Project Nim

2011, Documentario

Recensione Project Nim (2011)

L'opera di James Marsh è armonica e compiuta e soddisfa lo spettatore sia nell'aspetto prettamente documentaristico, mai pedante o didascalico, che in quello estetico.

Uomini e scimmie

Dopo il successo internazionale dell'acclamato Man on Wire, premiato con l'Oscar al miglior documentario, il regista inglese James Marsh torna dietro alla macchina da presa con Project Nim per raccontare la storia dello scimpanzè Nim, protagonista suo malgrado di un esperimento senza precedenti condotto da un team di studiosi della Columbia University. Era il novembre del 1973 e lo studio mirava a dimostrare che se cresciuto e accudito come un piccolo essere umano, uno scimpanzè poteva imparare a comunicare attreverso il linguaggio dei segni. Prelevato dagli scienziati coordinati dal professor Herb Terrace, a poche ore dalla sua nascita in un centro scientifico dell'Oklahoma, Nim è stato dunque allevato come un bambino nei suoi primi cinque di vita. Seguito quotidianamente prima dalla psicologa Stephanie LaFarge e poi dall'assistente di Terrace, Laura-Ann Petitto, Nim imparò subito una grande quantità di segni e gesti. Crescendo, e diventando sempre più forte e ingestibile, il primate fu affidato ad un gruppo di studentesse, radunate da Terrace in una lussuosa tenuta a Riverdale per proseguire i test. Test bruscamente interrotti, nonostante le 120 parole imparate, a causa di una crescente irrequietezza dell'animale, rispedito nel centro in cui vide la luce.

Project Nim: Nim legge il giornale in una scena tratta dal documentario di James Marsh
La permanenza forzata con i suoi simili, del tutto sconosciuti, fu resa più sopportabile soltanto dalla vicinanza di alcuni addetti come Bob Ingerssol, uno dei pochi a rapportarsi con l'animale, senza farsi deviare da alcuna finalità scientifica. Quando il centro di ricerca, a caccia di fondi, decise di vendere Nim e altre scimmie ad un altro laboratorio newyorchese, fu chiaro a tutti che sarebbe stato destinato ad una vita di solitudine. Tramite l'intercessione di un avvocato, lo scimpanzè finì nelle mani di un animalista, proprietario di un ranch in Texas. Neanche in quell'ambiente, però, Nim riuscì a trovare 'pace' e solo l'intervento di un vecchio amico come Bob potè accompagnarlo fino al giorno della sua morte, avvenuta nel maggio del 2000 all'età di 26 anni. Il lavoro di James Marsh, presentato fuori concorso nella sezione Extra - L'altro cinema, e già visto all'ultimo Sundance Film Festival, è incredibilmente armonico e compiuto e soddisfa lo spettatore sia nell'aspetto prettamente documentaristico, mai pedante o didascalico, che in quello estetico. Merito di alcune efficaci scelte di montaggio e di una colonna sonora evocativa (firmata da Dickon Hinchcliffe) che riesce a fondere in maniera encomiabile le immagini di repertorio, molte delle quali totalmente inedite, e le interviste attuali al team di scienziati che all'epoca si era occupato del progetto. E' dalle dichiarazioni di tutti i protagonisti che il regista, senza alcuna invadenza, riesce a far emergere la profonda drammaticità della storia di Nim.

Project Nim: una scena tratta dal documentario diretto da James Marsh
Dalle parole del professor Herb Terrace e delle sue assistenti, Stephanie LaFarge e Laura-Ann Petitto traspaiono rancori mai sopiti, invidie, che la dicono lunga sul loro modo di approcciare alla situazione. Di contro, dagli occhi limpidi di Bob Ingersoll emerge il vero affetto provato verso l'animale che essendo semplicemente tale, gli rispondeva nelle maniera che gli era possibile. Paradossale e inquietante semmai è che per lungo tempo si è ritenuto possibile trasformare una scimmia in persona; un'impresa che non doveva neanche essere ipotizzata, ma che in epoca di controcultura sembrava essere l'unica risposta plausibile alle mille domande sulla nascita del linguaggio, caratteristica squisitamente umana. Con uno sguardo ironico, ma mai freddo o distaccato, Marsh sa mettere alla berlina un certo mondo hippy, una intellighenzia 'upper class' dagli sterili obiettivi che dietro l'apparente emotività e gli illuminati assunti delle sue pseudo-teorie nascondeva in realtà una freddezza e una superficialità allucinanti. Solo così si può spiegare l'inconsistenza accademica di una ricerca del genere e la sua sostanziale inutilità. Attraverso una vera opera d'arte, l'autore britannico ci restituisce quindi tutta la profondità di una vicenda in cui il protagonista, Nim, ci ha rimesso davvero tutto: la libertà e la possibilità di vivere in pace con i suoi simili. Violato in nome di un progresso che di umano ha poco.

Recensione Project Nim (2011)
Francesca Fiorentino
Redattore
4.0 4.0
Privacy Policy