The Look of Silence

2014, Documentario

Recensione The Look of Silence (2014)

Seguito ideale del precedente The Act of Killing (ma pensato precedentemente a quest'ultimo) il documentario di Joshua Oppenheimer torna a raccontare, alternando i punti di vista di vittime e carnefici, una delle più sconvolgenti tragedie rimosse della storia dello scorso secolo.

The Look of Silence

2014 – Documentario
3.9 3.9

È da quasi un quindicennio, dai tempi del documentario The Globalisation Tapes (2003) che il produttore e regista Joshua Oppenheimer si interessa alla recente storia indonesiana; in particolare, il suo occhio è puntato sulla sanguinosa dittatura che dal 1965 vide protagonista, dopo un colpo di stato militare, il generale Suharto.

Nel primo lungometraggio da lui diretto, The Act of Killing - L'atto di uccidere (2012), il regista americano aveva raccontato, con uno sconvolgente mix di documentario e meta-cinema, il genocidio che fu premessa e condizione di quel regime: l'assassinio, tra il 1965 e il 1966, di circa un milione di sospetti comunisti, ad opera dell'esercito e di corpi paramilitari costituiti all'uopo, composti in larga parte di criminali comuni. Con questo The Look of Silence, presentato in concorso alla settantunesima Mostra del Cinema di Venezia, Oppenheimer riprende e approfondisce il suo discorso; il film, pensato prima del suo predecessore ma realizzato (in larga parte) successivamente, punta stavolta l'obiettivo su una famiglia che perse un figlio in quel terribile periodo.

E' l'oculista quarantaquattrenne Adi, nato poco dopo l'assassinio di suo fratello Ramli, il centro e il cuore pulsante del film; l'uomo ha voluto seguire il regista nella sua indagine sui perché di quegli eventi, accettando di guardare in faccia (letteralmente) gli assassini di suo fratello. Le interviste fatte da Adi agli uomini coinvolti nel massacro, a quelli che lo pianificarono e a coloro che lo coprirono con un benevolo silenzio, sono inframezzate dalle registrazioni video di un precedente documento realizzato dal regista, che vede protagonisti due degli uomini che materialmente uccisero il giovane, dagli interventi della madre dell'uomo, che rievoca l'orrore e il senso di vuoto lasciato da quell'evento, e da quelli del padre, ormai affetto da demenza senile. Su tutto, come per il precedente lavoro di Oppenheimer, gravita una sconvolgente consapevolezza: i responsabili di quegli eventi, nell'Indonesia odierna, non solo non hanno pagato per i loro crimini, ma vengono guardati oggi, da larga parte della società indonesiana, come eroi nazionali.

Vittime e carnefici

Come per The Act of Killing, il primo motivo di coinvolgimento di questo The Look of Silence è extra-cinematografico: l'emersione di un genocidio agghiacciante quanto colpevolmente taciuto, infinitamente meno noto di analoghi eventi occorsi nel secolo scorso; la sua vicinanza temporale al presente, e la consapevolezza che i protagonisti di quell'orrore sono stati i fondatori (in parte ancora occupanti posti di potere) dell'Indonesia moderna. Ma, mentre il precedente lavoro di Oppenheimer si concentrava su uno degli assassini (il gangster Anwar Congo) e mostrava un suo incredibile quanto tardivo ravvedimento, qui l'obiettivo è puntato alternativamente su aguzzini e vittime; l'oculista Adi interpella i genitori e (in un'intervista toccante) uno dei sopravvissuti alla strage, ricostruisce le loro narrazioni, si pone nella doppia posizione di autore e terminale del racconto. Inoltre, accompagna il regista nella sua incessante ricerca (destinata inevitabilmente a restare senza risposte) dei perché di tanto sangue, e di un qualche segno di pentimento, o quantomeno di umanità, negli assassini di allora.

Vedere il silenzio?

The Look of Silence: una scena del documentario diretto da Joshua Oppenheimer

Adi, che può contare (essendo nato dopo la morte del fratello) su una relativa distanza emotiva dagli eventi, cerca metaforicamente di far vedere a quegli uomini l'orrore delle loro azioni, di squarciare il velo del silenzio attraverso l'attivazione di uno sguardo interiore che ne mostri gli effetti; ma, a differenza di quanto accadde col gangster del film precedente, il tentativo resta senza risultati. Non c'è consapevolezza nello sguardo di coloro che ordinarono, pianificarono e coprirono il massacro; neanche in quello dello zio di Adi, guardia carceraria di allora e di fatto corresponsabile della morte di suo nipote. Ciò che, con il criminale Anwar Congo, riuscì alla potenza dell'auto-rappresentazione (tramite la ricostruzione finzionale delle sue azioni) non riesce alla semplice ricostruzione narrata; gli uomini intervistati, che in larga parte non si sporcarono le mani direttamente col sangue di Ramli e di altri innocenti, non si sentono responsabili dei loro crimini. La distanza dalla consapevolezza, nei loro occhi come nei loro racconti, resta abissale. Non meno agghiacciante della fierezza mostrata, nel video registrato dieci anni prima dal regista (la cui visione, da parte di Adi, diventa parte del racconto) dai due killer materiali di Ramli: inevitabilmente tenuti a distanza, spaziale e temporale, dal fratello della vittima, probabilmente impossibilitato a spingersi tanto in là nel suo contatto con l'orrore.

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L'intervista a Joshua Oppenheimer

Ottiche complementari

Rispetto a The Act of Killing, questo The Look of Silence ha una struttura più essenziale, ma anche un linguaggio più classicamente documentaristico: attraverso un procedimento diverso, ma complementare a quello del suo film precedente, il regista punta direttamente al suo obiettivo (la ricostruzione degli eventi da parte dei loro protagonisti, dai due lati della barricata) limitando al minimo il peso della sua presenza (pur evidente in alcuni inserti, tra cui la bella sequenza di apertura) nelle immagini. Il risultato, frutto del rigore della ricerca e della passione che Oppenheimer da sempre mostra nel suo lavoro, non è meno emotivamente potente: il registro scelto, così essenziale e pregnante, mette ancora una volta a nudo la sconvolgente assenza di empatia, prima ancora che di un pur elementare senso morale, nei responsabili di quegli eventi; mentre la scelta di moltiplicare i punti di vista pone l'accento sulle ferite, ancora tragicamente sanguinanti, che quei due anni infersero a tante famiglie. Il volto dell'orrore resta inconoscibile nella sua interezza, ma la necessità dell'indagine, e del racconto, è ancora una volta ribadita con forza.

Conclusioni

Il lavoro di indagine e ricostruzione portato avanti da Oppenheimer, su una delle pagine più nere (ed oscure) della storia contemporanea, resta di una necessità assoluta. Un'opera come The Look of Silence porta con sé un valore, estetico e divulgativo, di grandissima rilevanza. La vetrina veneziana (e la sua presenza in concorso) servirà sicuramente ad accrescere la visibilità dell'opera del regista, nonché la consapevolezza, ancora drammaticamente insufficiente, intorno agli eventi da lui narrati.

Recensione The Look of Silence (2014)
Marco Minniti
Redattore
4.0 4.0
Venezia 2014
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