Recensione Pane e burlesque (2014)

Quattro donne si mettono in gioco, imparando l'arte del burlesque per cambiare la propria vita, ma il punto di vista della debuttante Manuela Tempesta è distaccato e poco partecipe.

Recensione Pane e burlesque (2014)

E' una Venere tascabile, Giuliana, per questo si fa chiamare Mimì La Petite, perfomer di burlesque che torna nel suo paesello in Puglia per vendere le proprietà di famiglia. Figlia del compianto cavalier Bontempi, proprietario della fabbrica di ceramiche ormai caduta in rovina, che un tempo dava lavoro a tutta la città, la donna ha lasciato l'Italia per scrollarsi di dosso un certo provincialismo ed aspirare ad una fama duratura. Per questo quando rimette piede nella piazza centrale, accompagnata dalle Dyvettes, gli sguardi malevoli sono tutti per lei. Mollata sul più bello, però, dalle tre ragazze che lavorano con lei, Mimì si ritrova senza un soldo e in mezzo alla strada. Destino che condivide con Teresa, una bravissima sarta, moglie di un operaio cassaintegrato della Bontempi, Matilde, sposa del cugino di Giuliana, Vincenzo, e Viola, una sensuale barista. Le quattro si coalizzano e formano un nuovo ensemble, le Bombettes, e insieme provano a racimolare più soldi possibile per tornare finalmente ad una vita serena.

Quelle brave ragazze

Pane e burlesque: Sabrina Impacciatore e Laura Chiatti sexy e intriganti in una scena del film

Non siamo molto originali noi addetti del settore, quando cerchiamo di definire un film grazie alla somiglianza con un altro prodotto. In Pane e burlesque le protagoniste lasciano il bancone di un bar o la macchina da cucire per diventare delle ballerine in reggicalze e subito scatta il paragone con Full Monty. Non è così. Il lavoro della debuttante Manuela Tempesta ha poco a che vedere con l'opera di Peter Cattaneo; esso prova a radicarsi nell'impervio terreno della commedia al femminile, ma con risultati altalenanti, per lo più insoddisfacenti.

Un film scritto e diretto da donne, interpretato da un gruppo di attrici di sicuro talento come Sabrina Impacciatore, coadiuvata dall'eterea Laura Chiatti, Michela Andreozzi e Giovanna Rei, non dovrebbe risultare anonimo come invece accade all'opera in questione, che si accontenta di descrivere esteriormente il fantasioso e variopinto universo del burlesque, senza rivelarne gli aspetti nuovi, rivoluzionari. Non si tratta di addentrarci in inutili indagini sociologiche, ma la storia di questo gruppo di signore e signorine, destinate ad una quieta ed anonima tranquillità e del loro viaggio in un territorio nuovo, governato dalla sensualità e dall'autoironia, poteva risultare più palpitante e sentita, meno meccanico di quanto non accada. E' un film, questo, che non conosce sfumature o vie di mezzo. Mimì e le sue ragazze vengono additate come delle poco di buono dai retrogradi abitanti del triste borgo del sud e considerate come delle peccaminose deviazioni da un percorso più sicuro. Diventano poi delle salvatrici, delle filantrope che riescono a risollevare la disastrata economia del villaggio, grazie a quelle capacità prima vituperate da tutti (ma apprezzate nel segreto, ovviamente).

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Piume di struzzo

Il burlesque è un fenomeno artistico che da qualche anno a questa parte sta vivendo una seconda giovinezza e il cinema non si è lasciato sfuggire la possibilità di raccontare il coloratissimo mondo di queste artiste; come sempre accade, però, è la sensibilità del regista a contribuire alla bellezza del risultato finale. Un prodotto patinato come Burlesque non può essere paragonato alla profondità di Tournée di Mathieu Amalric. Se nel primo caso il burlesque non era altro che il pretesto per raccontare una favola a lieto fine (la cameriera Christina Aguilera diventa una stella di prima grandezza nel locale di Cher), con l'accompagnamento di un'accattivante colonna sonora, nel secondo la "vera" vita di un gruppo di ballerine risplende tra miserie e lustrini grazie allo sguardo di un uomo, apparentemente distaccato, che tra quelle giunoniche dee riesce a trovare un microcosmo accogliente, simile ad una famiglia.

Arma a doppio tacco

Nella rilettura di Manuela Tempesta il burlesque, i suoi colori e quelle sfumature che un'arte del genere sa dare, sembra essere il facile appiglio per dar ad una storia, vista più e più volte. E' un approccio piuttosto furbetto che nasconde la vacuità del soggetto dietro al sinuoso movimento delle piume di struzzo, alle paillettes, agli atteggiamenti (fintamente) disinibiti sul palcoscenico. Diventare performer non è certamente un gesto eversivo, né un modo per separarsi da una vita di stenti e quieta tranquillità. Se per tutta la prima parte si aspetta una svolta che sembra non arrivare mai, nella seconda i fili si dipanano tutti e convergono in un lieto fine posticcio e poco misurato. Lo script dà la sensazione di essere finito nelle mani sbagliate e che il film alla fine non appartenga nel profondo a nessuno, né alla regista, evidentemente troppo preoccupata di non sbagliare, né alle attrici, apparse piuttosto distaccate e 'fredde', al cospetto di una storia che fonda invece la sua ragion d'essere sull'empatia che si riesce a creare col pubblico.

Conclusione

Film non nuovo nella struttura, ma potenzialmente interessante, Pane e burlesque si perde nei meandri di una scrittura che dosa male i colpi di scena, che riserva pochi momenti riusciti e proprio per questo lascia con una certa insoddisfazione.

Francesca Fiorentino
Redattore
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