Recensione Rompicapo a New York (2013)

Il film difetta di una certa dilatazione temporale della vicenda nella parte centrale ma, ancora una volta come accaduto con L'appartamento spagnolo e Bambole russe, mette a fuoco i movimenti di una generazione senza cadere nel facile stereotipo.

Recensione Rompicapo a New York (2013)

A chi chiedere aiuto quando la vita si complica in modo notevole? Naturalmente ai filosofi tedeschi. Almeno questo è ciò che fa Xavier in preda all'ansia e alle preoccupazioni. Ossia accogliere fisicamente nella propria casa un teorico del pensiero a turno, purché di origine germanica, pronto a dispensare perle di saggezza. E' evidente che la mente di questo giovane scrittore di talento è fervida e in piena creatività, ma quando Hegel gli rivela la semplicità dell'esistenza teorizzata nella Fenomenologia dello spirito, non sembra essere molto convinto. E come potrebbe, visto che in pochi mesi la sua esistenza è stata completamente rivoluzionata? Generatrice del caos pratico ed emotivo che lo ha investito è la sua compagna Wendy che, dopo dieci anni di felice convivenza a Parigi, s'innamora di un americano e si trasferisce con figli al seguito niente meno che a New York. È pur vero che Xavier ha commesso qualche errore tattico come, ad esempio, aiutare la sua migliore amica Isabelle e la compagna a diventare madri. Sta di fatto che, non potendo piangere sul latte versato ed essendo irrimediabilmente innamorato dei suoi figli, Xavier fa le valige e va alla conquista di Manhattan.

Qui ad accoglierlo ci sono vecchi amici, una moglie cinese sconosciuta ma utile per ottenere la cittadinanza, il lavoro in nero come fattorino su due ruote e il ritorno a sorpresa di Martine, ex dei tempi giovanili dell'Erasmus quando le loro esistenze si incrociavano e consumavano all'interno di un appartamento spagnolo. Così, attraverso questa vicenda in cui l'happy ending è sempre dietro l'angolo, nonostante le proteste di un editore che non considera la felicità fruttuosa per la buona letteratura, Cédric Klapisch aggiunge un altro tassello al ritratto di una generazione senza fissa dimora per cui l'indipendenza e la fruibilità dei sentimenti sembra avere ancora l'elasticità della gioventù. Un film, probabilmente, difetta di una certa dilatazione temporale della vicenda nella parte centrale priva di colpi di scena fondamentali, ma ancora una volta, come accaduto con L'appartamento spagnolo e Bambole russe, mette a fuoco i movimenti di una generazione senza cadere nel facile stereotipo.

Generazione Erasmus

Rompicapo a New York: Romain Duris in una divertente scena del film

Quando nel 2002 Klapisch portò sullo schermo i ragazzi dell'appartamento spagnolo l'Europa sembrava essere in pieno fermento coinvolta nel progetto di comunità globale e impegnata a crescere una gioventù a colpi di frontiere cadute e libertà di movimento culturale e lavorativo. Un sogno ad occhi aperti che, a dirla tutta, è durato poco scontrandosi contro l'evidenza di una crisi globale. Analisi sociali a parte, però, il film ha avuto il merito di centrare perfettamente l'obiettivo e di portare sullo schermo quell'eccitazione che, fatta indossare a dei ragazzi per la prima volta alle prese con una vita da quasi adulti, aveva il valore aggiunto della sperimentazione di un viaggio iniziatico nella Spagna altrettanto giovane e senza pudori di Zapatero. Questo era quello che accadeva più o meno dodici anni fa. Oggi i sogni sembrano essere svaniti all'alba e il regista francese con Rompicapo a New York ha portato i suoi ragazzi a confrontarsi con il traguardo dei fatidici quaranta e con un mondo che non è esattamente come se lo erano aspettato.

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Ho appena quarant'anni. So cosa mi piace e lo dico

Considerato questo, però, Romain Duris, Audrey Tautou, Cécile De France e Kelly Reilly non mettono certo in scena la tristezza di una generazione sconfitta. Al contrario. Facendo affidamento su un'elasticità mentale e uno spirito di adattamento costruito a suon di viaggi e trasferimenti, in realtà sembrano essere gli unici in grado non solo di sopravvivere ma, addirittura, di vivere pienamente. A sostenerli è una leggerezza che non si coniuga certo con superficialità, visto che si assumono con ardore la responsabilità di paternità e maternità, ma che si riflette nell'affrontare la novità e nel conoscerla, piuttosto che nel combatterla. Un sentimento, quasi una filosofia, che il regista utilizza anche nella realizzazione tecnica del film, offrendo al personaggio di Xavier la possibilità, almeno all'inizio, di costruire un racconto immaginario usando una certa sperimentazione visiva alla Michel Gondry.

Mordere la Grande Mela

Rompicapo a New York: Romain Duris in una divertente scena del film

Per la città di New York essere la protagonista aggiunta di un film è naturale come respirare per un essere umano. Nel corso degli anni, infatti, il cinema ha corteggiato la città assiduamente mettendo in evidenza ogni aspetto, dal più glamour al più contestabile, sempre come un innamorato devoto. Questa volta, però, oltre ad esaltarne naturalmente la bellezza delle sue mille luci, Cédric Klapisch dona alla Grande Mela un ruolo ancora più centrale considerandola non solamente come un luogo ma come un essere autonomo capace di riportare l'uomo con i piedi ben piantati a terra. Come Xavier scopre presto, New York va in delirio per il cielo ma non concede facilmente questo privilegio. Prima di raggiungere la vetta dei grattacieli, mette alla prova i suoi sfidanti relegandoli saldamente al suolo e a una realtà non sempre a quattro stelle. Perché in questo luogo tutto è diviso in down e up. E solamente pochi privilegiati riescono a saltare delle tappe.

Abbiamo il diritto di inventare cose che non esistono

Quindi, lasciando da parte il romanticismo un po' scontato di Central Park in primavera o le passeggiate attraverso il Village, Xavier e Martine si aggirano per l'affollala Chinatown, mentre i ponti, anche se fotografati nel loro luminoso splendore, sono il luogo in cui una umanità varia è in eterno movimento e passaggio. Perché, alla fine di tutto, per i ragazzi dell'appartamento spagnolo diventati ormai adulti New York è il luogo che tutto e tutti accoglie, cosmopolita come pochi e altrettanto distratto. Insomma, il posto perfetto dove confrontarsi con l'ignoto e rendere il più prevedibile dei lieto fine doveroso e addirittura necessario.

Rompicapo a New York: Romain Duris nei panni di Xavier in una scena del film

Conclusione

Con Rompicapo a New York Klapisch chiude idealmente la trilogia su una generazione, accompagnando senza paternalismi o luoghi comuni i suoi ragazzi de L'appartamento spagnolo nell'età adulta e in un mondo che, pur se diverso da quello immaginato, li vede protagonisti e mai disposti a cedere il sogno di una vita.

Tiziana Morganti
Redattore
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