Recensione Ritorno a L'Avana

Presentato alle Giornate degli Autori della 71ª Mostra del Cinema di Venezia, il sesto film di Laurent Cantet è forse il film più teatrale ed emotivamente dell'autore francese, un film malinconico incentrato sulla storia cubana, sulla paura, i rimpianti, le delusioni e la rabbia di una generazione che ha a lungo creduto di essere protagonista di un cambiamento vero, di essere al centro di qualcosa di grande che avrebbe potuto funzionare davvero.

Recensione Ritorno a L'Avana
Ritorno a L'Avana

2014 – Drammatico
3.0 3.0

Cinque amici si ritrovano su una terrazza che domina i tetti de L'Avana a parlare di un passato che non tornerà più. Tania, Aldo, Eddy, Rafa si riuniscono in quello spazioso ed evocativo luogo della loro gioventù per accogliere dopo tanti anni il ritorno del loro amico Amadeo, esiliato da 16 anni a Madrid.
Baciati dalla luce calda del sole e dal profumo di salsedine, i cinque amici ballano, ridono, bevono, mangiano e si raccontano come forse non hanno mai fatto in tutta la vita. Dal tramonto all'alba tornano a galla i sogni infranti, i rancori, le speranze disattese di ieri e le disillusioni di oggi.

Palma d'oro al Festival di Cannes 2008 con La classe - Entre les murs, Laurent Cantet torna dietro la macchina da presa dopo Foxfire - Ragazze cattive con il dramma generazionale Ritorno a L'Avana, una storia corale e malinconica scritta a quattro mani con il romanziere cubano Leonardo Padura, autore del romanzo Le Palmiere et L'Étoile da cui l'autore francese ha preso ispirazione.

Piccole idee crescono

Ritorno a l'Avana: Néstor Jiménez in una scena del film

In realtà il film nasce diversi anni fa, quando il regista venne coinvolto nella realizzazione del film collettivo 7 giorni all'Havana e lì conobbe Padura che si occupava della supervisione delle sceneggiature. Da lì la proposta di realizzare a quattro mani un cortometraggio incentrato sul personaggio del suo romanzo e il conseguente accantonamento del progetto a causa di una sola consapevolezza: al mix di lingue, di culture, di racconti e di emozioni da raccontare non sarebbero bastati i quindici minuti di cortometraggio. L'argomento meritava un approfondimento diverso.

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Noi credevamo

Un'immagine tratta dal film Ritorno a L'Avana di Laurent Cantet

La difficoltà di essere protagonisti di una rivoluzione, l'impossibilità di essere altrove, l'incapacità di credere ancora e un disincanto che pesa come un macigno sui sessant'anni di uomini e donne che hanno dovuto rinunciare ai sogni. E' una generazione perduta quella che si ritrova sulla terrazza de L'Avana ad analizzare le poche vittorie e le tante sconfitte, quella nata tra il 1955 e il 1966, una generazione che nel momento di entrare in gioco ha dovuto fare i conti con le responsabilità, con la fine sostegno sovietico e con una crisi che ha segnato la fine del sogno. È quella generazione che ha vissuto in pieno il "periodo speciale" decretato da Fidel Castro all'inizio degli anni '90, dieci anni durante i quali tutti hanno conosciuto la fame ed un inasprimento politico che potesse contenere il più possibile le frustrazioni e i malumori che nascevano tra la gente. Per molti di loro il sogno si è infranto in quel momento, altri hanno tentato di adottare una posizione critica subendo l'accusa di tradimento, altri hanno lasciato la propria casa per una vita da esiliati in Spagna o tra le braccia del nemico negli Stati Uniti.

Un francese a Cuba

Ritorno a l'Avana: una scena

Una cosa è certa, un cubano non avrebbe mai potuto un film così, in primis per la quasi impossibilità di ottenere autorizzazioni e i finanziamenti, ma soprattutto perché era fondamentale in questo caso lo sguardo neutrale e il distacco di uno 'straniero' che riuscisse a far emergere pensieri, parole, emozioni e malumori che, tra cubani, si sanno e si vivono ma non si esprimono. E' sull'estraneità, che sia essa geografica, sociale o culturale, che Laurent Cantet ha sempre puntato nella sua carriera di sceneggiatore e regista per ottenere la massima concentrazione sulle storie e sui personaggi da raccontare. Al contrario gli attori protagonisti hanno preso subito coscienza di una realtà incontrovertibile: il 'periodo speciale' è finito, a Cuba oggi c'è maggiore libertà di parola e di pensiero e finalmente i cubani possono e sentono l'esigenza di raccontarsi senza timore davanti a una telecamera o sulle pagine di un libro, il tutto senza preoccuparsi delle conseguenze.

Rabbia e paura

Ritorno a l'Avana: una scena del film

Ritorno a L'Avana è un film sulla rabbia, perché i personaggi hanno stampato sul volto lo sguardo di chi è stato di fatto derubato di una parte della propria vita e la tristezza che nasce dalla consapevolezza di essere stati in qualche modo complici di questo furto. E' senza dubbio un'opera magnetica dal ritmo altalenante, che parte in sordina ma che nella seconda parte tira fuori una potenza emotiva ed una solidità drammaturgica del tutto inaspettate. E' anche in assoluto il film più teatrale di Cantet, quello che più si lascia andare in termini di emotività e di verbosità, con la macchina da presa che si incolla ai volti dei protagonisti e alle loro espressioni come mai ci era capitato di vedere nelle opere precedenti dell'autore. A controbilanciare l'estrema platealità dei dialoghi e il susseguirsi incessante di sovrapposizioni con l'uso del campo e del controcampo, un linguaggio che alla ricercatezza preferisce la semplicità ed una messa in scena essenziale che si limita ad analizzare l'ambiente reale e a restituirne il realismo senza andare per forza in giro per la città: i rumori del traffico, una terrazza posizionata tra terra e mare, i tetti circostanti, la gente alle finestre, il tramonto e l'alba, la strada, le luci dello stadio in lontananza, una sala da pranzo, lacrime e risate, risentimento e amore, un tempo e un luogo che si muovono insieme in parallelo senza che flashback o ricostruzioni a spezzare la magia. Commuove e rassicura l'ultima catartica inquadratura che apre lo sguardo dalla terrazza fino al mare. Un movimento di macchina che avvolge i cinque amici in un unico grande abbraccio d'amore.

Conclusione

Si mette completamente al servizio degli attori Laurent Cantet in questo Ritorno a l'Avana, una storia universale che riflette sulle speranze, sul futuro e sul passato di ognuno di noi. Rinunciando al pudore che contraddistingue solitamente le sue opere, in nome di un realismo e di una verità di cui Cuba e i cubani hanno estremo bisogno, il regista francese confeziona un'opera dall'impostazione classica e marcatamente teatrale che riesce a tenere incollato lo spettatore alla poltrona grazie alla bravura degli attori e alla sua straordinaria capacità di raccontare la vita rinunciando a qualsiasi tipo di protagonismo.

Luciana Morelli
Redattore
3.0 3.0
Venezia 2014
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