Recensione Macondo (2014)

Delicato e toccante ritratto del percorso di crescita di un bambino, chiamato a realizzare una missione improba per un ragazzino della sua età, ovvero la separazione dal proprio padre, e soprattutto dall'idealizzazione di questo.

Piccolo uomo

Ramasan ha undici anni e per essere un bambino ha già molte responsabilità. Vive assieme alla mamma, Aminat, e alle due sorelline a Macondo, un quartiere multiculturale di Vienna, in cui migliaia di immigrati attendono asilo. Il padre è morto durante la guerra cecena e la sua memoria vive solo attraverso delle foto sulla parete. Il piccolo aiuta la madre nelle faccende di casa, le fa da interprete durante i colloqui con i servizi sociali, tenta cioè di essere obbediente e servizievole; quando nella loro vita arriva un amico del padre, ex commilitone, qualcosa infrange gli equilibri della loro famiglia. Dapprima attratto da questa persona gentile e affabile, che gli oltretutto ha donato l'orologio appartenuto al padre, Ramasan inizia a provare ostilità quando teme che Isa possa insidiare la madre. Si ribella alla nuova situazione, assumendo atteggiamenti sempre più provocatori, che lo portano anche a rubare. Fino a quando non comprende l'importanza del rapporto con l'uomo. Con ogni probabilità chi si aspetta dal film di Sudabeh Mortezai, Macondo, presentato in concorso al 64.mo Festival di Berlino, un'analisi dettagliata della questione politica cecena, e di come questa influenzi la vita delle persone, rimarrà deluso; l'opera è un delicato e toccante ritratto del percorso di crescita di un bambino, chiamato a realizzare una missione improba per un ragazzino della sua età, ovvero la separazione dal proprio padre, e soprattutto dall'idealizzazione di questo.

Tra due padri
Ramasan, figlio di un eroe ceceno, morto durante il conflitto con la Russia, deve infatti ricostruire, per quel che gli è possibile, la storia di un uomo che reputa la figura maschile più importante della sua giovane vita. Per fare questo si rivolge a chi suo padre lo ha davvero conosciuto, un signore ferito dalla guerra, che prende il bambino sotto la sua ala protettiva e lo aiuta in una fase cruciale della sua esistenza. E' un rapporto, il loro, estremamente problematico, fondato su un'affettività sommessa, che si trasforma in rabbia per il bambino quando l'uomo diventa per lui una presunta minaccia. E' questo legame a costituire il cuore pulsante del film, l'asse attorno a cui la storia si sviluppa; con toni sommessi ed un approccio quasi documentaristico la regista racconta 'grandi' cose. Grande come può essere la ricostruzione di un rapporto con un padre astratto, quanto può essere crescere in un paese diverso da quello di nascita, con tutte le sfide linguistiche, culturali, sentimentali che questo comporta.
Mi chiamo Ramasan
Crescere vuol dire comprendere la fallibilità dei genitori - Ramasan scopre che il padre ha rapito la madre per sposarla e che il loro matrimonio non era fondato sull'amore, origliando un colloquio - una rivelazione che può essere spaventosa per un bambino e che l'autrice ci mostra con un primo piano, o ritraendo Ramasan all'imbocco di un bosco 'pericoloso', dove forse si trova un lupo minaccioso. Crescere vuol dire trovare anche una propria identità e non essere solo il figlio dell'eroe. L'autrice pone l'accento, anche se in maniera non troppo incisiva, sul contesto in cui vive Ramasan, lasciandolo trasparire in controluce dalle azioni del ragazzino, ad esempio nelle frequenti visite alla moschea, luogo in cui ritrova l'equilibrio. La qualità più importante della pellicola è senz'altro l'estrema naturalezza nella resa della storia, risultato possibile anche grazie all'esperienza documentaristica della regista, capace di non essere mai invadente con la sua macchina da presa. In questo modo quello che vediamo, pur essendo una ricostruzione artistica a tutti gli effetti, ci appare fresco e spontaneo, proprio come il bravissimo protagonista, Ramasan Minkailov.

Movieplayer.it

3.0/5