Recensione Sette opere di misericordia (2011)

Il cinema dei fratelli De Serio è raro e lontano dalle logiche commerciali, ma necessario e ci ricorda che il senso dell'arte è anche mirare al superamento dei propri limiti, sia come autori che come spettatori.

Vestire gli ignudi

Attualità e spunti teologici si mescolano nell'unica pellicola italiana in concorso a Locarno 2011, l'esordio alla finzione dei documentaristi Massimiliano e Gianluca De Serio. Sette opere di misericordia è un lavoro ambizioso che denuncia modelli alti, evocando a tratti la durezza dei fratelli Dardenne e lo sguardo acuto e impietoso di Daniele Gaglianone. Come Pietro, dolorosa e necessaria opera di Gaglianone passata in concorso a Locarno nel 2010 e distribuita in sordina nelle sale, anche il film dei gemelli De Serio è ambientato nella squallida periferia di Torino, fotografata come una metropoli impersonale, fredda, inospitale. Immigrati clandestini che vivono di espedienti, borseggi e piccoli furti e trascorrono il tempo sui bus che collegano il centro all'hinterland, italiani spietati e privi di scrupoli che intrecciano trame sordide al solo scopo di ottenere un guadagno facile, totale assenza dei servizi sociali e dello stato. In questa atmosfera di desolazione e solitudine si intrecciano le vicende dell'anziano e malato Antonio e della giovane moldava Luminita che, dopo aver notato l'uomo mentre si trova ricoverato in ospedale, lo segue fino a casa e lo aggredisce per insediarsi nell'appartamento e usarlo come nascondiglio in cui custodire un neonato. Il piccolo, rapito dal campo profughi in cui vivono Luminita e i suoi aguzzini, le frutterà dei documenti e una nuova identità. Ma qualcosa va storto.


Sette opere di misericordia è un film complesso che, in virtù del rigore e della stilizzazione impressi a personaggi ed eventi, divide nel giudizio. Chiamare in causa i capisaldi della dottrina cattolica - come le sette opere di misericordia corporale enunciate dal Vangelo di Matteo - stimola i pasionari dell'ateismo a fraintendere e rileggere in chiave moralista un espediente dal sottile intento ironico. Quella che i De Serio costruiscono, stazione dopo stazione, scandendo i vari capitoli per mezzo di titoli che enunciano le varie opere (dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi, alloggiare i pellegrini...), è una via crucis attuale e umanissima che funziona per contrappasso visto che, nella maggior parte dei casi, al precetto enunciato corrispondono azioni di tutt'altro tipo. L'intento dei gemelli De Serio è mostrare come la redenzione possa giungere attraverso i percorsi più tortuosi e gli atti più atroci, come quelli compiuti da Luminita, viso d'angelo e spietata ferocia. L'ambiguità di Sette opere di misericordia, se vogliamo, sta nel cesellare una sceneggiatura priva di passaggi esplicativi secondari e nel forzare la mano nel tratteggio dei personaggi, gettando una luce fosca su ogni loro azione. Alla ferinità di Luminita, fredda e priva di scrupoli, si aggiungono i loschi affari in cui è invischiato Antonio e anche i personaggi secondari, dallo spietato addetto all'obitorio al bieco collaboratore di Antonio, rappresentano altre facce del male che opera nel mondo. Unica figura salvifica, un ragazzino moldavo che si fa carico della sofferenza di Luminita e che rappresenta il passaggio necessario della giovane donna verso l'espiazione.

Con lo stile denso e simbolico dei De Serio, dove la parola è ridotta all'osso e a generare significato sono gesti, sguardi, contatti tra gli umani dolenti che popolano il film, il ruolo dell'interprete diviene centrale. Così i due registi puntano tutto sullo straordinario Roberto Herlitzka che, nei panni di Antonio, offre un'interpretazione superlativa incentrata sulla corporeità e sull'intensità di ogni singolo sguardo. Altrettanto efficace la giovane rumena Olimpia Melinte, vera e propria rivelazione del film capace di tener tenesta a Herlitzka nonostante la sua scarsa esperienza. Sicuramente un'attrice da tenere d'occhio, così come i De Serio, noti fino a oggi soprattutto nel circuito della videoarte e del documentario. Nonostante il budget ridottissimo (circa 700 mila euro), Sette opere di misericordia è un film rigoroso, concettuale, poco incline ai compromessi commerciali. Un'opera imperfetta, divisa tra realismo e metafora, la cui ricercatezza stilistica, a prima vista, può spaventare lo spettatore meno raffinato, ma che punta a scopo preciso: narrare il nostro presente utilizzando un linguaggio non banale. Un cinema di questo tipo è raro, ma necessario e ci ricorda che il senso dell'arte è anche mirare al superamento dei propri limiti, sia come autori che come spettatori. Una lezione di cui fare tesoro grazie all'esempio dei fratelli De Serio.

Movieplayer.it

3.0/5