Recensione Un boss in salotto (2013)

E' risaputo che per un attore è molto più complesso riuscire a far ridere che creare commozione. E lo stesso si può dire per un regista che, coinvolto nella scrittura del suo film, fa di tutto per creare situazioni comiche pur di strappare una risata.

Recensione Un boss in salotto (2013)

Quando la famiglia è cosa nostra

Cinepanettone o non cinepanettone? Questo è il quesito sicuramente poco esistenziale che il pubblico italiano si trova a dover affrontare ogni anno in occasione delle uscite natalizie. Un dubbio che questa volta è stato condiviso anche da Nicola Maccanico, direttore generale di Warner Bros Italia, e da Riccardo Tozzi di Cattleya per il lancio della nuova commedia firmata da Luca Miniero Un boss in salotto. Dopo una lunga riflessione e aver appurato il super affollamento di pellicole dal carattere "popolare" che determinano un vero e proprio over booking delle sale dai primi di dicembre, i due hanno deciso di tirarsi fuori dalla lotta per il miglior incasso e di puntare tutto sul primo giorno dell'anno nuovo. In questo modo si evita una facile classificazione della pellicola e il faccia a faccia un po' scomodo con Leonardo Pieraccioni e il gruppo di Neri Parenti, seguito a ruota da quello di Fausto Brizzi. A spingerli verso questa insolita data al limite delle festività è stata, senza dubbio, l'esperienza positiva della passata stagione vissuta con La migliore offerta di Giuseppe Tornatore, capace di aggiudicarsi un totale di dieci milioni di euro. Un risultato, questo, senza dubbio interessante ottenuto da un film d'autore arricchito da un cast internazionale, ma che potrebbe non essere così scontato per la commedia di Miniero, forse troppo fragile per tenere testa all'appeal hollywoodiano di American Hustle - L'appparenza inganna. A dover fronteggiare il truffatore Christian Bale e l'agente sui generis dell'FBI Bradley Cooper è il team formato da Rocco Papaleo, presunto boss della camorra, e la "sorella" Paola Cortellesi che, nonostante la sua algida apparenza da perfetta nordica grazie alla quale si è costruita una vita inappuntabile, nasconde un cuore e un passato da partenopea. A affiancare il personaggio di Cristina, che in realtà si chiama Carmela, è Luca Argentero impegnato nell'interpretazione di Michele Coso, pubblicitario ambizioso dal talento discutibile e marito inappuntabile. A sconvolgere la loro quotidianità fatta di slogan motivazionali arriva dal passato lo zio Ciro, in attesa di giudizio da parte della legge e non solo.

Video-recensione Un boss in salotto


Sud vs Nord
Un boss in salotto: Rocco Papaleo in una scena del film con Alessandro Besentini
E' impossibile negare che in Italia l'eterna diatriba tra cultura del sud e cultura del nord abbia decretato il successo di alcune commedie basate tutte sul confronto e il misunderstanding di due ceppi che, nonostante le apparenze, appartengono allo stesso paese. Questo è proprio il caso di Luca Miniero che fin da Incantesimo napoletano, diretto insieme a Paolo Genovese, deve la sua fortuna al botteghino proprio al confronto serrato tra terroni e presunti leghisti portati con furbizia sullo schermo e rappresentati, ovviamente, nei loro caratteri più estremi. Con questo fantomatico scontro tra panettone e pastiera, possiamo dire che il regista ha definito uno stile personale sostenuto dall'idea onestamente brillante di una bambina napoletana capace di sconvolgere tutta la famiglia con un chiaro accento milanese e dal successo di Benvenuti al Sud seguito dal meno riuscito Benvenuti al Nord. A questo punto, però, preso atto dei consensi ottenuti, rimane il dubbio che il ripetere costantemente un modello narrativo e rappresentativo possa creare troppa prevedibilità nei confronti di un film e del suo autore. Così, nonostante la scelta di spostare il terreno di confronto all'interno della famiglia tra Ciro e la sorella Cristina/Carmela orgogliosamente trentina, il risultato non cambia e, privando l'intero film di una certa scorrettezza, abbassa notevolmente il livello umoristico. Al suo posto si fa avanti una riflessione personale e sociale troppo superficiale e inadatta all'andamento di una commedia.

I luoghi comuni della commedia popolare

Un boss in salotto: Paola Cortellesi in una scena del film
E' risaputo che per un attore è molto più complesso riuscire a far ridere che creare commozione. E lo stesso si può dire per un regista che, coinvolto nella scrittura del suo film, fa di tutto per creare situazioni comiche pur di strappare una risata. Anche esagerare e cedere alla retorica dell'umorismo. Per questo motivo, probabilmente, Miniero calca la mano e oltre ad inserire gag idealmente mal ispirate a film culto come Tutti pazzi per Mary, cede all'enfasi del luogo comune anche per la costruzione dei suoi personaggi. E' chiaro che Papaleo e la Cortellesi devono, fin dal primo sguardo, rappresentare e sintetizzare due mondi diversi ma, in questo caso, il lavoro di caratterizzazione svolto con più attenzione in Benvenuti al Sud è fin troppo riassunto da scelte stereotipate. Da qui il trionfo delle catenine d'oro e delle canottiere con irrinunciabile stuzzicadenti a fare da cornice in contrapposizione ad una eleganza innaturale e ossessivamente abbinata firmata senza troppi misteri Liu Jo. A questi look che non lasciano alcun mistero sulla natura dei personaggi si affianca la scelta del cibo, da sempre al centro di diatribe regionali, che in questo caso dovrebbe rappresentare l'orgoglio ostentato delle proprie origini e l'altrettanto evidente rifiuto di quest'ultime. Un'idea in se apprezzabile se non si riducesse nell'identificazione della pastiera come elemento unificatore del focolare. E, per finire, non poteva mancare l'abbraccio di gruppo finale che, oltre a ristabilire la pace tra fratelli, identifica la famiglia come unico luogo in cui rifugiarsi da una società prima di etica, facilmente corruttibile e affascinata dal potere. In qualsiasi forma si presenti. Anche nelle vesti di un presunto boss scalcinato capace di giustiziare solo un orsetto di peluche.

Tiziana Morganti
Redattore
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