Recensione Manglehorn (2014)

Gli ingredienti dell'ultima produzione di David Gordon Green, in Manglehorn, sono tutti presenti. L'attenzione ai luoghi e al paesaggio, gli squarci lirici, la splendida fotografia, l'ironia che permea l'opera di Green, le composizioni delicate ed evocative degli Explosions in the Sky e David Wingo.

Recensione Manglehorn (2014)
Manglehorn

2014 – Drammatico
2.9 2.9

Dopo Prince Avalanche e Joe, David Gordon Green porta a termine la sua 'trilogia texana dell'anima' con Manglehorn. Il regista, forte di una ritrovata libertà creativa e dell'interesse crescente verso le sue opere, abbandona la sua comfort zone per un tuffo nell'ignoto. Vinte le scommesse con Paul Rudd e Nicolas Cage, Green sfida la sorte (e la logica) immettendo nel suo cinema lirico, intimista e intriso di venature surreali una star debordante come Al Pacino.

Piegare uno degli interpreti più carismatici di Hollywood a una recitazione sommessa è impresa ardua, ma a quanto pare la star de Il padrino trova una misura che gli permetta di calarsi nei panni del dimesso Manglehorn, solitario fabbro che vive in una cittadina texana nei pressi di Austen. Intendiamoci. Neppure David Gordon Green riesce nell'impresa di far sì che Pacino si annulli nel personaggio. Per il suo cinema, sospeso tra naturalismo e visioni oniriche, verrebbe spontaneo pensare a interpreti ben più misurati. L'arrivo di Al Pacino crea un corto circuito che non tutti apprezzeranno, ma che fa evolvere l'opera in qualcosa di diverso. A causa della sua presenza anche gli ingredienti della poetica di Green si irrigidiscono dando vita a un lavoro che esula dal dramma tradizionale per aprirsi a nuove possibilità.

Visioni d'autore

Il regista David Gordon Green sul set di Manglehorn

Il cinema di David Gordon Green si fa ancor più stratificato. Al primo livello si pone il racconto umanista, incentrato sui personaggi. Al realismo si sovrappone una dimensione onirico/surreale in cui ciò che vediamo o sentiamo appartiene a un altro universo. Subconscio? Visioni? Epifanie? Il regista non sembra particolarmente interessato a suggerirci in cosa dobbiamo o non dobbiamo credere e lascia che sia lo spettatore a decidere come interpretare la scossa che fa tremare il negozio di Manglehorn o il sanguinoso incidente stradale di fronte al quale il fabbro sfila con in braccio il suo gatto. A un livello ancora ulteriore si pongono le numerose citazioni cinematografiche, da Weekend a Blow Out, che costellano la pellicola tirando in causa altri mondi. Quante probabilità vi sono di udire, in un parco di Austen, una voce italiana presa di peso da La dolce vita che chiama "Marcello, Marcello..."? Se si tratta di un film di David Gordon Green, sono più alte del previsto. In Manglehorn tutto questo materiale si inspessisce e si chiude intorno al personaggio interpretato da Al Pacino.

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Prigioniero di se stesso

Al Pacino a Venezia 2014 con due film: Manglehorn e The Humbling

Lo stesso mestiere di Manglehorn non è casuale. Nella prima sequenza vediamo l'uomo impegnato a liberare un bambino che si è chiuso accidentalmente nell'auto della madre. Ogni mattina il fabbro si alza e si reca nel suo negozio, le cui pareti sono tappezzate di chiavi. Nella sua casa vi è una stanza chiusa a chiave a cui lui accede senza che ce ne venga svelato l'interno. Fanny, l'amato gatto, cessa di mangiare a causa di un'occlusione intestinale provocata da una chiave ingerita mentre il padrone era assente. Questa metafora insistita e neppure particolarmente sottile simboleggia la scelta di Manglehorn di barricare la propria esistenza lasciando fuori dalla porta gli affetti. La bella impiegata di banca Dawn (Holly Hunter), invaghita di lui, e il figlio trader (Chris Messina) che bussa alla sua porta in cerca di sostegno vengono respinti a più riprese. La ragione è dovuta alla scelta di Manglehorn di precludersi ogni possibilità di rifarsi una vita per nutrire la sua ossessione nei confronti di Clara, una donna che appartiene al suo misterioso passato. L'infelicità, per Manglehorn, è un rifugio sicuro e ogni possibilità di cambiamento viene sistematicamente sabotata dal suo temperamento iracondo. Magistrale il dialogo con cui, dopo un primo appuntamento con Dawn, Manglehorn trasforma una piacevole cena in un incubo magnificando le lodi di Clara fino a costringere la sua interlocutrice a piantarlo in asso.

Tradizione e sperimentazione

Manglehorn a Venezia 2014 - Al Pacino con David Gordon Green e Chris Messina

Gli ingredienti dell'ultima produzione di David Gordon Green, in Manglehorn, sono tutti presenti. L'attenzione ai luoghi e al paesaggio, qui prevalentemente urbano, gli squarci lirici che spaziano dalla presenza di un mimo a ballerini di breakdance fino all'esecuzione improvvisata di uno spiritual in banca, la splendida fotografia, l'ironia che permea i suoi lavori, le composizioni delicate ed evocative degli Explosions in the Sky e di David Wingo, alla seconda collaborazione col regista dopo Prince Avalanche. Ma l'innesto di Al Pacino provoca uno shock nell'equilibrio narrativo. La natura umorale del suo personaggio, i suoi scatti d'ira, le disarmanti riflessioni espresse dalla voice over sembrano obbligare il regista a controbilanciare la straripante presenza del divo con sequenze crude e intense. Assistiamo così nel dettaglio all'operazione chirurgica della gatta di Manglehorn e c'è anche spazio per l'angolo 'Harmony Korine', con il regista di Spring Breakers - Una vacanza da sballo che si ritaglia un piccolo concitato ruolo nei panni di un ex giocatore di basket allenato dal coach Manglehorn che ora gestisce un centro di massaggi. Questa ricchezza di suggestioni mette in luce la natura frammentaria di Manglehorn, ma al tempo stesso ne evidenzia le potenzialità. Per entrare in sintonia col film è necessario lasciarsi andare e cogliere la magia contenuta nel cinema, come ci suggerisce il poetico finale.

Conclusioni

David Gordon Green si spinge ancora oltre nell'esplorazione delle potenzialità di un cinema libero e indipendente inserendovi un corpo estraneo, una star come Al Pacino. Il risultato un'opera frammentaria, caratterizzata dai forti contrasti, ma ancora capace di preservare la poetica e lo sguardo limpido dell'autore americano.

Valentina D'Amico
Redattore
3.0 3.0
Venezia 2014
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