Jupiter, un universo tra gigantismo e fragilità

Dopo la co-regia di Cloud Atlas, i fratelli Wachowski tornano con un nuovo progetto, il primo interamente originale dopo la saga di Matrix: una space opera ambiziosa, come sempre composita nei riferimenti (non solo cinematografici) che la caratterizzano.

Jupiter, un universo tra gigantismo e fragilità
Jupiter - Il Destino dell'Universo

2014 – Fantascienza
3.0 3.0

Che quello dei fratelli Andy e Lana Wachowski sia un cinema ambizioso, è cosa nota da tempo. Che sia per certi versi furbo, e che tenda a rimasticare e rielaborare, più che creare, è pure un fatto ormai assodato. Che i due fratelli cineasti, in una carriera ormai quasi ventennale, ci abbiano offerto il loro cinema in modo piuttosto parco (sette film dal 1996 ad oggi) declinando però la loro offerta anche su altri media (i fumetti, i videogiochi, e presto anche la televisione) è anch'essa una caratteristica che li definisce, e che definisce il loro lavoro. Artisti multimediali, instancabili contaminatori di mondi e linguaggi, fruitori onnivori di storie, non solo cinematografiche, prima che loro creatori; costantemente con un occhio all'arte e uno all'industria, ma quasi sempre capaci di trovare, con intelligenza e scaltrezza, una felice sintesi delle diverse istanze che muovono la loro opera, dando ad essa una veste altamente accattivante.

Questo nuovo Jupiter - Il Destino dell'Universo presenta tutte le caratteristiche sopra menzionate, ponendosi perfettamente nel solco di una carriera che, pur nei diversi generi toccati, esprime una forte coerenza interna: una space opera ambiziosa e dal respiro epico, una mescolanza di generi e suggestioni (la sci-fi declinata nelle sue diverse varianti, da quella avventurosa al cyberpunk, il fantasy, gli intrighi degni di un feuilleton, la componente mistica che, pure, torna spesso nelle storie dei due fratelli), un cotè visivo elaborato e potente, la porta aperta a un eventuale (ma al momento non certo) sequel. Il marchio-Wachowski, a prescindere dalla riuscita in sé del film, è presente in ogni singolo fotogramma di Jupiter.

I fratelli citazionisti

Jupiter Ascending: Channing Tatum in azione nella prima immagine del film

Si diceva che quello di Andy e Lana, fin dai tempi di Bound - torbido inganno, è un cinema che innanzitutto cita e rielabora. Malgrado Jupiter sia, nel suo complesso, un film dall'immaginario meno composito (e più orientato verso la space opera propriamente detta) delle precedenti opere dei due fratelli, i riferimenti multipli non mancano: dalla stessa saga di Matrix, con cui la storia ha in comune alcuni dei punti di partenza (un personaggio dalla natura messianica, inizialmente inconsapevole, una realtà coperta da un grande inganno, visibile solo a pochi prescelti, la razza umana in realtà utilizzata, e sfruttata, per gli scopi di un'intelligenza altra), a Terminator, citato esplicitamente in una delle prime sequenze, nonché in tutto il preambolo ambientato sulla Terra (una donna destinata a salvare il mondo inseguita da due antagonisti, uno col compito di ucciderla, l'altro di proteggerla); dall'onnipresente saga di Guerre stellari, richiamata in alcune delle ultime sequenze, ma anche in una sintesi tra science fiction e fantasy che ha informato di sé molto del cinema di genere degli ultimi quarant'anni, agli intrighi dinastici, declinati in salsa fantascientifica, di un'opera come Dune (e dei suoi ispiratori letterari). Infine, l'annunciato cameo di Terry Gilliam va a inserirsi in una significativa (e riuscita) parentesi che rimanda esplicitamente al suo cinema: il divertente viaggio della protagonista nell'inferno burocratico che ostacola la sua ascensione, ha il sapore dell'universo grottesco e futuristico (ma nel contempo così umano e contemporaneo) che fu teatro dell'indimenticato Brazil.

Jupiter - Il Destino dell'Universo: una scena del film

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La difficile sfida dell'originalità

Jupiter Ascending: una suggestiva immagine

Il titolo che abbiamo scelto non deve trarre in inganno: non si vuole qui, infatti, parlare (solo) di originalità in senso stretto; e d'altronde sarebbe difficile farlo, visto che abbiamo appena finito di rimarcare proprio il carattere derivativo, e citazionista, del cinema dei due fratelli. Va sottolineato, però, che Jupiter rappresenta il primo soggetto totalmente opera dei Wachowski dai tempi della saga di Matrix: a differenza dei precedenti Speed Racer e Cloud Atlas (il primo ispirato a un manga, il secondo a un romanzo) l'universo del film è stato qui creato integralmente dai due cineasti, che ne hanno sviluppato da soli lo script. Così, la prova a cui i due fratelli erano attesi era anche la conferma (dopo il discutibile risultato dei due sequel di Matrix) di saper maneggiare, e dare coerenza, ad un soggetto interamente proprio.

Jupiter - Il Destino dell'Universo: Channing Tatum e Sean Bean in una scena del film

Ed è proprio da questo punto di vista, invero, che Jupiter manca l'obiettivo: l'indubbio magnetismo visivo del film (e le sue ambizioni) non sono accompagnati da una scrittura del giusto spessore. Nel suo sfarzo visivo, il film dei Wachowski appare quasi subito come un gigante dai piedi d'argilla: troppo fragili le basi narrative, laddove, specie nella definizione dei personaggi, lo script non si sforza minimamente di creare empatia, di sottolineare un'evoluzione, di andare oltre le figurine preconfezionate. Non si riesce a prendere sul serio una Mila Kunis poco espressiva, che accetta (quasi) senza batter ciglio l'enormità della sua missione, e si impegna presto in una love story di rara esilità col licantropo Channing Tatum; così come gli stessi villain (con in testa un petulante e per niente carismatico Eddie Redmayne) appaiono decisamente poco efficaci. Il problema è che, al netto di alcune parentesi grottesche (tra le quali la già citata scena con Terry Gilliam) il film in sé sembra prendersi, invece, molto sul serio; ma la narrazione frammentata e spezzettata, il mero accumularsi randomico di sequenze d'azione, e soprattutto l'obiettiva, cattiva fattura dei dialoghi, impediscono la costruzione di una vera epica. Le ambizioni del film, che pure emergono, necessitavano di basi più solide.

L'importanza dell'apparire

Jupiter - Il Destino dell'Universo: Mila Kunis in una scena tratta dal film

I Wachowski costruiscono comunque, col loro indubbio gusto visivo (fortemente personale, e rimasto immutato negli anni) un universo che ha il suo magnetismo, aiutato qui da un efficace uso del 3D. Il "battesimo" dei due fratelli con la stereoscopia, altro elemento di curiosità per questa loro nuova prova, si è rivelato in definitiva positivo: le finezze scenografiche e cromatiche che caratterizzano gli ambienti attraversati dalla protagonista, l'insieme di motivi fiabeschi, fantasy, e addirittura debitori al peplum, sono valorizzati da un intelligente uso della profondità. Si coglie, lungo tutte le oltre due ore di film, lo sforzo e la volontà di creare un mondo, la tensione verso il gigantismo visionario, la voglia di far entrare nel film le diverse componenti del proprio immaginario, sintetizzandole in un insieme coerente. Propositi il cui esito, non accompagnato da un adeguato sviluppo della narrazione, lascia inevitabilmente l'amaro in bocca: così come finisce per lasciare l'amaro in bocca l'accenno a temi, quali la reincarnazione, i limiti della scienza, i rapporti familiari, la natura rapace di un capitalismo declinato su scala globale, che avrebbero potuto dare, se diversamente affrontati, ben altra sostanza all'operazione.

Così com'è, Jupiter finisce per aggiungersi ai tanti blockbuster che provocano stordimento visivo, più che reale emozione; più di questi ultimi, il film dei Wachowski ha la traccia (soffocata, ma visibile) delle sue intenzioni, del progetto che lo muoveva, delle suggestioni di un'opera potenziale che resta, però, lontana da quella effettivamente propostaci.

Marco Minniti
Redattore
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