Recensione La vita invisibile (2013)

In concorso al festival di Roma un'opera criptica e di difficile fruizione del portoghese Vitor Gonçalves: tra riflessioni sulla morte e frammenti di ricordi indecifrabili, non si ricompongono i pezzi del puzzle della vita di un uomo che si nasconde tra le ombre di una non vita e che mette a dura prova la resistenza dello spettatore.

Vivere e morire a Lisbona

La vita invisibile segna il ritorno alla regia di Vitor Gonçalves, allievo del maestro Antonio Reis, che dopo soli due film (uno nel 1986 e uno nel 1988) e un silenzio durato più di vent'anni, durante i quali si è dedicato ad insegnare cinema ed in seguito alla produzione, torna in concorso al Festival di Roma. In questo nuovo lavoro, criptico e di non facile decifrazione diciamolo subito, ripropone l'estetica classica del cinema portoghese derivante soprattutto dal maestro Reis, con probabili venature autobiografiche e un vago sottotesto politico. L'intento dichiarato dal regista e di indagare la vita intima di un personaggio, il protagonista, e il modo in cui essa si riversa all'esterno, nel mondo che lo circonda, un mondo che va avanti come se fosse qualcosa che non gli appartiene, al quale si nasconde, tra le ombre di un non vita, una vita invisibile appunto.

Hugo (Filipe Duarte) siede sulle scale del palazzo in cui hanno sede gli uffici in cui lavora, e ripensa alla propria vita. Sconvolto dalla morte dell'amico Antonio (João Perry), nella sua testa è ossessionato dalle immagini dei filmini ritrovati in casa di lui rimettendo a posto le sue cose. Ricorda episodi della sua vita, pezzi di un puzzle che riaffiorano ma rimangono frammentati e sembrano non trovare un incastro tra loro: la casa enorme e vuota dove vaga come un spettro affacciandosi sulla Piazza del Commercio, simbolo della memoria storica di Lisbona e del Portogallo intero, scenario delle proteste contro il regime dittatoriale fino alla caduta negli anni '70, poi gli incontri con i colleghi d'ufficio, le ultime conversazioni con Antonio prima della sua morte. Ma soprattutto frammenti della sua storia con Adriana (Maria João Pinho), che ama riamato, ma con la quale non è risuscito a costruire un legame duraturo. I ricordi, i pensieri ad alta voce, sono schegge, il legame tra loro non è mai svelato esplicitamente, ma solo evocato. Chi sono questi personaggi? Che cosa li lega? Non c'è un apparente motivo per cui Hugo si nasconde alla vita, uno spettro, un fantasma, che vaga nella penombra della casa e degli ambienti in cui si muove, che simboleggiano i chiaroscuri del suo animo che si riversano all'esterno. Il protagonista è consapevole della sua tristezza e di come questa spaventi chi gli sta vicino, la donna che lo ama che però vuole vivere invece di assecondare la sua non vita.
"Lisbona, dove anche le puttane sono tristi", come un fado di Amália Rodrigues, la tristezza e la nostalgia lusitane sono caratteristica imprescindibile della cultura portoghese: in questo caso si fa veramente fatica però a cogliere le eventuali suggestioni derivanti da questo tipo di estetica proposta dal regista. Interminabili inquadrature fisse e tempi narrativi dilatati allo sfinimento, impediscono che alcun tipo di corrispondenza si instauri tra lo spettatore e i protagonisti. Completamente assente la musica, i dialoghi volutamente incompiuti e non esplicitati, si indugia in una serie di immagini dall'indubbio gusto estetico ma non legate da alcun filo logico e narrativo apparente (i fili del tram contro un cielo incendiato dal tramonto, la tromba di una scala dove volano fogli bianchi): soprattutto le immagini dei filmati in super 8 contribuiscono per lunghi tratti a dare la sensazione si trovarsi più che in un cinema, in un padiglione dell'Arsenale a Venezia di fronte ad un'opera di video arte durante la Biennale.

Metafora sulla paura della morte che improvvisamente coglie il protagonista? Forse. Il senso di morte, di non vita, aleggia dappertutto, anche l'acquario dei pesci è vuoto, come le stanze dove nel buio si nasconde Hugo. Metafora sul Portogallo e sulla tendenza in generale dei portoghesi, chiusi in se stessi e tendenti a vivere nella loro dimensione intima guardando il mondo e il tempo che scorre come se fosse qualcosa che non li riguarda, che non gli appartiene? Anche. La realtà è che, come davanti ad un'opera di video arte, anche non avendo la pretesa di coglierne a pieno il significato recondito, è necessario comunque che un emozione, una suggestione, una riflessione, vengano suscitate in chi osserva. E in questo caso purtroppo si fa davvero fatica ad essere coinvolti, a provare interesse per domande che rimarranno inevitabilmente senza risposta. In sala molti si arrendono, e anche chi resiste, è destinato restare con dubbi e perplessità francamente legittime.

Movieplayer.it

2.0/5