Recensione Maleficent (2014)

Avvalendosi del carisma di Angelina Jolie, il film di Stromberg cerca di rendere più comprensibile e umana la strega per antonomasia del mondo Disney.

Recensione Maleficent (2014)

C'era una volta....o forse no

Maleficent: Angelina Jolie spalanca le ali del male in una scena del film

Dopo il revisionismo storico e quello politico non potevamo farci mancare anche quello fiabesco. O magari si. A dire il vero, però, questa attività di rimaneggiamento è stata iniziata dallo stesso Walt Disney che, prendendo in prestito le favole della tradizione europea, le ha debitamente epurate dagli aspetti più cruenti e da una morale punitiva per costruire, anche se con qualche intoppo necessario, il tanto desiderato "e vissero felici e contenti". Nonostante questa passione per il lieto fine a tutti i costi, Disney però ha sempre mantenuto intatta la struttura drammaturgica, consapevole del fatto che, per far funzionare l'andamento narrativo, ad una delicata donzella doveva corrispondere sempre una forza malvagia intenzionata a sconvolgere il tranquillo fluire della sua quotidianità.

E su questo teorema sono state costruite anche le moderne interpretazioni in live action di Biancaneve. Entrambe, quella diretta in chiave umoristica da Tarsem Singh con Julia Roberts nei panni di Grimilde, per l'occasione battezzata Clementianna, e Biancaneve e il cacciatore, che dona un piglio da guerriera all'eroina con il volto di Kristen Stewart, presentano fieramente un'interpretazione personale della Matrigna malvagia toccando punte di sublime cattiveria con l'interpretazione della statuaria Charlize Theron. Tanto per dimostrare quanto fascino conserva in se la malvagità. Alla luce di tutto questo, però, viene spontaneo interrogarsi sul senso di un film come Maleficent di Robert Stromberg che, prodotto da una moderna Disney, gioca sull'intenzione di rendere "umana" e comprensibile, se non addirittura scusabile, la figura della strega de La bella addormentata nel bosco. In questo modo, però, si toglie chiaramente al personaggio gran parte della sua funzione narrativa andando, automaticamente, ad indebolire la vicenda.

Malefica o Benefica? Questo è il problema

Maleficent: Angelina Jolie in un'intensa scena del film

Secondo la visione originale di Disney Malefica è in assoluto la strega, la rappresentazione del potere occulto che agisce per orgoglio o per il semplice motivo di voler imporre la sua visione oscura del mondo. Alla base di questa interpretazione c'è la considerazione che il male spesso non ha cause o motivazioni, ma si esprime esclusivamente come una irragionevole forza distruttiva. E solamente i cuori più impavidi e valorosi possono opporsi a lui sperando di arrestarlo. Da questo incontro/scontro inevitabile nasce il senso stesso della favola come racconto mitologico, percorso evolutivo e divulgazione di un insegnamento. E' chiaro, dunque, che se si elimina o si indebolisce il villain del momento si andrà a raccontare tutta un'altra storia, correndo il rischio di perdere lungo la strada elementi come l'avventura e l'epica. Questo è quanto accaduto alla versione di Stromberg che, pur avvalendosi del volto noto di Angelina Jolie e di una notevole strategia di marketing, indebolisce così tanto la personalità del suo personaggio da renderlo quasi una comparsa.

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Maleficent: Angelina Jolie nel ruolo di Malefica in una scena tratta dal film

Fin dall'inizio è chiaro che l'intenzione del film è costruire una comunicazione tra la "fata" e il pubblico, seguendola nei suo anni giovanili, nell'incontro con Stefano, un ragazzo di umili origini che ovviamente diventerà Re, e, soprattutto, nell'innamoramento e nel più cocente dei tradimenti. Ossia quello dei sentimenti. E' così che Malefica, derubata soprattutto del suo cuore, diventa malvagia, cerca la sua rivalsa e per ottenerla maledice la neonata Aurora, figlia del suo perduto amore. Fino a qui nulla di troppo sconvolgente, ma Stromberg e i suoi sceneggiatori deviamo decisamente verso una strada pericolosa quando decidono di dare una giustificazione al male e, soprattutto, costruiscono in Maleficent l'immagine di una strega in piena crisi di maternità negata, che si è persa lungo i viali del risentimento ma che si ritroverà grazie alla tenerezza di una bambina. Così, mentre le tre fate Fiorina(Lesley Manville), Giuggiola (Imelda Staunton) e Verdelia (Juno Temple), evidentemente affette da bipolarismo, si prendono maldestramente cura della neonata, Malefica manda il corvo Fosco, interpretato da Sam Riley, a cullarla e sfamarla. Perché puoi anche aver gettato su di lei una maledizione perenne, ma non è certo carino farla morire di fame o lasciarla cadere da un dirupo. Il risultato è la costruzione di una bisbetica, più che di una strega, pronta a farsi redimere a colpi di sorrisetti e occhioni sgranati da una Elle Fanning, irritantemente leziosa con una perenne espressione di stupore stampata sul volto e i suoi continui richiami ad una improbabile "fata madrina". Questa è la dimostrazione che non è sufficiente riprodurre in modo efficace l'immagine di Malefica, con tanto di corna demoniache, labbra rosso fuoco e zigomi appuntiti creati ovviamente al computer, per fare di un personaggio un protagonista.

A.A.A. Principe Azzurro cercasi

Maleficent: tre elfe magiche in una scena del film

Le ultime opere di animazione della Disney, soprattutto quelle realizzate dalla Pixar, hanno messo in evidenza un cambiamento nelle caratteristiche che definiscono l'eroina romantica. Possiamo dire, prendendo in prestito le parole di una certa Carrie Bradshaw, che oggi una principessa invece di aspettare dormiente il bacio del vero amore, rifiuta le mela avvelenata, si rimbocca le maniche, trova un lavoro, firma una polizza assicurativa e si colloca in un appartamento possibilmente ad affitto bloccato con vista su Central Park. Naturalmente, anche la figura del principe azzurro ha subito dei cambiamenti. Oggi, all'irreprensibile eroe dal ciuffo ribelle e dal coraggio indomito in groppa ad un destriero bianco, si preferisce di gran lunga una simpatica canaglia con cui sconfiggere insieme i "draghi" della vita e affrontare un costante testa a testa caratteriale. Insomma, più che eroe e principessa indifesa, si preferisce parlare di una squadra, un team che agisce attraverso e nonostante le differenze dell'altro.

Maleficent: Elle Fanning in una scena con  Brenton Thwaites

Tutto questo, però, non può scusare in nessun modo l'affronto di portare sullo schermo l'immagine di un eroe maschile pressoché adolescente e completamente inutile all'evoluzione della storia come Brenton Thwaites. Quando Disney pensò al personaggio del valoroso principe de La bella addormentata, decise di chiamarlo Filippo , come il consorte della Regina Elisabetta II. Questo perché doveva rimandare alla mente degli spettatori dell'epoca l'immagine regale più vicina ad una immaginario popolare. Oggi , invece, Stromberg opta per un look alla Disney Channel e per un personaggio che, non solo sembra sempre arrivare da tutt'altra situazione e in modo del tutto casuale, ma, in maniera altrettanto immotivata, compare e scompare incerto, alla fine, di fare il suo dovere. Ossia baciare Aurora per svegliarla dal suo sonno. E tutto può essere sopportato, anche l'involuzione di una favola storica, ma non la descrizione di un ragazzo troppo ben educato per baciare una principessa momentaneamente incosciente.

Conclusione

Nonostante il trucco sapiente, l'abbondanza di effetti visivi e un 3D che non aggiunge molto all'insieme estetico, Maleficent risente di una evidente perdita di identità della sua protagonista mettendo insieme momenti e personaggi che sembrano sempre casualmente e momentaneamente collegati alla vicenda.

Tiziana Morganti
Redattore
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