Recensione Le due vie del destino - The Railway Man (2013)

Passando attraverso il desiderio di vendetta e la rabbia, il regista accompagna il protagonista nella ricerca del suo nemico per poi lasciarlo, una volta arrivato alla fine del viaggio, di fronte ad un altro uomo altrettanto imperfetto e ugualmente preda dei propri istinti.

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Le due vie del destino - The Railway Man

2013 – Drammatico
2.6 2.6

Secondo Gandhi il perdono è l'ornamento dei forti, ma come è possibile abbracciare questo stato d'animo nei confronti di chi è stato carnefice o spettatore silente? Questa è la domanda di fronte alla quale Le due vie del destino - The Railway Man mette lo spettatore. Un quesito che può anche trovare risposte teoriche in pensieri di natura esistenzialista ma che, oltre ogni utopia di amore universale, molto dipende dall'animo umano e dalle sue scelte personali.

Per questo l'altro elemento narrativo che il regista Jonathan Teplitzky ha evidenziato è l'umanità espressa in ogni sua possibile debolezza. Così, passando attraverso il desideri di vendetta e la rabbia, il regista accompagna il protagonista nella ricerca del suo nemico per poi lasciarlo, una volta arrivato alla fine del viaggio, di fronte ad un altro uomo altrettanto imperfetto e ugualmente preda dei propri istinti.

Colin Firth cammina sui binari in una drammatica immagine di The Railway Man

E per raccontare tutto questo attraverso delle immagini non c'é nulla di meglio di una vicenda di guerra ed un attore come Colin Firth, dotato di una recitazione particolarmente personale ed umana. A lui Teplitzky si affida quasi esclusivamente, e a buon diritto visto che la presenza di Nicole Kidman si riduce ad un personaggio femminile sfocato e perennemente in attesa, per raccontare le vicende emotive di un ex capitano dell'esercito britannico che, all'indomani della resa della città di Singapore ai giapponesi, si trova ad essere prigioniero. Anzi, costretto a partecipare alla costruzione di quella che venne chiamata la Ferrovia della morte, viene sottoposto a continue torture nella caserma di polizia segreta di Kempletai. Qui gli uomini sono trasformati in animali da catturare e perseguitare, privati completamente di ogni dignità ma resistere per se stessi, l'onore del paese e quella gioventù, che non può essere negata nemmeno in tale condizioni, è fondamentale. E mentre accade tutto questo, nell'uomo e nel sopravvissuto si instaura un sentimento di terrore perenne che, inaspettatamente, sfocia in rabbia e desiderio di vendetta per chi ha giustificato quel l'orrore nel nome di una bandiera e del suo potere.

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Memorie di vita

Colin Firth e Nicole Kidman in un'immagine di The Railway Man

Il film di Teplitzky, nonostante indulga troppo in una certa retorica del genere con tanto di ripetizione ossessiva della tortura ed un sottotesto buonista, cattura l'attenzione degli spettatori e colpisce profondamente gli animi. Si tratta di una di quelle esperienze visive che, pur mostrando senza troppi pudori i suoi "vizi" di forma, riesce ugualmente nello scopo di creare un legame emotivo con chi osserva. Alcuni potrebbero definire tutto questo ricattatorio, ma in realtà si tratta molto semplicemente dell'empatia che si prova di fronte alla sofferenza e al pericolo altrui. Se, poi, ad essere chiamata in causa è una esperienza personale e realmente accaduta, ecco che la magia dell'immedesimazione avviene senza troppa fatica. In sintesi, ecco la chiave di questo film, che molto deve al coraggio di Eric Lomax, bizzarro signore con la mania per gli orari ferroviari e con un segreto nascosto per troppo tempo. Tutto, però, è venuto alla luce grazie a Railway Man, romanzo autobiografico scritto dallo stesso Lomax in cui racconta la sua lunga strada verso il perdono e la comprensione di quanto accaduto. Insomma, potremmo chiamarlo revisionismo storico, ma se a farlo è per primo proprio chi ha vissuto e subito non possiamo che assistere rispettosi al suo racconto.

Quando il cinema va in guerra

Colin Firth e Nicole Kidman giocano sulla spiaggia deserta in The Railway Man

Pensare di realizzare un film con ambientazioni belliche senza rifarsi, anche se inconsapevolmente, a dei modelli del passato è praticamente impossibile. Anche perché, fatte alcune eccezioni, il genere bellico è sempre riuscito a mettere alla prova il carattere e l'animo dei suoi personaggi come nessun altro riesce a fare. Basti pensare a quell'insieme di emozioni e sconvolgimenti interiori rappresentato dal feroce mondo declinato esclusivamente al maschile di Da qui all'eternità. Nel caso di Le due vie del destino, però, i riferimenti sono altri. Si inizia con un classico come Il ponte sul fiume Kwai, in cui David Lean si proponeva di dimostrare la follia della guerra e l'assurdità dell'etica militare, per passare a Furyo di Nagisa Oshima. Qui le similitudini sono molte, non solo perché entrambi i film ricostruiscono la quotidianità di un campo di prigionia nipponico, ma soprattutto per quel forte e a volte ossessivo senso dell'onore tipico del Giappone militarista, che si scontra fortemente con la visione inglese e occidentale della sconfitta come casualità e non come condizione di disonore.

Conclusioni

Pur non brillando per originalità, Le due vie del destino riconduce ad una cinematografia del passato che incontrerà il favore degli amanti del racconto epico e militare.

Tiziana Morganti
Redattore
3.0 3.0
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