Recensione The Dark Side of The Sun

Tre anni dopo la presentazione al Festival del Film di Roma, il lirico documentario di Carlo Shalom Hintermann, incentrato su una rara malattia che rende letale la luce del sole, arriva finalmente in sala.

Recensione The Dark Side of The Sun

Che The Dark Side of the Sun, documentario di Carlo Shalom Hintermann datato 2011, e già passato in un gran numero di festival internazionali (ivi compreso il Festival del Film di Roma, in quella che fu la sezione Extra) sia infine approdato in sala, è un gran bene. Un bene che va oltre il pur notevole valore cinematografico del film di Hintermann, tra i conseguimenti più alti che il documentarismo di casa nostra (ma, ora più che mai, tale etichetta inizia ad andare stretta a certi prodotti) abbia raggiunto negli ultimi anni; per una volta, infatti, gli intenti di divulgazione e sensibilizzazione di un prodotto che fa della malattia il suo fulcro tematico, risultano veri e sinceri, e si integrano nel racconto cinematografico in modo perfetto e quasi magico.

Riassumiamo, in breve, il tema del film: lo Xeroderma Pigmentosum (XP) è una rarissima malattia genetica, che rende nociva e potenzialmente letale l'esposizione ai raggi del sole: le cellule, infatti, non riescono a riparare i danni provocati dai raggi ultravioletti, come accade nei soggetti sani, e la probabilità di sviluppare tumori della pelle risulta mille volte superiore. I malati, gravati da una bassa aspettativa di vita, sono costretti a una perenne vita notturna, e a porre estrema attenzione anche all'illuminazione artificiale (la maggior parte delle comuni luci elettriche risultano ugualmente dannose, e si pone la necessità di usare lampade speciali). Dall'iniziativa dei genitori di Katie Mahar, bambina statunitense malata, nasce la XP Society e il suo progetto più importante, Camp Sundown: un campo estivo che è punto di ritrovo annuale, assistenza e cura, ma anche socializzazione, gioco e ascolto, per tutti i ragazzi affetti da tale patologia, nonché per le loro famiglie. Hintermann e la sua troupe sono entrati a Camp Sundown e ne hanno seguito l'attività per tre anni: lavorando a stretto contatto con i suoi giovani ospiti, e coinvolgendoli direttamente nel processo creativo, hanno infine confezionato questo lavoro. Un prodotto, nel suo genere, pressoché unico. Vediamo perché.

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Emozioni che si animano

The dark side of the sun, un'immagine tratta dal documentario sul campo estivo notturno americano per i bambini affetti da Xeroderma Pigmentosum

La locandina di The Dark Side of The Sun annuncia che il film ha commosso anche un'istituzione della critica cinematografica italiana come Enrico Ghezzi. Non abbiamo problemi a crederlo. L'aspetto emotivo della narrazione, infatti, è fondamentale e preponderante nel film di Hintermann: ma, per una volta, si tratta di un aspetto emotivo che fluisce e innerva la struttura documentaristica in ogni suo aspetto, integrandosi in essa senza soluzioni di continuità, con una freschezza e una sincerità difficili da riscontrare altrove. Fulcro di tale componente sono le sequenze animate di cui il film è costellato, pensate e scritte dagli stessi piccoli ospiti del campo: sequenze che, nell'estetica come nella cosmogonia che delineano, risultano debitrici della migliore animazione giapponese (dallo Studio Ghibli di Hayao Miyazaki e Isao Takahata alle opere di Katsuhiro Otomo e Mamoru Oshii) non facendo tuttavia mai mancare una rielaborazione personale, frutto della felice sinergia tra la mente creativa (quella dei bambini) e il braccio (il direttore delle animazioni Lorenzo Ceccotti). Quello che tuttavia sorprende è il grado di integrazione, di una spontaneità e naturalità davvero rare, tra tali sequenze e il tessuto narrativo del film: il racconto dell'esistenza notturna, lunare, fatta di sogni, paure, condivisione e piccoli gesti quotidiani, degli ospiti di Camp Sundown, viene poeticamente trasfigurata nelle immagini fantastiche disegnate da Ceccotti e dal suo staff; come se queste ultime ne fossero uno sbocco, un'evoluzione quasi obbligata. Senza mancare ai suoi doveri di divulgazione e sensibilizzazione, nonché di racconto della realtà (una realtà spietata e drammatica) il film di Hintermann è già lirico, già venato di suo di un afflato fiabesco: già in sé, insomma, un antidoto cinematografico alla spietatezza della realtà.

Perché la notte

La peculiare condizione dei piccoli protagonisti, le storie da loro create che sono andate a costituire gli inserti animati (in tutto, circa i 2/3 di film), le attività del campo catturate dalla videocamera di Hintermann, vanno a costituire ovviamente una mitologia rovesciata: è il sole, per i residenti di Camp Sundown, ad essere fonte di pericolo, mentre la notte è rifugio, protezione, ma anche inesauribile fonte di magia e scoperte. I giochi notturni, le escursioni, la scoperta delle specie che popolano la notte, tutto ciò che i responsabili del campo fanno per trasformare il doloroso impedimento che affligge i ragazzi in una continua fonte di scoperte: tutto questo concorre a un equilibrio unico e magico, che dalla comunità viene trasmesso sullo schermo. Senza pietismi o ipocrisie, e senza negare il dramma della malattia (anche un lutto viene rappresentato, senza mediazioni di sorta) l'accento è posto sulla ricchezza umana, di apertura mentale e opportunità di crescita, a cui tale condizione costringe: la forma mentis dei bambini di Camp Sundown (e, di rimando, quella di familiari e operatori della struttura) è radicalmente diversa da quella di chi non è stato toccato da tale esperienza. Il manicheismo è radicalmente rigettato, in ogni sua forma: nella narrazione degli inserti animati, giorno e notte sono fantasticamente personificati da due entità, contrapposte ma dialoganti, entrambe custodi del proprio regno, entrambe necessarie per la sopravvivenza dell'universo. Entrambe con i propri figli da proteggere. E forse, se volessimo spingere la metafora più in là, potremmo dire che è arrivato finalmente il momento di abbandonare ogni manicheismo anche per quanto concerne l'opposizione tra cinema narrativo e documentario: un film come questo, lungi dall'essere l'unica prova dell'artificiosità di tale distinzione, è probabilmente l'attestazione definitiva della sua inutilità. La sua tendenza alla contaminazione dei linguaggi, così spinta eppure così equilibrata e riuscita, rende evidente che qualsiasi barriera, se mai ha avuto senso, oggi l'ha definitivamente perso. Divulgazione ed emozione, cronaca e fiaba, resoconto rigoroso e poesia, possono, e in certi casi devono, coabitare. Servono altre prove?

Conclusione

The dark side of the sun, una scena tratta dal documentario incentrato sullo Xeroderma Pigmentosum, malattia che colpisce i bambini costringendoli al buio

Non crediamo di dover aggiungere molto. Fa piacere che, dopo tre anni di limbo (costellato, tuttavia, di importanti riconoscimenti) un'opera come questa abbia raggiunto finalmente una visibilità "istituzionale". Si tratta di un'opera preziosa per molti versi, la maggior parte dei quali crediamo (speriamo) di essere riusciti ad evidenziare: sostenerla, da par nostro, è quanto di più vicino a un obbligo si possa immaginare.

Marco Minniti
Redattore
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