Recensione La vita oscena (2013)

Primo film in concorso nella categoria Orizzonti alla 71ª Mostra del Cinema di Venezia, La vita oscena è il quinto film diretto da Renato De Maria, un'opera coraggiosa che porta sul grande schermo la poetica e dolente autobiografia dello scrittore e poeta Aldo Nove.

Recensione La vita oscena (2013)
La vita oscena

2013 – Drammatico
2.3 2.3

Ancora senza distribuzione in Italia e con alle spalle una produzione indipendente low budget,La vita oscena ha incontrato notevoli difficoltà in fase di recupero finanziamenti. Eloquenti a tal proposito le parole di Riccardo Scamarcio, che in veste di produttore associato con la sua Lebowski, ha dichiarato di essere rimasto letteralmente folgorato dalla sceneggiatura tanto da decidere di buttarsi nell'avventura nonostante la lavorazione del film fosse obiettivamente piena di ostacoli e concomitante con quella di Miele.

Tratto liberamente dal romanzo autobiografico di Aldo Nove dall'omonimo titolo, La vita oscena racconta l'odissea depressiva e introspettiva di un ragazzo appassionato di skateboard e di poesia che deve fare i conti con la perdita di entrambi i genitori in età adolescenziale, un'esperienza che lo porta a isolarsi dal mondo, ad entrare in un abisso fatto di solitudine, alcol, droghe di ogni tipo, esperienze sessuali più disparate e a tentare più volte il suicidio.

Poesia e crudezza

Citazioni continue accompagnate dalla voce fuori campo onnipresente di Fausto Paravidino, che troppo fa sentire le sue inflessioni dialettali e risulta piuttosto fastidiosa, in un film in cui gli attori praticamente non parlano mai: una scelta stilistica e linguistica che avvicina troppo la narrazione della storia alla lettura di un libro, sprecando di fatto la possibilità di coinvolgere anche un pubblico più ampio e giovane.

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In quel momento tutto era la mia morte, e la morte era il senso di avere compiuto tutto

Poche emozioni

La vita oscena: Clement Metayer in una scena del film

Un film che parla di vita e di morte, di malattia, di adolescenza inquieta ma soprattutto di perdita, non può non trascinare lo spettatore in un turbinio di emozioni. Ma purtroppo è così, ed è questo forse l'aspetto più 'osceno' e paradossale di un'opera complessa e dal potenziale davvero enorme. Il grande cast tecnico a supporto della buona regia di Renato De Maria non fa il paio, purtroppo, con la prestazione offerta dal cast artistico e in special modo quella del diciannovenne attore protagonista Clément Métayer, già visto in Qualcosa nell'aria di Oliviér Assayas, che non riesce a reggere il peso di un film poggiato completamente sulle sue spalle.

La vita oscena: Clement Metayer nei panni di Andrea in una scena del film

Incapace di entrare in contatto con lo spettatore (ha un volto molto cinematografico, ma la monoespressione perenne gli è fatale), il protagonista non viene di certo messo dal regista nelle condizioni ottimali per il famoso salto di qualità. Il giovane attore francese, un talento ancora troppo acerbo, è infatti presente sullo schermo dalla prima all'ultima inquadratura e veste i panni di un ragazzo che intraprende un lungo viaggio negli inferi della solitudine e della depressione, ma lo fa senza che gli si lasci pronunciare nemmeno una parola, affidando il suo personaggio ad una voce off non all'altezza dell'importante ruolo affidatole dall'autore, che impedisce allo spettatore di interagire intimamente con le sfortunate vicissitudini di Andrea.

Tutte le storie vengono da un posto lontano, un posto in cui siamo già stati tutti

Splendida la fotografia a tinte forti di Daniele Ciprì, bellissime e coinvolgenti le psichedeliche musiche dei De Producers guidati da Riccardo Sinigallia, affascinanti le scenografie di Alessandra Mura, a tratti davvero geniale la regia di De Maria seppur con qualche eccesso hippie; ma nonostante ciò l'opera, scritta anche molto bene, nel suo complesso rimane fredda, quasi totalmente priva di pathos, incapace di lasciare il segno.

Conclusione

Un'occasione mancata per il regista di Paz!, che confeziona un'opera coraggiosa dotata di grande visionarietà e dall'innegabile fascino visivo che però non riesce a regalare emozioni allo spettatore nonostante la profondità dei temi trattati.

Luciana Morelli
Redattore
2.5 2.5
Venezia 2014
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