La zona

2007, Drammatico

Rodrigo Plà ci introduce nella Zona

Abbiamo incontrato a Roma il regista messicano autore de La Zona, una delle pellicole più interessanti in arrivo in sala in queste settimane.

La presenza di Rodrigo Plà al Nuovo Sacher ha reso ancor più vibrante un'anteprima di notevole spessore: La Zona si era infatti distinto a Venezia 2007 come una delle migliori opere selezionate per le Giornate degli Autori, raccogliendo anche un riconoscimento piuttosto ambito, il Leone del Futuro - Premio Luigi De Laurentis per le opere prime.
Va detto che alcuni addetti ai lavori hanno gradito poco la scelta della data, poiché la mattinata del 18 marzo ha visto le anteprime di due pellicole di qualità farsi inopinatamente concorrenza; da un lato La Zona, in un'altra sala di Roma il non meno atteso Cover-boy - L'ultima rivoluzione di Carmine Amoroso, distribuito dal Luce. Tant'è che Luciano Sovena, Amministratore delegato dello stesso Istituto Luce, ha poi parlato di "una guerra tra poveri". L'ironia di questa osservazione dal retrogusto amaro non deve sorprendere, in effetti ci vorrebbero un po' più di attenzione e un minimo di coordinamento nel mettere a punto certi calendari.
Tuttavia, non è di questo che vogliamo ora occuparci, al contrario vi è da riprendere le fila di un discorso che, complice il piccolo shock collettivo causato dal film di Rodrigo Plà, vede proporsi La Zona come fonte di molteplici suggestioni; considerata l'estrema durezza del film, le domande al regista messicano non si sono fatte attendere, permettendo di far luce sul valore sociale e sui meriti artistici della pellicola.

Esistono luoghi come la Zona in America Latina? Sarebbe anche interessante sapere se il film in Messico è già uscito, ed eventualmente quale accoglienza gli è stata riservata.

Rodrigo Plà: La Zona è uscito in Messico venerdì scorso, quindi è ancora presto per avere un'idea chiara di come sia stato accolto. Oltre che in Italia il film è stato già venduto in Spagna, Grecia, Belgio, Stati Uniti, Canada, Israele, Argentina, Uruguay, Cile, Colombia, e diversi altri paesi.
Il quartiere che ho filmato esiste realmente, ma non si trova nelle immediate vicinanze di Città del Messico, sta quasi a contatto con un paesotto un po' spostato rispetto alla capitale. Comunque, nelle scene in cui si vede un campo da golf con la favela sullo sfondo, la situazione reale è proprio quella.

Vi sono casi di impunità e corruzione come quelli descritti nel film?

Vicino alle favelas esistono quartieri ricchi come quello che si vede nel film, bisogna poi considerare il trattamento richiesto da un'opera di finzione. Sicuramente, in quanto cittadino, ho la sensazione che in Messico vi sia una grande assenza dello stato, delle istituzioni. La corruzione si fa ugualmente sentire, anche se il problema non è un'esclusiva della nostra nazione, anzi, si estende sempre più a livello mondiale
Volevo poi aggiungere che abbiamo scelto quella zona residenziale localizzata vicino a un villaggio anche perché, al contrario di altri luoghi simili, le case all'interno sono tutte uguali; volevo pertanto rendere l'idea di un'armonia forzata, che tenda a omologare il pensiero di chi ci abita fino alla follia.

Quali registi e opere l'hanno influenzata maggiormente?

Non mi piace indicare un'influenza in particolare, anche considerando che come spettatore, in realtà, amo vedere tante cose diverse. Per esempio mi piacciono molto Bergman, Kieslowski, il neorealismo italiano, sebbene nel mio film non si avvertano necessariamente simili influenze. Semmai La Zona viene puntualmente accostata a Il signore delle mosche di William Golding. Riconosco inoltre che i temi affrontati possono ricordare il cinema di impegno civile di Costa-Gavras.

Come è cambiata la sceneggiatura durante la lavorazione del film, ci sono stati tagli o aggiunte?

La sceneggiatura è ispirata al racconto scritto da mia moglie. Si è trattato non tanto di effettuare tagli, quanto piuttosto di aggiungere qualche elemento, dando corpo a particolari suggestioni. La Zona, per esempio, è diventata quasi un personaggio a sé, ed anche il ruolo della polizia è stato studiato con molta attenzione.

Come ci si trova oggi a fare cinema in Messico?

Fare il regista in Messico rimane difficile, ma rispetto a quando si facevano appena 30 film l'anno la situazione è leggermente migliorata. Il sistema di facilitazioni fiscali introdotto da una nuova legge, la 226, ha sortito un effetto positivo, ma comincia già a mostrare la corda.
Il cinema messicano gode comunque di buona salute. La legge che ho appena citato ha permesso molti esordi interessanti, così da rendere possibile quella diversità di registri e di toni da cui la realtà viene meglio rappresentata.

Che rapporti ha col suo film il tema del muro, del confine sociale?

Senza dubbio, al di là del muro fisico che separa il quartiere dal resto del tessuto urbano, esistono barriere sociali molto forti. Nel mio paese convivono situazioni assai differenti, ci sono decine di milioni di persone ridotte in condizioni di estrema povertà, ma c'è anche l'uomo più ricco del mondo. Il muro che è rappresentato nel film rimanda a tanti altri muri, per esempio il confine con gli Stati Uniti, con tutto ciò che concerne la condizione dell'immigrato, spesso ingiustamente criminalizzata da parte dell'opinione pubblica. Di sicuro l'identificazione dell'immigrato con il criminale è uno dei temi cui si allude nella pellicola.
Da qui si sviluppa anche un altro argomento, relativo al concetto di giustizia privata. Si parlava dell'assenza dello stato. I linciaggi in Messico possono accadere ancora oggi, soprattutto nelle aree più povere, ma in questo caso aver ambientato la storia in un quartiere ricco abitato da liberi professionisti ha voluto rappresentare un monito, un ulteriore campanello d'allarme per le autorità.
Poi, per aggiungere un dettaglio pratico, va detto che qualcosa di nuovo sta accadendo, In aggiunta alla costruzione di nuove zone residenziali per quei ricchi che intendono vivere isolati dal resto della città; difatti capita, a volte, che anche altri cittadini scelgano di consorziarsi, chiudendo l'accesso a strade già esistenti per un senso di insicurezza diffuso, ed affidando poi il controllo dei varchi a vigilantes stipendiati da loro. Si conferisce così una dimensione privata a spazi che, per altri versi, continuano ad essere amministrati dallo stato.

Ritiene che nel mondo vi siano situazioni analoghe?

Qualcuno poteva pensare, all'inizio, che la trovata da cui ha origine il plot avesse qualcosa di futuristico, di orwelliano. Sbagliato. La Zona, in cui abbiamo effettuato le riprese, è stato uno dei primi quartieri impostati in questa maniera, poi ne sono venuti altri. Del resto durante il film non viene mai esplicitato il luogo, ovvero il Messico, né gli anni in cui si svolge il racconto. Avevamo persino considerato l'ipotesi di ambientarlo in Venezuela o negli Stati Uniti, proprio perché questo senso di chiusura generato dall'insicurezza tende a diffondersi sempre di più, a macchia d'olio.

Come è nata la co-produzione con la Spagna?

Quando mi sono lanciato nella realizzazione di questo film c'era crisi in Messico, mentre io godevo già di un certo credito per via di un cortometraggio premiato in numerosi festival. Così ho contattato la Columbia Pictures e abbiamo cominciato a lavorare insieme alla sceneggiatura, ma a un certo punto loro si sono ritirati. Così è nata la collaborazione con Álvaro Longoria e i co-produttori spagnoli. Il rapporto si è sviluppato bene, io però mi sono visto costretto a creare una piccola produzione in Messico, anche perché in ogni caso dovevamo riacquistare i diritti della sceneggiatura dagli americani che avevano abbandonato il progetto.
Con Álvaro Longoria intendo continuare la collaborazione, stiamo già studiando insieme l'adattamento di un altro racconto di mia moglie, che vorremmo ambientare in Uruguay.

Lei farebbe lo stesso salto che hanno fatto registi come Alejandro Gonzales Inarritu, Guillermo Del Toro e Alfonso Cuaron, lasciandosi tentare dal cinema americano?

Oltre al film cui accennavo prima, per il quale sto collaborando con Longoria, è stato avviato un altro progetto, che dovrebbe portarmi a realizzare una pellicola negli Stati Uniti. Ma si tratterebbe ad ogni modo di una produzione indipendente. Preferisco soluzioni di questo tipo, essendo comunque più facile in America trovare finanziamenti, piuttosto che lavorare a stretto contatto con le major hollywoodiane, una possibilità che vorrei invece evitare, almeno fino a quando non sarò ridotto a fare la fame.

Per un film come La Zona possiamo parlare, più in generale, di una metafora del mondo di oggi?

Sì, questo è uno dei tanti livelli di lettura del film, che vuole rappresentare anche un monito. L'insistere sulla paranoia, sulla militarizzazione e sul chiudersi in se stessi, sono elementi che hanno spinto molte interpretazioni verso l'America di George W. Bush e Condoleeza Rice.

Trattandosi di una co-produzione, vi sono sia attori messicani che spagnoli nel cast?

Per via della co-produzione dovevano essere due le presenze spagnole nel cast. Noi abbiamo scelto Carlos Bardem e Maribel Verdú. Carlos è il fratello di Javier Bardem, i suoi lineamenti lo rendono molto vicino al tipo del messicano, e con lui infatti abbiamo lavorato molto sull'accento, anche perché ci teneva parecchio a calarsi perfettamente nel personaggio.
Con Maribel invece abbiamo lavorato diversamente, sia perché abbiamo avuto meno tempo, sia perché non ci sembrava sbagliato conservare il suo accento naturale: di sicuro sarebbe stato plausibile in una zona residenziale come quella descritta nel film, dove sono numerosi i casi di persone ricche che vi si trasferiscono, arrivando proprio dall'estero per questioni famigliari o di lavoro.

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