Recensione Seventh Code (2013)

Con questo mediometraggio, Kiyoshi Kurosawa affronta un genere per lui inusuale come quello del thriller spionistico, ribadendo tuttavia una poetica e un'anima 'nera' che nel suo cinema non è mai venuta meno.

Recensione Seventh Code (2013)

La settima nota in nero

Akiko, giovane di nazionalità giapponese, è appena arrivata in Russia per cercare l'imprenditore Matsunaga, mossa dal desiderio di incontrarlo di nuovo dopo aver cenato con lui. Quando finalmente la ragazza lo trova, nella città di Vladivostok, l'uomo è evasivo, e si limita a dirle di non fidarsi di nessuno nel suo soggiorno in terra straniera. Poco dopo, Akiko viene aggredita e completamente derubata, ma riesce a trovare ospitalità (e lavoro) presso un suo connazionale, gestore di un ristorante. Qui, la ragazza conosce anche una giovane cinese, compagna e convivente dell'uomo; i due cercheranno di aiutarla a ritrovare Matsunaga, e a spiegare l'enigma di ciò che le è successo. Ma, durante le ricerche, i tre scoprono che l'imprenditore è coinvolto in un giro di affari poco chiari...

Seventh Code: Atsuko Maeda con Ryôhei Suzuki in una scena
Presentato in concorso, in anteprima mondiale, nell'ottava edizione del Festival del Film di Roma, Seventh Code rappresenta un prodotto apparentemente atipico per il cinema di Kiyoshi Kurosawa. E' atipico, questo nuovo film del regista giapponese, innanzitutto per la durata: solo 60 minuti, quasi a compensare l'estensione del precedente thriller Penance, progetto di origini televisive che il regista aveva presentato lo scorso anno a Venezia. Anche il genere trattato, quello del thriller spionistico, è apparentemente quanto di più lontano dalle corde di Kurosawa, cineasta che abbiamo imparato ad amare con horror minimalisti e d'autore quali Kairo e Cure, o con prodotti ancora più difficili da classificare come il dramma Charisma. Enigmatico fin dal titolo, il cui senso sarà spiegato solo in una canzone posta poco prima dei titoli di coda, Seventh Code mantiene tuttavia tutti gli stilemi, e anche i temi di fondo, della poetica del suo autore: Kurosawa, che i suoi film piacciano o meno, resta uno dei cineasti più riconoscibili del panorama cinematografico contemporaneo.

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Seventh Code: Atsuko Maeda insieme a Ryôhei Suzuki in una scena
Visivamente, i marchi di fabbrica del regista vengono utilizzati anche qui, seppur in modo più parco che in passato: interni cupi e sporchi (con l'eccezione della splendida villa del finale) fotografati tuttavia con un'eleganza che cattura subito l'occhio dello spettatore, esterni che ritraggono le periferie dismesse di una città russa come quelle di una metropoli giapponese; figure umane che si stagliano silenziose nella penombra, campi lunghi o lunghissimi a rivelare, quasi in modo casuale, dettagli fondamentali della trama. Anche se Kurosawa sembra aver limato, nel corso degli anni, molta della sua intransigenza estetica, confezionando prodotti più accessibili al grande pubblico (compreso quello occidentale) il suo resta un cinema di genere dall'anima indipendente, carico di simbolismi e possibili livelli di lettura. Di questo Seventh Code, al di là di un twist narrativo che spiazza, ma in fondo non più di tanto (a rovesciamenti di prospettive simili siamo da tempo abituati) vanno sottolineati ancora una volta i temi cari al regista: la solitudine, che accomuna la protagonista e la sua amica e collega nel ristorante, l'incapacità di un contatto umano che non passi per la violenza, la difficoltà nel perseguimento delle proprie aspettative, che ognuno dei tre personaggi principali cerca di realizzare a modo suo, con risultati incerti o fallimentari.

Seventh Code: Atsuko Maeda in una scena del film
Kurosawa non rinuncia tuttavia all'ironia, particolarmente corrosiva nei minuti finali: in essi, il regista si fa letteralmente beffe degli stereotipi di un genere, quello del musical adolescenziale, rovesciandone crudelmente gli esiti. Se a qualcuno fosse venuto qualche dubbio, questo viene qui definitivamente fugato: Seventh Code ha un'anima nera, come d'altronde tutto il cinema del regista giapponese. La dimostrazione, ancora una volta, è in campo lungo, e giunge un attimo prima dei titoli di coda: in un'immagine finale, così squisitamente tipica del suo cinema, di devastante efficacia.

La manifestazione romana ha abbinato al film il contemporaneo corto Beautiful New Bay Area Project, ad esso in qualche modo complementare: con un po' di audacia immaginativa, si potrebbe persino arrivare a considerare questa piccola opera come un prequel del mediometraggio, vista l'evidente analogia dei temi e i punti di contatto nei rispettivi personaggi femminili (interpretati comunque da due attrici diverse). La ricerca del contatto umano (qui espresso come ossessione amorosa) in un contesto sociale che dà al denaro un valore preponderante, e soprattutto il suo raggiungimento sotto forma di violenza, sono elementi assolutamente comuni alle due opere. Segno, questo, di un evidente filo rosso che lega i due film, filo rosso che può ovviamente essere prolungato, con le sue diverse evoluzioni, a tutta l'opera del regista.

Marco Minniti
Redattore
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