Recensione The Eye of the Storm (2011)

Nella seconda parte, in cui il tono della narrazione in parte cambia, si riesce a scorgere un'anima sotto la dura scorza ostentata dai tre protagonisti, le loro storie personali vengono precisate, e il coinvolgimento emotivo, prima latitante, affiora con forza.

La tempesta imperfetta

A Sidney, l'anziana e ricca Elizabeth Hunter vive tra lusso e decadenza gli ultimi giorni della sua vita. Allettata, con accanto due infermiere e una governante che la assistono, e un avvocato a curare le sue ultime volontà, la donna non sembra tuttavia intenzionata a morire prima di aver davvero deciso che è arrivata la sua ora: un bel problema per i due non più giovanissimi figli, Basil e Dorothy, che sperano di poter mettere presto le mani sulla ricca eredità della donna, accusata da entrambi di non aver dato loro il giusto affetto. Il primo è un attore teatrale di scarso successo che vive a Londra, la seconda è la moglie di un principe francese che non è stato in grado di garantirle il benessere economico. Entrambi convocati al capezzale della madre, i due finiranno per ingaggiare con lei un tour de force verbale e psicologico, con una controparte ormai non sempre lucidissima ma ancora dotata di una pungente ironia intrisa di cinismo; tra gli abiti sgargianti e i gioielli di cui ancora, nonostante la sua condizione, Elizabeth continua ad adornarsi. Tra gli sprechi delle finanze di famiglia, disinvoltamente impiegate per cibo e assistenza dall'anziana donna, i gioielli e gli abiti generosamente regalati alle infermiere, gli show danzanti improvvisati dalla governante davanti a una Elizabeth che non ha dimenticato il gusto per la mondanità, Basil e Dorothy inizieranno un lento ma costante riavvicinamento alla madre, cercando in prossimità della fine quella comprensione reciproca che è mancata finora, e forse un possibile perdono.

Ispirandosi all'omonimo romanzo del 1973, scritto dal premio Nobel per la letteratura Patrick White, Fred Schepisi mette in scena in questo The Eye of The Storm un pluridecennale conflitto di famiglia, che getta uno sguardo arguto e cinico su vizi, agi e miserie della vita borghese. Facendo un largo uso del montaggio alternato e del flashback, a seguire presente e passato dei tre personaggi principali della vicenda, il regista ne trae un ritratto impietoso, in cui il lusso sacrifica e comprime gli affetti, e in cui proprio la carenza di questi ultimi finisce per aumentare il cinismo nei comportamenti. La sceneggiatura infila, con un tono leggero ma pungente, una serie di battute al vetriolo, dialoghi riusciti e gustosi che delineano una costante tensione in questo singolare triangolo, un rancore reciproco neanche tanto celato sotto i sorrisi, ma anche una mal dissimulata voglia di riavvicinamento. In tutto questo, va rimarcata l'ottima prova di una Charlotte Rampling opportunamente invecchiata, efficace sia nei momenti in cui il suo personaggio fa sfoggio di tutto il suo cinismo, sia in quelli in cui emerge la sua fragilità, e la confusione di una donna che sente inesorabilmente avvicinarsi la fine. Anche gli ugualmente consumati Geoffrey Rush e Judy Davis, a interpretare i due rancorosi figli, entrano bene nei rispettivi ruoli, innervando un film che basa molta della sua forza drammaturgica sulla recitazione.
Quello che tuttavia va fatto notare, in una pellicola comunque non esente da imperfezioni di scrittura (l'accenno incestuoso visto a metà film, in una scena che coinvolge i due fratelli, non sembra giustificato dall'evoluzione della vicenda) è una messa in scena a tratti un po' pesante, ingessata, di fattura eccessivamente teatrale nonostante il frequente uso, a cui prima si accennava, di accorgimenti squisitamente cinematografici come il flashback. Nonostante la felicità di singole sequenze, e l'abbondanza di dialoghi in sé ben scritti, il film fatica a trovare il giusto ritmo, bloccato in una reiterazione di situazioni e confronti tra i personaggi molto simili tra loro, che alla lunga finiscono per stancare. Solo nella seconda parte, in cui il tono della narrazione in parte cambia, si riesce a scorgere un'anima sotto la dura scorza ostentata dai tre protagonisti, le loro storie personali vengono precisate, e il coinvolgimento emotivo, prima latitante, affiora con forza. Il flashback principale viene alternato, con una felice scelta di montaggio, ad una delle sequenze culminanti della vicenda, e la tempesta del titolo, reale e metaforica, acquista finalmente consistenza. Nonostante la fatica e le lungaggini di cui il film è costellato, l'intensità della conclusione si stampa nella mente, rendendo questo The Eye Of The Storm un'opera che risulta senz'altro, pur nelle sue imperfezioni, meritevole di visione.

Movieplayer.it

3.0/5