RomaFictionFest: Beppe Fiorello presenta il suo Modugno

L'attore ha presenziato alla manifestazione romana in un interessante incontro, nel corso del quale sono state mostrate alcune immagini della nuova fiction in cui interpreta Domenico Modugno.

E' stata finora una carriera interessante, quella di Beppe Fiorello. Un percorso artistico che ne fa un personaggio atipico nella fiction italiana, che è riuscito quasi subito a scrollarsi di dosso l'ingombrante ombra del fratello maggiore; proponendo personaggi complessi, pescando spesso nel repertorio più o meno noto della storia e della cronaca italiani, raccontando eventi recenti e meno recenti, ma sempre significativi. Un attore che ha lavorato anche con alcuni dei più importanti registi del nostro cinema (Giuseppe Tornatore, Emanuele Crialese, Ferzan Ozpetek) ma che ha finora dimostrato di prediligere la dimensione del piccolo schermo: attraverso quest'ultimo è riuscito a proporre un percorso personale che va a comporre quello che Steve Della Casa, con qualche azzardo ma non senza buone ragioni, ha definito un affresco della storia italiana del Novecento.
Proprio Della Casa, nell'ambito del RomaFictionFest, ha offerto al pubblico della kermesse romana un interessante incontro con l'attore, nel corso del quale Fiorello ha anche parlato del suo ultimo prodotto: una fiction intitolata Il grande Mimmo (di cui sono state anche mostrate alcune immagini) in cui l'attore vestirà i panni di un mito della canzone italiana come Domenico Modugno.

Puoi raccontarci gli inizi della tua carriera? Qual è stato il primo provino che hai fatto?
Beppe Fiorello: Non è facile ricordare quando ho iniziato, forse il primo provino l'ho fatto in bagno in casa mia! In fondo, chi non ha mai fatto una prova di recitazione, da solo, davanti allo specchio? Erano gli anni in cui piaceva, come d'altronde piace ancora, il grande Robert De Niro, in cui un film come Taxi Driver spopolava. Quanti di noi si sono messi davanti allo specchio a dire "stai parlando con me?" Forse è stato quello il mio primo provino, sì. Cercavo di capire quanto la mia timidezza fosse una "malattia", e quanto piuttosto un aspetto sensibile del mio essere ragazzo e attore. Cercavo così di sconfiggerla. Regolarmente poi qualcuno (in genere mia madre) mi chiedeva cosa stessi facendo, e mi intimava di andare a studiare! Per me, però, l'attore era una persona come mio fratello: per me era difficile giungere a quella scioltezza. Mi scoraggiavo un po', però mio padre aveva già colto una vena poetica in me, diceva che l'attore, tra i due, ero io.

Beppe Fiorello in una immagine promo del film I baci mai dati di Roberta Torre
Hai appena parlato di De Niro: un attore molto estroverso, contrariamente a quello che tu dici di te stesso, e con una fisicità molto forte. Quali altri attori che ti piacevano?
Gian Maria Volonté è un attore che ho sempre amato. Crescendo, poi, ho apprezzato anche attori più giovani come Edward Norton, per la sua semplicità apparente: uno che si propone con una precisione meticolosa, una semplicità e una potenza incredibili. Osservo ancora Kim Rossi Stuart, è uno dei moltissimi attori che stimo di questa generazione, così come l'amico Pierfrancesco Favino.

Nei sogni di un ragazzo c'è in genere anche lo sport. Hai interpretato un grande ciclista e uno dei più grandi calciatori di sempre. Qual è, nella realtà, il tuo sport preferito?
Sono stato un pallavolista professionista, ho giocato fino alla serie C1. Quello è stato lo sport che mi ha formato, un bel gioco di squadra. Nella fiction, invece, ho realizzato un sogno, una fantasia che mi perseguitava da anni: sono sempre rimasto affascinato dal pugilato. Avrei voluto praticarlo ma nello stesso tempo mi faceva un po' paura: così ho pensato che il modo migliore sarebbe stato affrontarlo con una fiction. Era una fiction in due puntate per RaiUno, prodotta da Paola Masini e intitolata Il bambino della domenica. Per interpretarla, sono dovuto diventare un pugile a tutti gli effetti, fisicamente e mentalmente: ho fatto 12 round di boxe, certo più soft di quella reale, ma comunque faticosa.

Quando si parla con te, citi spesso la tua famiglia: sia quella attuale, che quella da cui provieni. Siete sempre molto uniti e compartecipi, nonostante le carriere separate?
Non ci vediamo spesso, ma comunque ci ascoltiamo, le cose ce le diciamo. Quando mi è stato proposto il ruolo di Modugno ho chiamato subito mio fratello: nessuno meglio di lui poteva dirmi se facevo una scelta giusta o rischiosa. Volevo sapere se ero all'altezza di affrontare un personaggio che per noi era un vero e proprio mito, anche perché ci ha sempre ricordato nostro padre. Temevo, come tutti gli attori, il confronto con il personaggio reale; Rosario, poi, aveva dedicato a lui addirittura una trasmissione, e aveva conosciuto la moglie ben prima di me. Lui mi disse "aspetta un attimo, cerchiamo di capire, guarda intanto come va Walter Chiari - Fino all'ultima risata!" Voleva vedere i risultati di una fiction con un personaggio in qualche modo simile. Alla fine mi disse "si può fare". Lui per me è una grande fonte di sicurezza e ispirazione, e così è anche per mia sorella, che ci manda sempre le bozze dei testi che scrive. Poi c'è la mia famigliola, mia moglie e i miei figli, anche tra noi parliamo: io leggo a loro dei pezzi di sceneggiatura, e per questo film su Modugno mi hanno anche sentito cantare!

Beppe Fiorello
E se vedessi i tuoi figli in bagno a fare un provino?
Ma lo fanno già, spesso. Si divertono...

Nella tua filmografia televisiva ci sono personaggi con grande valenza sociale e politica. Hai parlato di giustizia, di terrorismo, di storie che hanno segnato la vita italiana. E' stata una tua scelta o te l'hanno chiesto?
E' stata una mia idea fissa. Devo dare un senso alle cose che faccio e che farò, devono essere sempre correlate a ciò che ho fatto prima. Mi serve dare una logica storica, politica e sociale a quello che faccio. Nessuno mi ha mai chiesto di seguire questa linea, anche se ovviamente Rai Fiction mi fa delle proposte e ne parliamo. Il comune denominatore è che sono storie sempre un po' insabbiate, dimenticate: mi piace farle venire alla luce. Di queste storie, quella che ha dato un senso altissimo a quello che io considero il servizio pubblico è stata La vita rubata: una fiction su Graziella Campagna, una ragazza uccisa dalla mafia. E' un prodotto che fu anche ostacolato dal sistema politico di allora, perché a detta del ministro della giustizia che era in carica, rischiava di turbare la tranquillità dei magistrati che lavoravano al processo. Ci siamo indignati a queste prese di posizione, e siamo riusciti comunque ad andare in onda: poi, pochi mesi dopo, il processo si riaprì e tutte le pedine finirono al loro posto. La fiction, come genere, è spesso bersagliata dagli intellettuali, ma prodotti come questi smentiscono subito questa tesi: ha ridato giustizia alla famiglia di una vittima innocente della mafia. E' un film di cui vado fiero.

Quando racconti un fatto storico, cerchi spesso un personaggio minore, non ricordato dai media. Questa è una tua scelta?
E' la mia curiosità, rappresentata dal punto di vista: cosa farei io se mi trovassi nei panni di quel personaggio? La curiosità e il punto di vista sono le prime caratteristiche che mi fanno aderire a un progetto. La curiosità ti fa subito sposare il punto di vista di un uomo comune.

Salvo D Acquisto
L'insieme delle tue storie racconta nel complesso il Novecento italiano. Ti piace in particolare lavorare sul passato? E hai mai pensato che tutto ciò rappresenti un affresco di un secolo di storia italiana?
Mi piace il passato, e ho approfittato del mio mestiere per colmare alcune lacune scolastiche. Col mio mestiere è come se fossi tornato a studiare. Mi colpiva una frase, detta a teatro, dello spettacolo Delitto per delitto, di Patricia Highsmith: una storia preferisco viverla piuttosto che leggerla. Delle foibe, per esempio, non ne sapevo niente: ho letto una sceneggiatura bellissima e da lì mi sono documentato. Lo stesso fu per Salvo D'Acquisto e per tante altre storie. Lo scandalo della Banca Romana, per esempio, ci dice con chiarezza che quello che stiamo vivendo oggi purtroppo ha radici antiche: alla fine dell'800 successero le stesse cose. Ciò significa che questo paese, purtroppo, non ha voglia di cambiare. Raccontando storie antiche, cerchiamo un perché alla situazione attuale.

Quando lavori su un personaggio storico, da dove attingi la documentazione su quel periodo? Dove catturi idee e sensibilità?
Faccio un percorso semplice, cerco i libri e i documenti sulla storia che mi è stata proposta, cerco anche qualcuno che è stato vicino al personaggio. Ciò che faccio prima di tutto, però, è lavorare sulla sceneggiatura: quella per me è una Bibbia, ci lavoro, la leggo e la rileggo. Cerco innanzitutto lì dentro la storia. Le informazioni esterne le vado a reperire in un secondo momento, e lo faccio più che altro per una mia curiosità.

La vita rubata
Quindi, un progetto lo scegli in base alla sceneggiatura?
A volte sì, a volte magari in base a una semplice chiacchierata con un produttore, che propone un personaggio, un tema. Anni fa, per esempio, con Paola Masini venne fuori un progetto sulla condizione dei padri separati: lei me ne accennò e io misi una sorta di prenotazione, le dissi che era un tema che io volevo raccontare, che ci tenevo molto. Altre storie, invece, mi davano semplicemente modo di realizzare un sogno, come appunto quello appunto di essere un pugile. Un grande come Marcello Mastroianni, una volta, disse che una sceneggiatura gli dava il modo di andare in posti dove non era mai andato. Quella frase mi colpì molto.

Passiamo a Modugno. Dunque ti hanno proposto questo personaggio, ti sei consultato con tuo fratello, e poi? Come l'hai preparato? C'è stata molta documentazione?
Sì, ma c'era fin troppa roba a disposizione. Ho incontrato la signora Franca, e poche altre persone. La mia "luce" è stata proprio lei. Per questo ruolo, mi sono affidato a me stesso più di tante altre volte. Ho provato talmente tante emozioni che mi resta difficile raccontarvele, temo di non farcela. Ho raccontato un mio mito, non pensavo che ci sarei mai riuscito. E' stato un percorso lungo e faticoso, e il punto cruciale è stato quello della voce: a un certo punto ho dovuto affrontare il fatto che Modugno cantava. Ho conosciuto due persone che mi hanno fatto superare l'ostacolo più grande, ovvero la voce dal punto di vista tecnico e interpretativo: parlo di Daniele Bonaviri, uno dei più grandi chitarristi italiani, che mi ha insegnato in tre mesi a suonare la chitarra, e del vocal coach Fabrizio Palma, che è anche personal trainer di molti artisti e cantanti attuali. Un giorno andai dalla signora Franca e le feci uno scherzo: le mostrai sull'iPhone un vecchio video del marito mentre si esibiva, chiedendole dov'era, secondo lei, in quel momento. Lei disse che non se ne ricordava, ma io insistevo. Alla fine le rivelai che la voce e la faccia erano le mie! Lei non ci voleva credere, credeva la stessi prendendo in giro. Cercarono di convincermi a non farla, questa prova, dicendomi che avrei avuto un crollo psicologico se lei si fosse accorta che ero io. Lei, quando si è resa conto della verità, si è emozionata, e io allora ho pensato: "ora sono indenne a qualsiasi critica".

E dopo Modugno, il tuo prossimo progetto quale sarà?
Beh, Mina!

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