Recensione Leviathan (2014)

Dopo il Leone d'oro vinto nel 2003 per Il ritorno, il regista russo Zvyagintsev prova a vincere la Palma d'oro con un film bellissimo che ne dimostra ancora una volta il talento e la lucidità.

Recensione Leviathan (2014)

Kolia è un onesto meccanico di una piccola cittadina del nord della Russia. La sua casa, appartenente alla sua famiglia da generazioni, è posizionata subito fuori città, in una location suggestiva di fronte al mare di Barents che offre panorami mozzafiato e un senso di meraviglia nell'osservare le onde che si infrangono sulle rocce, le balene che nuotano tra i fiotti, persino alcune vecchie barche incagliate e in rovina.

Kolia sarebbe anche un uomo felice, con la sua bella seconda moglie, Lilya, ed un figlio adolescente un po' ribelle ma affezionato, se non fosse per il corrotto sindaco Vadim che ha messo gli occhi sulla sua proprietà per espropriargliela, buttarla giù e costruirci chissà cosa. Kolia è convinto che voglia costruirsi un palazzo per il suo uso personale, e quando lo stato gli offre una cifra ben più bassa di quanto gli spetterebbe decide di non arrendersi e passare all'offensiva.

Il suo vecchio compagno d'armi, Dimitri, ora importante avvocato, arriva così da Mosca per aiutarlo in prima battuta a portare avanti il suo ricorso, che però viene prevedibilmente perso, e poi per cercare di trovare un accordo con Vadim, facendo peso su alcune conoscenze politiche ed uno scottante dossier contenente tutte le malefatte del sindaco. Il piano inizialmente funziona, con il sindaco che si spaventa e sembra quasi arrendersi, ma ad un certo punto la situazione precipita e Kolia si ritrova così a perdere tutto quello che aveva.

Leviathan: Aleksey Serebryako con Elena Lyadova in una scena del film

Tutti i volti del Leviatano

Leviathan di Andrei Zvyagintsev, in concorso al 67.esimo Festival di Cannes e, nel momento in cui scriviamo, forte contendente per la Palma d'oro, è un film imponente e praticamente perfetto: visivamente splendido, lucidissimo nella scrittura e nel messaggio, solido nelle interpretazioni. Anche il ritmo è meno compassato rispetto alle precedenti opere del regista, grazie ad umorismo sottile ed una satira graffiante, e degli sviluppi narrativi sorprendenti, anche nella messa in scena, considerato che gli avvenimenti più significativi avvengono tutti fuori schermo.

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Leviathan: Elena Lyadova in una scena del film con Anna Ukolova

Ma non per questo il film di Zvyagintsev risulta oscuro o poco incisivo, anzi, è proprio nel suo richiedere una costante "interpretazione" agli spettatori che il film riesce a muoversi abilmente su più livelli di profondità, quello puramente legato alla storia di Kolia e la sua famiglia o quello in cui viene messa a fuoco la società e la cultura russa con i suoi vizi privati (le decine di bottiglie di vodka che vengono ingurgitate senza quasi battere ciglio, ma con la ripetuta promessa che sarà l'ultima) e pubblici: in particolare la politica russa degli ultimi cento anni viene sbeffeggiata in modo geniale con una scena semplice ma irresistibile, in cui terminate le bottiglie da usare come bersagli per una gara di tiro a segno vengono proposti come perfetti sostituti i ritratti dei famosi leader, da Lenin a Gorbaciov, presenti esclusi però, perché manca ancora un po' di "prospettiva storica".

Gesù vede tutto

Una prima interpretazione potrebbe quindi vedere in quel leviatano richiamato dal titolo del film ,e sottolineato dalla scenografica carcassa che i protagonisti vedono sulla spiaggia, una metaforica balena che facilmente potrebbe essere avvicinata alla Russia o quantomeno all'Unione Sovietica. Ma il regista questa volta è perfino più esplicito, e cita in modo preciso e diretto la Bibbia e o il Libro di Giobbe, indicando il leviatano quindi come manifestazione del potere di Dio a cui tutti si devono arrendere, buoni e cattivi, giusti ed ingiusti. Kolia non crede in Dio ma anzi se ne fa beffe, Dimitri più volte incalzato dalla domanda "Credi in Dio?", dice, da buon avvocato, di credere solo nei fatti; entrambi verranno puniti, mentre altri che commettono reati e torti ben più gravi riescono a farla franca grazie alla loro fede.

Quel mostro chiamato Stato

Leviathan: Roman Madyanov in una scena del film

L'altro Leviatano a cui Zvyagintsev fa riferimento è il libro del filosofo Hobbes, in cui viene teorizzato che per poter essere parte della comunità, e poter così godere della protezione dello stato e di tutti i suoi servizi, il cittadino da parte sua deve cedere parte delle sue libertà. Kolia non fa neanche questo, e viene punito ancora una volta; cerca la Giustizia e finisce per l'essere bellamente ignorato e infine schiacciato. Perché è impossibile "pescare il Leviatano con l'amo", l'unica soluzione è arrendersi e avere fede, in Dio e nelle istituzioni. Per chi cerca invece ragione e giustizia non rimane altro che la disperazione.

Conclusione

Un film di grande bellezza e sopraffino ingegno, costruito su una sceneggiatura esemplare che svela poco a poco la sua profondità e i suoi significati, ma non per questo rinuncia a sviluppare personaggi e situazioni avvincenti. Regia di grande classe, cinema di altissimo livello.

Luca Liguori
Redattore
4.5 4.5
Cannes 2014
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