Recensione Snow in Paradise (2014)

Andrew Hulme ci trasporta nel mondo interiore di un giovane gangster in cerca di redenzione, ma noi vogliamo togliere il disturbo il prima possibile.

Il primo (e speriamo ultimo), autentico tonfo della sezione Un certain regard della 67. edizione del Festival di Cannes arriva dal Regno Unito, ed è la tediosa, insopportabilmente confusa esplorazione della coscienza di un piccolo criminale intontito dalle droghe, schiacciato dal rimorso e diviso tra due datori di lavoro.

Quella consegna maledetta

A scatenare gli eventi (si fa per dire) alla base di Snow in Paradise è la semplice consegna di una partita di droga, un lavoro assegnato a Dave dal tirannico zio Jimmy. Il nostro eroe, a questo punto, è un piccolo criminale abbastanza in pace con la sua coscienza, ma stavolta qualcosa va storto, e a subirne le conseguenze è il suo migliore amico, Tariq. Dopo la sua morte, della quale si sente inevitabilmente responsabile, Dave si lascia andare a un vortice di autodistruzione, preso tra il violento, crudele Jimmy, la promessa di una carriera meno violenta da parte di Mickey, vecchio amico di suo padre, e una speranza ancora più elusiva, quella rappresentata dalla conversione all'Islam.

Snow in Paradise: una suggestiva immagine del film
Snow in Paradise: una suggestiva immagine del film

Redenzione da incubo

Snow in Paradise: Frederick Schmidt in una scena
Snow in Paradise: Frederick Schmidt in una scena
Montato in maniera non lineare, calato in un'atmosfera opprimente e claustrofobica, il film di Hulme - al debutto come regista dopo numerose, buone prove da montatore - Snow in Paradise intende evidentemente trasportarci nel mondo interiore di un uomo che, sconvolto dal senso di colpa, improvvisamente disgustato dal crimine e dalla violenza che sono stati fino ad allora il suo pane quotidiano, cerca vanamente sollievo nell'alcool, nel sesso e nelle droghe, per poi rivolgersi, non senza dubbi e ripensamenti, alla religione dell'amico scomparso a causa sua, l'Islam. Purtroppo, in mancanza di una solida struttura narrativa e di un lavoro dignitoso dei personaggi (anche solo il protagonista sarebbe bastato), il tutto risulta soltanto pretenzioso, ammorbante e soporifero. Un paio di momenti si sollevano sulla mediocrità complessiva del film, grazie alla simpatica parlata di David Spinx, ma per il resto le interpretazioni condividono la nebulosa e stolida qualità della pellicola.

Una storia vera

Snow in Paradise: Frederick Schmidt pieno di rabbia in un momento del film
Snow in Paradise: Frederick Schmidt pieno di rabbia in un momento del film
Snow in Paradise è tratto da una storia vera, quella di Martin Askew, un uomo nato e cresciuto nei bassifondi criminali dell'East End londinese e nipote del selvaggio boss Lenny McLean, detto "The Guv'nor", la cui storia di redenzione attraverso la fede religiosa ha affascinato il neoregista Hulme. Askew ha scritto il film insieme a Hulme, lo interpreta nel ruolo del terribile zio, ed è legato a un progetto in lavorazione dedicato esclusivamente a McLean. Che, ahinoi, a questo punto non moriamo esattamente dalla voglia di vedere...

Conclusione

Alla luce del risultato, è difficile vedere ragioni di interesse persino nel soggetto di matrice biografica. Il problema principale di Snow in Paradise è una sceneggiatura nebulosa e approssimativa da cui non può svilupparsi una narrazione coerente, ma c'è ben poco da salvare nell'intera produzione.

Movieplayer.it

1.5/5