Recensione Red Family (2013)

Lo strappo insanabile fra Corea del Nord e Corea del Sud è tutto racchiuso in questa coraggiosa spy-story capace di reggere con disinvoltura ed eleganza la 'mano pesante' di Kim Ki-duk, autore della sceneggiatura e produttore.

Recensione Red Family (2013)

Le spie della porta accanto

L'apparenza inganna. Lo sanno bene le quattro spie inviate dal governo di Pyongyang nella vicina Corea del Sud per dare la caccia ai dissidenti. E così per non dare troppo nell'occhio il finto nonno, la finta moglie, il finto marito e la finta figlia, si trasformano nella famiglia perfetta. Mai una parola fuori posto, mai una discussione in pubblico, mai un gesto inconsulto fino al momento in cui la famiglia che vive nella casa accanto, una 'vera' rumorosa famiglia sudcoreana che nonostante le incomprensioni e le difficoltà economiche non ha mai smesso di volersi bene, non fa piombare i quattro infiltrati in uno stato di profonda depressione. Insomma da una parte una famiglia vera che va in pezzi, dall'altra una famiglia finta apparentemente felice che dopo un inizio piuttosto burrascoso instaurano un ambiguo rapporto d'amicizia, comprensione e simpatia che porterà i quattro agenti segreti a riconsiderare la loro missione segreta e a liberarsi dal pesante fardello ideologico che impedisce loro di vivere i rapporti umani con serenità e umanità. Una presa di coscienza che arriva però troppo tardi, quando il loro destino e quello della famiglia della porta accanto è ormai già stato scritto, quando il loro sogno di normalità si infrange per l'ennesima volta contro il muro dell'incomunicabilità ideologica e dell'imprevisto. Unica soluzione l'autodistruzione fisica, l'annientamento di corpi che hanno accettato per anni la schiavitù di una dittatura, che hanno obbedito, temuto fantasmi inesistenti, organizzato complotti e subito ricatti e repressioni in nome della guerra al capitalismo. E se il regime punta ad annullare l'umanità dei suoi servitori, loro preparano una rappresaglia finale ben più eclatante...

Red Family: una scena del film
Lo strappo insanabile fra Corea del Nord e Corea del Sud è tutto racchiuso in questa coraggiosa spy-story diretta dall'esordiente Lee Ju-Hyoung capace di reggere con disinvoltura ed eleganza la 'mano pesante' di Kim Ki-duk, autore della sceneggiatura e produttore. In un crescendo di tragedia e disperazione, la realtà e la messa in scena si mescolano in un cinico gioco delle parti che lascia aperto un varco di speranza solo per i più giovani. La cupa e grottesca analisi politica lascia però presto spazio a riflessioni profonde di più ampio respiro sull'autenticità dei sentimenti, sull'identità, sull'importanza della famiglia e sulla sottile linea che spesso divide la finzione dalla realtà. In un crescendo di tragedia e violenza, ironia macabra e drammaticità, Red Family restituisce gli eccessi e le contraddizioni di un paese in guerra contro se stesso. L'epilogo è di quelli che lascia il segno perché sulle note di Arirang, canzone feticcio del cinema più depresso di Kim Ki-duk, i quattro protagonisti prendono coscienza del paradosso di cui sono vittime: ha senso fingere di essere una vera famiglia per poter più facilmente distruggere la vita di altre famiglie con l'obiettivo di proteggere la propria?

Luciana Morelli
Redattore
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