Recensione The Humbling (2014)

Traendo spunto da un romanzo di Philip Roth, Barry Levinson confeziona un film che vuole essere una riflessione sull'arte del recitare, sui confini tra palcoscenico e vita e sulla natura della percezione: ma a farsi ricordare, soprattutto, è l'interpretazione virata al grottesco (un po' autoreferenziale) del protagonista Al Pacino.

Recensione The Humbling (2014)
The Humbling

2014 – Drammatico
2.9 2.9

Simon Axler, nella sua vita, ha interpretato di tutto e di più, ma ora sembra aver perso il quid. L'attore ultrasessantenne, scontroso e solitario, sta da tempo riflettendo sulla vita, sui suoi conseguimenti, sul confine tra arte e realtà; nonché sul fatto che, per anni, non ha fatto che recitare un ruolo, fuori e dentro il palco. Ma intanto, nei suoi veri spettacoli, Axler è ora incapace di rendere come un tempo. Stropicciato, claudicante, dal volto sofferente, l'attore confonde i copioni e dimentica le battute; finché una fallimentare rappresentazione shakespeariana non dà il colpo di grazia alla sua carriera. Simon cade in una profonda depressione, che lo porta anche a un maldestro, e quasi comico, tentativo di suicidio.

Dopo un breve ricovero in una clinica psichiatrica, nella sua vita irrompe Peegen, figlia di una coppia di amici attori; Simon la ricorda come una bambina, ma ora Peegen è donna adulta, lesbica dichiarata. Se non fosse che l'ammirazione da sempre provata per l'attore, il mito di Simon Axler in cui Peegen è cresciuta, la spinge ora a intraprendere con lui una difficile relazione. Ma quest'ultima, per Simon, sarà l'inizio di una risalita, o la certificazione definitiva di un crollo, personale ed artistico?

Le vite di Al

The Humbling: Al Pacino con Greta Gerwig in una scena del film

Il nuovo film di Barry Levinson, The Humbling, è l'adattamento di un recente romanzo di Philip Roth; ma è soprattutto un'opera che vive delle ossessioni, dell'istrionismo e del rapporto con l'arte espressi dal suo protagonista, Al Pacino. La passione per il teatro, le riflessioni meta-artistiche, la tendenza alla compenetrazione tra set, palcoscenico e vita, hanno già informato molta parte della carriera recente di Pacino; ma, nel caso del film di Levinson, si può dire che l'ingombrante personalità del protagonista straborda, letteralmente, fuori dal personaggio, pervadendo l'intero film. Malgrado la nobile fonte letteraria, The Humbling non potrebbe vivere senza la presenza dell'attore italoamericano; lo script sembra maneggiare il personaggio di Roth per adattarlo alle sue fattezze, e soprattutto alle istanze che la sua figura di interprete, attualmente, sempre più spesso vuole esprimere. La conseguenza di questo approccio è che il film di Levinson, già a livello di progetto, presentava più di un rischio: se la traccia esplicita è quella del romanzo, l'anima dell'opera è inevitabilmente condizionata dal peso di una personalità ingombrante. Tirarne fuori un film equilibrato, probabilmente, era un'impresa quasi impossibile.

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The Humbling: Al Pacino in una scena del film

La dittatura dell'attore

Che Levinson sia caduto nella "trappola", in effetti, è abbastanza evidente guardando il film. In quello che, più che un dramma su un attore in disgrazia, appare spesso come un lungo monologo cinematografico, il protagonista mette in ombra non solo la sua spalla Greta Gerwig, ma anche e soprattutto la stessa regia: Levinson, per larga parte del film, abdica di fatto al suo ruolo, limitandosi a shooter di una statica pièce cinematografica fortemente sbilanciata sul suo protagonista. Il tono del film subisce, ovviamente, la forte influenza di questo approccio: le pagine di Roth sono piegate a un grottesco che si rivela, qui, integralmente informato di tic, capricci e nevrosi del personaggio principale.

In una messa in scena più piana e convenzionale di quanto sarebbe stato lecito attendersi, a latitare sono soprattutto le idee: il film reitera, un po' stancamente, lo schema dei dialoghi via Skype tra il protagonista e il suo terapista, alternati alla convivenza sempre più problematica col personaggio della Gerwig, e alle pittoresche apparizioni che si susseguono nella sua casa (la donna depressa e aspirante omicida del marito, i precedenti amori delusi della convivente). La sostanziale staticità che tale approccio porta con sé finisce per condurre, alla fine, alla noia.

Cenni onirici

The Humbling: Kyra Sedgwick in una scena del film

Eppure, le ambizioni di The Humbling erano (o sarebbero dovute essere) più alte: e gli inserti onirici di cui lo script dissemina, pur in modo sconnesso e poco organico, la narrazione, sembrano dimostrarlo. La riflessione sulla percezione, sulle molte facce della realtà, nonché i dubbi instillati nello spettatore, in alcune sequenze, sulla natura di ciò che sta vedendo, suggeriscono un altro film; quello che Levinson non ha avuto il coraggio (o la capacità) di girare. Questa componente si rivela, anch'essa, sacrificata: immolata sull'altare di un narcisismo attoriale che, oltre che poco produttivo, si fa via via più autoreferenziale. L'ultimo dialogo della coppia mostra un sussulto, una volontà del film di riscattarsi dal clima (paradossalmente) povero di emozioni a cui l'approccio scelto lo ha condannato; ma è un sussulto effimero, e tardivo. Nelle sue due ore di durata, il film di Levinson non ha fatto che inseguire il proprio protagonista, sposandone integralmente l'ottica e condividendone il destino.

Conclusioni

The Humbling tratta temi problematici, e le peculiarità del soggetto presentavano più di un rischio. Le attenuanti, per Levinson e gli sceneggiatori, ci sono tutte. Ma il risultato resta troppo condizionato dalla personalità di Pacino, e dalla particolarità di questa fase della sua carriera; e l'equilibrio del tutto, come la sua riuscita, finiscono per risentirne.

Marco Minniti
Redattore
2.0 2.0
Venezia 2014
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