La scuola è finita

2010, Drammatico

Roma 2010, si torna sui banchi, ma La scuola è finita

Il nostro incontro con il cast di La scuola è finita, prima opera italiana in concorso al Festival Internazionale del Film di Roma, dramma giovanile sulla mancanza di passione di certi insegnanti e sulla crisi dei nostri ragazzi.

Stare sui banchi di scuola è la cosa più difficile che possa capitare ad un ragazzino italiano. Un assunto semplice, nella sua perentorietà, che è alla base del nuovo lavoro di Valerio Jalongo, La scuola è finita, prima opera italiana in concorso al Festival Internazionale del Film di Roma. La storia è quella di Alex, studente di un Istituto Tecnico delle periferia capitolina, la cui vita ondeggia tra la noia, lo sballo delle droghe che spaccia regolarmente ai suoi compagni di classe e l'amore per la musica rock, unico lampo di colore in un'esistenza grigia. Saranno due professori, entrambi in crisi umana e professionale, a tentare il recupero di un giovane già condannato dalla società. Ne abbiamo parlato oggi con il regista Valerio Jalongo e con gli interpreti principali, Valeria Golino, Vincenzo Amato e l'esordiente Fulvio Forti, bravissimo nel ruolo del protagonista Alex..

Signor Jalongo, prima di girare il film lei ha lavorato ad una sorta di videodiario, un progetto durato tre anni in cui ha avuto modo di parlare con i ragazzi dei loro problemi, delle loro speranze legate alla scuola. Quanto le è servito questo accumulo di materiali per la scrittura di La scuola è finita? Valerio Jalongo: Mi è servito tantissimo soprattutto per dare autenticità al film. Io sono un professore e come tale molte cose non le percepisci. Il videodiario mi ha aiutato a vedere con occhi nuovi quello che succedeva veramente. La scuola della mia opera non è quella rassicurante dei licei classici frequentati dai ragazzi della buona borghesia.

Valeria Golino nel film La scuola è finita
Basti dire che il 70% dei giovani italiani non frequenta un liceo, ma un istituto tecnico o professionale. Parlando con loro mi sono reso conto di quanto sia difficile per un insegnante catturare l'attenzione di questi studenti; nelle loro facce vedevo la noia già il primo giorno di scuola, erano già irraggiungibili. Per ognuno di loro entrare in classe equivaleva ad un'operazione obbligatoria, senza gioia né speranza. Ho avuto modo anche di entrare nelle loro camere. E' stato desolante scoprire che i libri sono un oggetto esotico, che la loro vita sia dominata dalla tv, dai videogame e dal computer. Molti di loro a febbraio non hanno ancora comprato il libro di testo o ce l'hanno ma non lo aprono. Dei compiti da fare il pomeriggio non ne parliamo nemmeno. Ecco volevo raccontare tutto questo. In fondo, a forza di ritratti rassicuranti siamo finiti in una percezione ipocrita della scuola.

Questo film viene presentato il giorno dopo la grande protesta dei Cento Autori. Possiamo dire che alla fine voi difendiate gli stessi ideali? Valeria Golino: Beh, la parentela tra questi due monti è evidente. La protesta di ieri è la conseguenza di un malessere che va avanti da troppo tempo, così come la crisi del mondo della scuola in primis. La scuola è quello che avvicina i ragazzi alla cultura.

Signor Jalongo, qual è il giudizio sui personaggi dei professori? Sono gli unici che si avvicinano ad Alex, ma qualche errore lo commettono... Valerio Jalongo: Sì, è vero, sbagliano, ma fanno la cosa giusta in un contesto che è alla deriva, si mettono in gioco come persone. I ragazzi sono irraggiungibili se la scuola non funziona se è priva di slancio. Se uno tende la mano, invece, i ragazzi sono pronti a rispondere. Il prof. Talarico, ad esempio, è un cialtrone sfiduciato, ma poi si mette in gioco e riesce a raggiungere l'isola Alex. Mi piace ripetere la frase dell'educatore svizzero Pestalozzi che è stato la nostra ispirazione, "Nessun apprendimento vale qualcosa se toglie la gioia". Ecco la mia rabbia è per una scuola che non sa trasformare in occasione di gioia e passione qualcosa di necessario.

Valeria Golino nel dramma La scuola è finita
Vincenzo Amato: Anche io mi annoiavo da morire a scuola per questo per dare vita al professore Aldo Talarico ho pensato a quegli anni. Se posso dire la mia, la scuola mi è sempre sembrata uno spettacolo fatto male. E quando lo spettacolo non riesce non te la puoi prendere col pubblico. In questo caso con gli studenti. La verità è che non esiste la scuola ideale, ma sarebbe auspicabile che i ragazzi restino a bocca aperta. Perché deve essere tutto così noioso?

Valeria Golino: La mia Daria Quarenghi è una che mi è simpatica, una che tende verso il bene. Avrebbe tutte le qualità per essere una brava insegnante. Lei la voglia di non annoiare i suoi studenti ce l'ha. Poi sbaglia per fragilità, perché è una donna in crisi, perché il luogo in cui lavora è alla deriva. Per questo instaura con un solo alunno un rapporto di affettività quasi ambiguo.

Tra gli errori dei professori possiamo inserire la notte brava a base di droghe che il professor Talarico vive con Alex. Non teme che questo possa sconvolgere il pubblico? Un professore è sempre una figura chiave nell'educazione di un ragazzo... Valerio Jalongo: Ci tengo a dire che niente di quello che vedete nel film è falso. Tutto è stato rigorosamente documentato e in questo includo anche i personaggi. Conosco professori che hanno preso la droga dai loro allievi. Spiace dirlo, ma nel mondo della scuola c'è tolleranza verso gli stupefacenti. In certi istituti la droga si smercia durante la ricreazione e sapevo che la cosa avrebbe creato sorpresa. La verità è che dagli anni '70 in poi si è avviata una certa revisione dell'autorità e ora siamo arrivati all'estremo opposto. A questo dobbiamo aggiungere che l'insegnante non ha più prestigio sociale.

Qual è stato il contributo di Luchetti alla sceneggiatura? Valerio Jalongo: Daniele ha seguito il film per amicizia, leggendo la sceneggiatura già dai tempi del trattamento. In realtà non ha scritto, ma mi ha aiutato a mettere a fuoco molte situazioni.

Valeria Golino (in fondo) nel film La scuola è finita
Fulvio, ti riconosci nel personaggio di Alex? Fulvio Forti: Sì. Soprattutto nel suo non essere ascoltato. Il nostro è un sistema scolastico che si ferma a guardare l'apparenza, gli atteggiamenti. Basta vedere quello che fanno gli insegnanti con il mio personaggio. Credo che molti altri miei coetanei si rivedranno in Alex come mi sono rivisto io. E' frustrante l'assenza del futuro che si percepisce. Il risultato è che i ragazzi provano un completo disinteresse per la scuola e per la realtà in generale. Poi fortunatamente ci sono degli esempi positivi, come quelli di Daria e Aldo, che ti spronano a cambiare.

E' la tua prima esperienza nel mondo del cinema. Sogni un futuro da attore? Fulvio Forti: Il pensiero c'è, anche se non ho un'aspettativa, una speranza reale; mi piace però il fatto che l'arte ti possa aiutare, che possa rappresentare una vera speranza.

Signor Jalongo, a chi è diretto il film? Valerio Jalongo: Volevo dedicare questo film ai ragazzi, perché possano scoprire dentro di sé la forza per cambiare. Volevo raccontare un percorso interiore di liberazione. Nonostante gli errori degli adulti, Alex riesce a conoscere qualcosa di sé che lo aiuterà ad essere più libero. La scuola non è un'istituzione funzionante, però ci sono persone straordinarie. E se hai la fortuna di incontrare queste persone la tua vita può cambiare. Tenendo conto che le lezioni migliori sono quelle proibite.

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