bersaglieri (1968), candidandosi di diritto al titolo di re italiano del cinema di genere.

Maestro nel trovare interpreti perfetti provenienti da diversi campi - basti pensare al protagonista di Cannibal Holocaust, Robert Kerman, in realtà un attore porno, o ai gemelli culturisti Peter e David Paul, protagonisti di The Barbarians -, nell'utilizzare effetti speciali artigianali e nel girare avendo già in mente il montaggio, Ruggero Deodato per più di 20 anni è stato dimenticato dal cinema, finendo per dedicarsi maggiormente a produzioni televisive, come I ragazzi del muretto e Incantesimo, e spot pubblicitari. A quasi 23 anni di distanza dal suo ultimo film, Vortice mortale, Deodato torna ora al cinema con l'horror Ballad in Blood, presentato in anteprima mondiale al Lucca Film Festival 2016.

Abbiamo avuto la possibilità di parlare il regista via Skype: sorridente, pieno di entusiasmo e creatività, Deodato ci ha raccontato in un'intervista fiume, oltre che della sua nuova fatica, anche della sua carriera, della società di oggi e dell'impatto che internet ha avuto su di essa, di colleghi illustri come Quentin Tarantino e del futuro del cinema di genere in Italia, che sembra salutare una stagione di rinascita proprio in questi ultimi mesi. Da segnalare due momenti epici non trascrivibili: quando il regista ha saputo con gioia la nostra provenienza ("Ma sei di Roma? E ora me lo dici?! Mica sarai della Lazio vero?") e quando ci ha mostrato, dal suo cellulare, la foto di una macchina da presa d'epoca regalatagli da un suo fan francese.

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Fasti, morte e rinascita del cinema di genere in Italia

Lei è un maestro del cinema di genere, ha fatto di tutto, fantascienza, horror, poliziottesco, quindi vorrei sapere perché secondo lei il cinema di genere in Italia, negli ultimi venti anni, è praticamente scomparso o se non è scomparso è comunque rimasto molto di nicchia. Perché in Italia si punta così poco sul cinema di genere?

Una foto di Dario Argento, il re dell'horror all'italiana

"Finalmente qualcuno che dice la verità! È vero, ho fatto tutto, non solo l'horror. Per quanto riguarda la domanda prima di tutto prima c'erano soldi in più, per fare un film di genere non bastano i quattro soldi che servono per fare le commedie: ci vogliono le location e gli effetti speciali e i produttori in Italia non spendono per gli effetti speciali, spagnoli e francesi sì, ma gli italiani no. Inoltre non c'è più il mercato estero, una volta c'era il Mifid a Milano, straordinario, era uno dei migliori al mondo, adesso non c'è più. Ce lo siamo fatto sottrarre, sostituiti da Los Angeles e Berlino, quindi è sparita la nostra possibilità di vendere. Inoltre non ci sono più attori internazionali, non ne abbiamo più: prima anche un Franco Nero era internazionale, parlava inglese, ecco, questo è un altro punto fondamentale, bisogna parlare la lingua, perfino i registi italiani prima si davano un nome straniero per vendere in mercati come quello d'oriente, io stesso ho cambiato tre nomi! Una volta ero Roger Drake, una volta Rockefeller. C'è chi è rimasto comunque una star, come Dario Argento, anche se adesso fa meno film e anche meno belli, ma man mano si è puntato sempre meno su quel tipo di cinema, anche perché gli esercenti hanno preferito puntare su film per tutti. Tanti fattori hanno contribuito a far perdere la strada al cinema di genere, poi siamo stati sommersi per più di un decennio solo da commedie deboli, gli anni '90 per me sono stati una catastrofe. Per fortuna oggi le commedie le vedo migliorate, non sono più sussurrate, sono buone".

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Jessica Harper in una sequenza conclusiva del film Suspiria (1977)

Oltre alle commedie del filone Vacanze di Natale di cui parla anche lei, in realtà il cinema italiano degli ultimi 20 anni è stato dominato da film dalle pretese intellettuali che si sono sempre più distaccati dalla realtà: paradossalmente un film come il suo Cannibal Holocaust raccontava molto di più del mondo, anche precorrendo i tempi, che non drammi ambientati nella quotidianità che alla fine sono il frutto di astrazioni mentali dell'autore. Non crede quindi che il cinema di genere potrebbe parlare molto di più, e meglio, della realtà che ci circonda rispetto a un film considerato "per tutti"?

"Assolutamente, però ci vuole un coraggio che in Italia è difficile avere: se fai il cinema di genere tocchi dei tasti per cui vieni subito classificato politicamente, si dice subito "quello è di destra perché ha fatto La polizia ringrazia", o "quello è di sinistra perché ha raccontato la storia di un operaio". Ti etichettano con definizioni che non c'entrano nulla con i tuoi film. Adesso ho fatto un film in cui racconto un caso irrisolto e chissà cosa diranno. Bisogna avere il coraggio di grandi autori come Francesco Rosi, che impregnava i film di verità: bisogna fare film "alla Rosi" non "rosei"! Il cinema italiano ha osato tanto, come nel neorealismo, senza coraggio si fanno pellicole che diventano mezze misure, non sono epidermici, non ti attizzano. Quando ho fatto Cannibal Holocaust in Italia si sono schierati subito contro, me l'hanno ucciso, mentre invece nel mondo è considerato un film importante. In Italia ancora oggi quando mi presentano dicono "il regista di I ragazzi del muretto" o "l'autore dello spot Gianni, l'ottimismo è il profumo della vita", non dicono mai "l'autore di Cannibal Holocaust", che ha incassato 300 milioni di dollari nel mondo e in Giappone è il secondo film più visto dopo E.T. L'Extraterrestre. Non lo dicono, non interessa. È proprio un esempio di quello che è successo al cinema di genere: l'hanno ammazzato".

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Ultimamente ci sono dei tentativi di rinascita: adesso è uscito Lo chiamavano Jeeg Robot, che prova a portare in Italia un genere poco affrontato come quello dei film sui supereroi. Lei che ne pensa?

"Non l'ho ancora visto, me ne stanno tutti parlando bene però, e penso che andrà ancora meglio perché il tam tam è positivo. So che è un film di genere, però bisogna vedere che forza ha: può andare oltre Lugano? Perché se non può diventa un film di genere all'italiana: io quando faccio un film penso sempre all'estero, giro in inglese, Jeeg Robot non solo è in italiano ma è anche in dialetto romano, quindi mi domando se può avere un mercato internazionale".

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Creatività, pellicola e digitale

Tornando a Cannibal Holocaust: si tratta di un vero capolavoro rivoluzionario, paragonabile a quello che fece Orson Welles con la radio quando lesse la Guerra dei Mondi facendo credere a tutti che si trattasse di una storia vera, proprio come il suo film passò per un vero documentario sul cannibalismo, utilizzando il cinema per creare un caso. Oggi con i social network crede che potrebbe inventarsi qualcosa di simile?

Heather Donahue in una scena di THE BLAIR WITCH PROJECT - IL MISTERO DELLA STREGA DI BLAIR

"Mi ritengo un creativo al cento per cento, quindi mi piacerebbe provare, però ancora non ho capito se c'è una forza o no: se io avessi realizzato Cannibal Holocaust come i due ragazzi che poi hanno fatto The Blair Witch project - Il mistero della strega di Blair, che hanno usato internet per farsi pubblicità, probabilmente sarebbe arrivato a molte più persone, però, malgrado me l'abbiano ucciso, castrato, sequestrato e condannato, forse avrebbe avuto meno forza tra gli appassionati, perché all'epoca molte delle persone intervistate all'uscita del cinema dicevano: "Questo è un film che Deodato ha già fatto anni fa". Questo mi ha meravigliato perché il film ha dormito per 20 anni e poi è stato riscoperto proprio quando è uscito The Blair Witch Project: da allora loro non hanno fatto più nulla e io invece vado a firmare autografi in tutto il mondo. Quindi è strano come funziona internet".

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Nei suoi film una delle più grandi fonti di bellezza, secondo me, è che ci sono soluzioni artigianali, gli effetti speciali sono artigianali, mentre adesso invece si usa talmente tanto il digitale che alcuni autori vorrebbero tornare a utilizzare effetti meno artificiali: lei che ne pensa da esperto in materia?

"Girando il mondo incontro fans ovunque e tutti, tutti, tutti mi dicono sempre: "Deodato continui a fare film artigianali con le sue mani". Il mio nuovo film è così: l'ho fatto con le mani, non c'è il computer".

Lei però ha detto qualche tempo fa che il passaggio dalla pellicola al digitale è stato abbastanza naturale, mentre in passato, proprio in Cannibal Holocaust, ha graffiato la pellicola e cambiato i formati, usandola come uno strumento. Quindi cosa pensa quando autori come Quentin Tarantino cercano di difendere la pellicola e, anzi, riscoprono formati come il 70mm di The Hateful Eight?

The Hateful Eight: Samuel L. Jackson nel teaser trailer del film di Tarantino

"Il digitale ha un vantaggio: ti permette di fare di tutto, ma ha anche dei difetti, come il problema della profondità. Fare un film in digitale nella giungla non è facile perché non ci sono i fuochi, però non si ha il problema di dover consumare poca pellicola: negli anni mi sono abituato a usarne poca, per il mio ultimo film invece, dovendolo anche girare in tre settimane e mezzo, sono andato tranquillo con il digitale, potendo anche ripetere alcune scene con gli attori. A questo proposito, un mio fan francese mi ha regalato un oggetto incredibile, un gioiello, con cui voglio fare un film: una Paillard Bolex 8mm, un oggetto di una bellezza straordinaria. Sarebbe bello fare un film con una macchina degli anni '40 con pellicola in 8mm: chissà".

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Ballad in Blood: il ritorno al cinema dopo più di 20 anni

Parliamo invece del suo ultimo film: con Ballad in Blood torna al cinema dopo diversi anni, come si sente?

Ballad in Blood: Ruggero Deodato e il cast del film a Lucca

"È stato straordinario perché avevo paura, so che ci si aspetta film di un certo tipo da me, per diverso tempo nessuno mi ha più parlato di cinema e invece adesso c'è grande curiosità su questa pellicola: ero terrorizzato, perché mi sono chiesto come girarlo. Ultimamente quando sento dire ai giovani fuori dalla sala che un film è "ben girato" mi arrabbio da morire: perché ben girato? Perché fai muovere il drone sul set? Il cinema non è questo: bisogna raccontare bene. Se non c'è una buona scena, sia che rimani con la camera fissa, sia che ti muovi a destra e a sinistra, il film non c'è. Quindi mi sono posto il problema di come girarlo e montarlo: anche in passato, per mancanza di tempo, ho sempre girato con in testa già il montaggio, senza fare troppe inquadrature della stessa scena, i montatori con me hanno sempre avuto vita facile e anche stavolta il montatore, che è un giovanissimo, ha montato un "film alla Deodato". Dopo tanti anni di videoclip, dove giro migliaia di scene e poi mi diverto a vedere il risultato finale perché lì i montatori possono davvero fare quello che vogliono, qui ho dovuto pensare seriamente a quello che volevo raccontare e come".

La critica cinematografica e il futuro della settima arte

A proposito dei film "alla Deodato": Eli Roth con The Green Inferno ha fatto praticamente un remake di Cannibal Holocaust, che però è quasi comico, al contrario del suo che con la scusa della spettacolarità dice delle cose molto forti. Quindi, nonostante lei abbia sempre affermato di non voler fare l'intellettuale ma semplicemente spettacolo, come spiega il fatto che i suoi film in realtà siano molto di più di pellicole di "serie B"? In Cannibal Holocaust i protagonisti fanno della morte uno show e proprio pochi mesi fa due ragazzi a Roma, nel quartiere Collatino, hanno ucciso un conoscente per vedere che effetto facesse: i suoi film sono di un'attualità incredibile, perché la critica non l'ha capito?

The Green Inferno: il regista Eli Roth in un'immagine dal set del film

"Questa cosa l'ho detta anche a Roth: perché mi nomini Herzog per un film che è il remake di Cannibal Holocaust?! Per quanto riguarda la comprensione dei miei film invece ho sentito la risposta da parte di due psicologi in una trasmissione televisiva proprio qualche giorno fa: i genitori di oggi, noi, abbiamo allontanato la morte dai giovani. Una cosa che mi fa imbestialire: mi hanno crocifisso per aver ammazzato un maialino in Cannibal Holocaust, ma ai miei tempi uccidere il maiale era una cosa normale, come quando moriva un parente, tutti andavano a vederlo prima che lo portassero via. Adesso le mamme, quando gli muore il padre, dicono ai figli : "Devi ricordare il nonno quando era vivo", in questo modo annullano la morte. I giovani quindi vivono in questa situazione strana in cui da una parte negano la morte e dall'altra vedono in tv che in Iraq vengono ammazzate centomila persone. I genitori dicono ai figli che devono studiare e poi i media affermano che non c'è più futuro: ma che devono fare questi? Si anestetizzano con le droghe e basta. Noi invece avevamo la realtà, sempre: io andavo per strada a litigare con i coetanei anche a sassate, ti facevi male ma era la realtà, era uno scontro reale. Adesso un ragazzino si sbuccia un ginocchio e succede una tragedia, se prende un tre a scuola i genitori vanno a dire al professore: "Come si è permesso di dare tre a mio figlio?". Questo fatto di annullare la realtà e le vere difficoltà della vita ha distrutto tutto. In questo momento è tutto un po' malato, ad esempio, il fatto eclatante di Roma: ma le sembra giusto che Vespa inviti in trasmissione il padre dell'assassino e questo ci vada per giustificare il figlio dicendo quanto era buono in famiglia? Ma come si fa a non vergognarsi di questo? Come fa a non sentirsi anche lui responsabile? Per avere un quarto d'ora di notorietà è disposto a dire queste cose? E Vespa che lo fa per l'audience? È vergognoso tutto. Ci si potrebbe fare un film su tutto questo, ma mi crocifiggerebbero".

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Lei ha una rubrica su Nocturno: secondo lei, visto che la gente oggi non solo va meno in sala ma impiega molto meno tempo a leggere, studiare, approfondire e discutere di cinema, ha ancora un senso fare critica cinematografica?

Ruggero Deodato in una scena del film Hostel II

"Sì ci scrivo sempre, è una rubrica che amo scrivere perché mi fanno raccontare quello che voglio, non mi censurano. Il cinema sopravviverà sempre: John Ford ha detto "il cinema finirà quando finiranno i western", invece oggi si fanno meno western ma il cinema va avanti lo stesso, proprio come quando si disse che la televisione lo avrebbe ucciso. I critici dovrebbero semplicemente cambiare stile: non criticare e basta, ma aiutare a capire il cinema, non basta dire semplicemente "questo film è una schifezza". I critici dovrebbero aiutare a far emergere il talento: tra i nostri giovani ci sarà prima o poi un nuovo Rossellini e bisogna che i critici facciano da tramite con il pubblico. Se questo Lo chiamavano Jeeg Robot è bello, parlatene! E parlatene bene. Se aiuti un film e un autore aiuti tutto il cinema, soprattutto quello di genere, che ha più bisogno di essere protetto rispetto alle commediole, che spesso sono anche remake di format francesi e spagnoli".

A proposito di forma, vorrei chiederle cosa ne pensa di una tendenza del cinema americano contemporaneo: diversi autori di genere, penso a Tarantino o Cronenberg, dopo anni di azione si stanno concentrando sempre più su film parlati, affidandosi al potere della parola: secondo lei perché?

Ballad in Blood: Ruggero Deodato presenta il film a Lucca

"Tarantino è particolare: quando cazzeggia, cazzeggia bene, è divertente. Ogni volta che guardo corti dei nostri giovani che provano a cazzeggiare come fa lui vedo che non lo sanno fare: per cazzeggiare bisogna saperlo fare come Tarantino, è talmente fuori di testa che alla fine gli stai appresso. Nell'ultimo forse ha esagerato un po', ma normalmente ha una presa fantastica, vai a vedere un suo film, per esempio Bastardi senza gloria, e pensi di vedere un film di fantascienza perché c'è una storia di Hitler che non è vera, invece il primo fotogramma è quello di uno che taglia la legna, poi vedi una camionetta delle SS e già ti mette paura, poi quando vedi la ragazza che scappa e il nazista che dice: "Ci rivedremo" ti fa cacare sotto per tutto il film. Questa è la sua bravura, mescola tutto in un modo incredibile. I nostri autori ormai sanno fare solo le commedie e nemmeno tanto bene. Non abbiamo più Monicelli, Risi. Io ci ho provato a fare di nuovo un film di genere: spero di esserci riuscito".

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