Il thriller secondo Roman Polanski, tra incubi, ossessioni e uomini nell'ombra

Dalla lacerante tensione psicologica dei suoi film d'esordio, Il coltello nell'acqua e Repulsion, ai torbidi intrighi politici de L'uomo nell'ombra, passando per capolavori come Rosemary's Baby e Chinatown: ecco perché Roman Polanski è considerato da mezzo secolo uno degli indiscussi maestri della suspense al cinema.

Il male e il diavolo sono due cose differenti. Il diavolo è come agli esseri umani piace immaginare il male, con le corna e la coda. Il male invece fa parte della nostra personalità.

Repulsione: una scena del film

Probabilmente non è un caso se al male, e ai diavoli che abitano gli esseri umani (con un'emblematica assonanza nella lingua inglese fra evil e devil), è dedicata gran parte della produzione di Roman Polanski. E fin dal suo debutto il regista polacco, oggi ottantaquattrenne ma ancora infaticabile "animale da set", si è sempre spinto in profondità nell'analisi dei nostri lati oscuri, facendo materializzare sullo schermo le paranoie e le paure che dominano molti dei suoi personaggi: che si trattasse di pure ossessioni o di minacce spaventosamente concrete.

Ewan McGregor e Pierce Brosnan nel film Uomo nell'ombra (The Ghost Writer) di Roman Polanski.

Proprio in questi giorni, il servizio streaming Infinity propone nel suo catalogo uno dei gioielli della filmografia di Polanski, L'uomo nell'ombra, con Ewan McGregor e Pierce Brosnan: un superbo esempio di come il cineasta nato a Parigi sia in grado di raggiungere vette altissime nel campo del thriller, tanto da essersi imposto nel corso degli anni come uno dei più abili e raffinati "maestri di suspense" della macchina da presa. E dai suoi esordi a L'uomo nell'ombra, in attesa del suo nuovo lavoro, Based on a True Story, presentato allo scorso Festival di Cannes, ripercorriamo alcune tappe del cinema polanskiano nelle sue varie declinazioni della tensione e del mistero.

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Relazioni pericolose e giochi proibiti: Il coltello nell'acqua e Cul-de-sac

Il coltello nell'acqua: una scena del film

Risente probabilmente delle suggestioni del teatro dell'assurdo, e di drammaturghi come Samuel Beckett e Harold Pinter, la primissima produzione di Roman Polanski, che nel 1962, a neppure trent'anni, stupisce il Festival di Venezia con la sua opera d'esordio, Il coltello nell'acqua, sceneggiato insieme a Jerzy Skolimowski. Candidato all'Oscar come miglior film straniero, Il coltello nell'acqua costituisce l'archetipo dei thriller psicologici polanskiani, in cui la suspense viene sprigionata dal meccanismo di attrazioni e di conflitti incrociati fra i personaggi, in questo caso appena tre in tutto: l'arrogante giornalista Andrzej e sua moglie Krystyna, in procinto di trascorrere un solitario weekend di vacanza su una barca a vela, e un giovane autostoppista senza nome al quale la coppia decide di concedere un passaggio. La presenza di questo "terzo incomodo", tuttavia, incrinerà gli equilibri fra Andrzej e Krystyna, innescando una latente rivalità maschile pronta a sfociare in tragedia.

Cul-de-sac: una scena del film

Dalle atmosfere pinteriane de Il coltello nell'acqua, quattro anni dopo, con Cul-de-sac, Polanski si spinge invece nei territori del surreale e dell'assurdo, in una commedia nerissima in cui ritroviamo alcune caratteristiche del suo film di debutto: un'ambientazione circoscritta e separata dal resto del mondo, in questo caso il castello che sorge su un'isoletta della Gran Bretagna, e la convivenza forzata - e sempre più difficile - di un piccolo gruppo di comprimari. Premiato con l'Orso d'Oro al Festival di Berlino 1966, Cul-de-sac sfrutta un impianto narrativo spiccatamente teatrale per mettere in scena un perverso "gioco delle parti" fra un'altra coppia di coniugi, George e Teresa, e due gangster, Dickie e Albie, giunti per caso al castello.

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L'appartamento demoniaco: da Repulsion a L'inquilino del terzo piano

Repulsione: Catherine Deneuve in una scena del film

Fra la velata tensione de Il coltello nell'acqua e il grottesco spinto di Cul-de-sac si colloca il secondo, magnifico lungometraggio di Roman Polanski: Repulsion, un film seminale per l'originalità e la forza con cui il regista si avventura lungo sentieri dai connotati quasi horror, facendo addentrare lo spettatore nei meandri di una psiche disturbata. La psiche in questione è quella di Carol Ledoux, una ragazza oppressa da ansie e fobie, alla quale presta il volto una Catherine Deneuve poco più che ventenne, qui in una delle sue performance più memorabili. Dopo essersi recata nell'appartamento londinese che condivide con la sorella Hélène per rinchiudersi in un'inviolabile solitudine, Carol vedrà manifestarsi le angosce che attanagliano la propria mente, in un delirio via via più allucinato. Un incubo visionario, quello di Repulsion, che per molti aspetti anticipa il capolavoro del 1968, Rosemary's Baby, altro straordinario esempio di horror costruito attorno a una protagonista femminile in preda a un vortice di paranoie sempre più devastanti.

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Mia Farrow nel film di Roman Polanski, Rosemary's baby - Nastro rosso a New York

La Carol di Catherine Deneuve, del resto, è un'ideale 'gemella' della Rosemary Woodhouse interpretata da una straordinaria Mia Farrow. Il teatro delle sue tenebrose inquietudini è ancora una volta un appartamento, quello newyorkese in cui Rosemary si è appena trasferita insieme al marito Guy (John Cassavetes); ed è anche l'appartamento in cui Rosemary inizia a sperimentare sogni mostruosi, a subire le fastidiose premure degli invadenti vicini di casa e, soprattutto, a sospettare che la creatura nel proprio grembo possa essere figlia del Maligno. Polanski, insomma, gioca con le attese dello spettatore, constringendoci ad adottare la prospettiva dei suoi personaggi e a confrontarci con l'incertezza su quanto sia reale e quanto immaginario: un assioma che il regista recupererà nel 1976 ne L'inquilino del terzo piano, 'sdoppiandosi' per assumere egli stesso il ruolo di protagonista.

Rosemary's Baby: un primo piano di Mia Farrow
L'inquilino del terzo piano: Roman Polanski e Isabelle Adjani in una scena del film

Da Repulsion e Rosemary's Baby, L'inquilino del terzo piano riprende l'ambientazione angusta e claustrofobica di un appartamento che sembra essere funestato da influssi sinistri: influssi che non tarderanno a sconvolgere l'esistenza del nuovo affittuario, l'impiegato polacco Terkowski, perseguitato da una serie di sgraditi condomini che lo trascineranno in un abisso di follia, fino a smarrire la propria identità. Smaccatamente onirico e surreale, laddove Rosemary's Baby manteneva una più fitta ambiguità sulla salute mentale della giovane madre, L'inquilino del terzo piano fa scaturire la suspense proprio dalle nefaste intuizioni di Terkowski: intuizioni destinate a trasformarsi in ossessioni incontrollabili e distruttive.

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Grosso guaio a Chinatown: ritorno al noir

Chinatown: un'immagine di Jack Nicholson durante una scena

Nel 1974 Roman Polanski decide di affrontarne un genere contraddistinto da precise convenzioni e già allora cristallizzato nella mitologia della Hollywood classica: il noir. Ma pur rendendo omaggio agli stilemi del noir classico, Chinatown, uno dei massimi capolavori del cinema americano di ogni tempo, rielabora le regole del genere di appartenenza innervando il racconto di una sensibilità modernissima e di un ineluttabile senso di disperazione. L'indagine di Jake Gittes, cinico detective privato incarnato da un iconico Jack Nicholson, che nell'assolata Los Angeles del 1937 cerca di far luce sull'omicidio dell'ingegnere idrico Hollis Mulwray, si sviluppa dunque come un tortuoso viaggio attraverso la rete di inganni, di false identità e di oscure perversioni di cui è composto l'intreccio della pellicola, frutto della sceneggiatura da Oscar di Robert Towne. Dalla tormentata passione per Evelyn Mulwray, tragica femme fatale interpretata da una magnetica Faye Dunaway, al testa a testa con il luciferino Noah Cross di John Huston, la pericolosa inchiesta di Gittes assume i contorni di una singolar tenzone contro un male sinuoso e invincibile, che culminerà in uno dei finali più raggelanti mai visti sul grande schermo.

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Chinatown: Faye Dunaway e Jack Nicholson in un momento del film

Declinazioni del thriller: da Frantic a La nona porta

Frantic: Harrison Ford ed Emmanuelle Seigner

Fra tutti i film di Roman Polanski, quello più accostabile al magistero di Alfred Hitchcock è probabilmente Frantic, datato 1988. Harrison Ford veste i panni di Richard Walker, un rinomato chirurgo americano in viaggio a Parigi; un banale equivoco all'aeroporto sarà però il MacGuffin che porterà questo "uomo comune" a ritrovarsi al centro di un bizzarro intrigo, nel tentativo di far luce sull'improvvisa sparizione della moglie Sondra. Formidabile esercizio di stile, Frantic è un thriller in cui la tensione deriva direttamente dal senso di spaesamento di Richard, costretto a destreggiarsi con una realtà incomprensibile, ma permeato da un gusto per l'avventura tipicamente hitchcockiano. Diamentralmente opposto il meccanismo di suspense adoperato invece nel 1994 ne La morte e la fanciulla, adattamento della pièce di Ariel Dorfman: all'alienante Parigi di Frantic si sostituisce infatti l'atmosfera angusta e claustrofobica della casa di Paulina Escobar, interpretata da una sensazionale Sigourney Weaver.

La morte e la fanciulla: Sigourney Weaver e Ben Kingsley in una scena del film

In un imprecisato paese del Sud America da poco liberatosi da una feroce dittatura, Paulina crede di riconoscere nel dottor Roberto Miranda (Ben Kingsley) l'uomo che aveva abusato di lei per lungo tempo durante il regime, e non esita a sequestrarlo per sottoporlo a minacce e violenze pur di fargli ammettere la verità. L'impianto teatrale del racconto viene dunque messo al servizio di un crudele e logorante gioco di potere fra vittima e carnefice: uno schema narrativo già utilizzato da Polanski in passato, e ripreso successivamente per film come Carnage (2011) e soprattutto Venere in pelliccia (2013). Appartiene invece al filone dei thriller a sfondo soprannaturale La nona porta, del 1999, che lo riporta sul set a cinque anni da La morte e la fanciulla con un progetto su commissione: un divertissement a base di satanismo e suggestioni esoteriche, ma alla resa dei conti fra i titoli meno interessanti nella produzione del regista.

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Lo scrittore fantasma: L'uomo nell'ombra

Ewan McGregor, protagonista del thriller L'uomo nell'ombra

Il ritorno di Roman Polanski al cinema di genere è avvenuto nel 2010 con un'altra perla all'interno di una carriera ricchissima e variegata: L'uomo nell'ombra, trasposizione del romanzo Il ghostwriter di Robert Harris. Vincitore dell'Orso d'Argento al Festival di Berlino 2010 e di sei European Film Award, L'uomo nell'ombra vede Ewan McGregor nella parte del protagonista eponimo: un ghostwriter senza nome ingaggiato per completare l'autobiografia di Adam Lang, ex Primo Ministro britannico caduto in disgrazia in seguito a uno scandalo sulle sue presunte collusioni con la CIA e alla relativa imputazione per crimini di guerra. Ospite della lussuosa residenza di Lang in un'isoletta nei pressi di Martha's Vineyard, altro esempio di glaciale ambientazione circoscritta, il ghostwriter comincerà a interrogarsi sulla misteriosa morte del suo predecessore e sugli scheletri nell'armadio di Lang e della sua famiglia.

Olivia Williams in una scena del film L'uomo nell'ombra di Roman Polanski.

Dotato di una sceneggiatura impeccabile, in grado di coinvolgere progressivamente il pubblico nel labirinto di intrighi e di taciti conflitti fra i vari personaggi in gioco, L'uomo nell'ombra non è solo un thriller magistrale, ma ci offre l'ennesima, fascinosa variante sul sempiterno tema polanskiano della paranoia. Quello dell'improvvisato detective di McGregor è uno sguardo sul mondo inesorabilmente gravato da dubbi, ansie e sospetti: uno sguardo impegnato, così come quello dello spettatore, nell'impossibile impresa di districare la realtà dalle apparenze e di individuare un male che assume sembianze indecifrabili, e che in sostanza non potrà mai essere estirpato.

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