Recensione La foresta di ghiaccio (2014)

Noce non solo conferma la sua abilità a catturare l'immagine giusta per i suoi scopi artistici, ma fa un passo avanti costruendo un sottotesto di pura fotografia che si alterna alla tradizionale narrazione per dialoghi

I morti di frontiera non appartengono a nessuno. La loro identità rimane diluita, quasi invisibile, persa in un non luogo che sembra potenzialmente appartenere a tutti e a nessuno. Se poi, a questa naturale mancanza di confini e appartenenza si sovrappone anche uno strato di neve fitto e accecante, il senso di estraneità si completa, rendendo l'uomo preda dell'ambiente.

Lana, zoologa esperta di orsi, sta imparando a convivere con questa sensazione di estraneità e sospetto all'interno di una micro società di un piccolo paese alpino con una forte comunità di sloveni ed ex slavi. Qui, la presenza di molti profughi dell'ex Iugoslavia, arrivati clandestinamente durante la metà degli anni novanta, costruisce una comunità bilingue basata sul sospetto e una violenza latente, che lascia dietro di se dei corpi senza nome. A complicare questo insieme, poi, anche l'approssimarsi di una tempesta e l'arrivo in paese di Pietro, un giovane tecnico specializzato con il compito di riparare un guasto alla centrale elettrica ad alta quota. La sua comparsa, però, è destinata a portare luce su ben altri fatti della valle. Perché la neve non è l'unica ad occultare e nascondere in attesa del disgelo. Anche gli uomini e le donne che la abitano, infatti, giocano in una girandola di coperture. È cosi che l'orso, apparentemente tanto ricercato da Lana, altro non è che il simbolo di un'identità altrettanto misteriosa e selvaggia.

Il senso del cinema per la neve

La foresta di ghiaccio: Domenico Diele in una scena
La foresta di ghiaccio: Domenico Diele in una scena

Al di là di un intreccio che non può essere svelato senza rovinare il senso stesso del thriller, per il suo secondo lungometraggio Claudio Noce sceglie di confrontarsi con un interprete tanto gigantesco, quanto difficilmente gestibile nell'espressione del suo talento istrionico. Stiamo parlando dell'imponenza naturale della Valle del Chiese in Trentino, accentuata da una distesa infinita e inaccessibile di neve. La caratterizzazione del luogo è talmente impressionante che è impossibile ridurlo a semplice scenario o palcoscenico su cui far accadere la propria messa in scena. Così, attraverso la Centrale del Cimego e la Valle del Daone, le cui vette sono capaci di raggiungere i 3.400 metri di quota, la montagna guadagna il centro della scena e si pone in netto primo piano di fronte alla macchina da presa del regista. L'impatto è immediato e il concetto chiarito fin dalle prime scene. A lei è affidato non solamente l'ideale voce narrante di questa storia, ma anche il compito di costruire, passo dopo passo, gli imprevisti e i cambiamenti di una struttura narrativa costantemente in fieri. Di fronte a questo andamento, i protagonisti, tra cui Kseniya Rappoport, Adriano Giannini, Emir Kusturica e Domenico Diele, si muovono diretti inconsapevolmente da questo deus ex machina apparentemente immobile nella sua granitica volontà. Lo stesso Noce, poi, ammette il protagonismo del luogo attraverso una fotografia il cui scopo è mettere in risalto le sfumature del suo carattere, come la luce accecante del bianco o le oscurità di un ombra che non è mai rassicurante. Si tratta di una vera e propria narrazione estetica, insolita per il nostro cinema poco abituato a confrontarsi con la narrazione di una luce e di una cromia tanto sofisticata che si diverte ad identificare ed utilizzare tutte le sfumature del ghiaccio. In questo modo Noce, non solo conferma la sua abilità a catturare l'immagine giusta per i suoi scopi artistici, ma porta il film un passo avanti , costruendo un sottotesto di pura fotografia che si alterna alla tradizionale narrazione per dialoghi.

Vent'anni di frontiera

La foresta di ghiaccio: il regista Claudio Noce sul set
La foresta di ghiaccio: il regista Claudio Noce sul set

Sarà per quella naturale reticenza che caratterizza le persone al confine o per l'abitudine a vivere in un isolamento spesso feroce, sta di fatto che questo thriller non concede molto spazio a parole o spiegazioni. Anzi, se vogliamo rintracciare un limite nel lavoro di Noce, è proprio in una chiusura che protegge da sguardi indiscreti il cuore centrale della narrazione. Una riservatezza che giova inizialmente alla costruzione del mistero ma che, portata la limite dell'ermetico, non costruisce partecipazione emotiva del pubblico. Pochi elementi, infatti, vengono offerti come appiglio, prima di lasciare il singolo spettatore alla sua personale avventura in un montaggio narrativo frastagliato e tenuto spesso in sospeso in attesa che il bandolo della matassa venga ripreso. Sappiamo, ad esempio, che non tutto è esattamente come appare e che qualche cosa di misterioso sta accadendo nella centrale elettrica, difesa dall'impenetrabilità della sua altezza e da un guardiano dalla silenziosa bestialità. Il suo ponte, terra di mezzo e di nessuno, negli anni Novanta ha rappresentato un luogo di scambio umano grazie al quale commercializzare vite in fuga da una guerra fratricida come quella tra serbi e bosniaci. Oggi, invece, a distanza di oltre vent'anni, quali altri segreti nasconde? Probabilmente qualche cosa di molto simile. A cambiare sono solo i tempi, le guerre e le etnie. Per Noce, però, questo è solo il punto da cui partire e tornare alla fine della sua avventura. Nel mezzo c'è tutto un viaggio fatto di figure simboliche, come quella di un cowboy delle nevi che sogna il sole del Brasile, o la mitologica figura del lupo fattosi improvvisamente uomo.

Conclusione

Con il suo secondo lungometraggio Noce sceglie di andare oltre le regole del cinema di genere per costruire un thriller che nell'immagine e nelle suggestioni trova il suo punto di forza. Peccato per una sceneggiatura che tanto mette in gioco durante il percorso lasciando molto in sospeso.

Movieplayer.it

3.0/5