Recensione Surrounded

L'esordio di Laura Girolami e Federico Patrizi è un thriller debitore a tanto cinema di genere, italiano e americano, degli anni '70 e '80: lo stile non manca, ma lo spunto è eccessivamente esile e il risultato finale ne è penalizzato.

Recensione Surrounded

Maryann e Carl si sono da poco trasferiti in una villa isolata, in campagna, mentre la donna attende di dare alla luce il suo primo bambino. Lei è un'insegnante di liceo in ferie, lui un avvocato, il cui lavoro lo porta a volte ad assentarsi da casa per brevi periodi. Proprio quando il marito parte per uno dei suoi viaggi di lavoro, Maryann resta sola nell'enorme residenza, cominciando ad avvertire un senso di disagio. La sensazione di non essere sola attanaglia la donna con sempre maggior forza, mentre lentamente il giorno fa spazio alla notte. La sensazione diventa progressivamente una certezza: forse gli ospiti di Maryann sono presenze impalpabili, forse individui in carne ed ossa, ma di certo le loro intenzioni non sono buone. La donna si trova, improvvisamente, a dover lottare per la propria vita, sperando di sopravvivere alla notte.

Distribuito in sala a inizio mese, e ora presentato al Fantafestival di Roma, Surrounded è l'esordio alla regia di Laura Girolami e Federico Patrizi, giovani filmaker con un'evidente passione per l'horror che fu (italiano e non). Il loro film, infatti, si inserisce nel filone dell'home invasion, occhieggiando in parte ai modelli d'oltreoceano (soprattutto ai classici di John Carpenter) e in parte al thriller italiano degli anni '70 e '80, con una costruzione visiva e scenografica figlia di molte opere di Dario Argento e Lucio Fulci. A produrre il tutto, un altro "figlio" cinematografico di quel periodo, quel Gabriele Albanesi che fu regista de Il bosco fuori e Ubaldo Terzani Horror Show, e di cui è appena arrivata in sala un'altra creazione (come produttore e sceneggiatore), l'horror a episodi Paranormal Stories.

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Surrounded: una suggestiva scena dell'horror

Un'invasione di stile

Surrounded non fa mistero, quindi, delle sue coordinate cinematografiche: i due registi infarciscono il film di riferimenti, visivi e narrativi, ai thriller/horror dei tempi migliori, con interni virati al bianco che ricordano in parte Tenebre, in parte L'uccello dalle piume di cristallo, piani ravvicinati sulla protagonista Tatiana Luter di chiara matrice argentiana, un commento sonoro debitore alle composizioni di Carpenter. Il gusto visivo di Girolami e Patrizi pervade il film dal primo all'ultimo minuto, catturando da subito l'occhio: i registi fanno largo uso di grandangoli, di riprese in steadycam e teleobiettivi, immergendo il tutto in una fotografia elegante, segnata dai chiaroscuri e in grado di esaltare la claustrofobia dell'ambientazione. Nonostante il budget ridotto, si avverte lo sforzo di portare sullo schermo un prodotto curato, rischiando anche che tanta cura estetica finisca per sconfinare nel formalismo. Per tutta la prima parte del film, il "gioco" funziona: complice il fascino dell'ambientazione, il film cattura il sottile disagio che si prova quando non ci si sente più al sicuro in quello che dovrebbe essere il rifugio privilegiato, la propria abitazione. Le false soggettive che tallonano la protagonista danno l'idea della presenza di entità impalpabili che condividono con lei la villa, mentre la sottolineatura visiva di alcuni ambienti (in primis la ripresa, insistita, sulle scale che conducono in cantina) aumenta il senso di disagio. La lunga preparazione all'invasione che seguirà risulta essere, in sé, la parte più riuscita del film.

Lotta notturna

Una paurosa scena del film horror

Quando Surrounded scopre le sue carte, tuttavia, e mostra la natura tutta terrena e concreta degli assalitori, il tutto diventa più convenzionale. Il successivo scontro, e la lotta per la salvezza della protagonista, sono portati avanti su binari risaputi, contraddicendo tutta la costruzione, basata sull'ambiguità e su un quid che sapeva di sovrannaturale, messa insieme nella prima parte del film. C'è un'evidente sproporzione, anche a livello temporale, tra l'abbondante e sapiente preparazione agli eventi che dovrebbero costituire il cuore della storia, e la loro successiva esplicitazione; quest'ultima si rivela invero affrettata e poco convincente. Gli interni della villa, prima potenziali incubatori di incubi e minacce senza volto, divengono semplice teatro di una resa dei conti banale e già vista, per cui si perde presto interesse. L'impressione è che la sostanziale esilità dell'idea di base, coperta da una notevole (ma un po' gratuita) esibizione di stile nella prima metà del film, finisca per far pagare pegno alla pellicola nella seconda, quando inevitabilmente i nodi vengono al pettine: le stanche sequenze che vedono la Lutter inseguita da poco inquietanti assalitori in maschera bianca, mantengono poco del mood carpenteriano che il film si proponeva di raggiungere. La risoluzione della vicenda, poi, risulta anch'essa affrettata e poco credibile, mentre il successivo colpo di scena si rivela decisamente posticcio. Non si vuole sostenere, qui, che l'essenzialità nel soggetto sia in sé un male, specie per un thriller; il problema è il modo in cui questa viene tradotta nella messa in scena, e le promesse (qui non mantenute) che il soggetto pone nel suo svolgimento.

Conclusioni

Surrounded: la protagonista Tatiana Luter in un'inquietante scena dell'horror

Surrounded è un esercizio di stile interessante, quanto sconnesso: diviso in due, non in grado di sviluppare, nella sua seconda metà, le tante suggestioni (portate allo spettatore tramite una sovrabbondanza di espedienti visivi) accumulate nella prima. Ai due registi serviva, probabilmente, uno script di maggiore consistenza. Attendiamo fiduciosi, comunque, la loro prossima prova.

Marco Minniti
Redattore
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