Recensione Into the Storm (2014)

Steven Quale, collaboratore storico di James Cameron, sfrutta la fascinazione e il terrore per il fenomeno dei tornado, per mettere in scena un tipico film catastrofico che si maschera da found footage.

Recensione Into the Storm (2014)
Into the Storm

2014 – Thriller
2.8 2.8

Siamo nella cittadina di Silverton, in Oklahoma. Nella scuola locale fervono i preparativi per la cerimonia di consegna dei diplomi: il vicepreside, Gary Morris, ha chiesto ai suoi due figli di realizzare un filmato con una serie di interviste ai diplomati, quella che lui chiama una "time capsule", in cui ogni intervistato parla a quello che sarà il se stesso di 25 anni dopo. Alcuni chilometri più a sud, però, un tornado dalla forte intensità ha appena ucciso quattro studenti: la cittadina non sembra essere sulla rotta che il ciclone dovrebbe seguire, ma alcuni esperti hanno compreso che il fenomeno presenta tratti anomali, e che gli abitanti di Silverton sono in pericolo.

Tra questi, la squadra di Pete, un cacciatore di tornado professionista che vuole realizzare l'impresa della sua vita, riprendendo dall'interno, grazie al suo mezzo corazzato, quello che si preannuncia come il più devastante uragano degli ultimi decenni. Neanche Pete e la sua squadra, tuttavia, sono preparati a quello che incontreranno: il ciclone si moltiplica e colpisce a più riprese le zone intorno alla cittadina, lasciando dietro di sé una scia di devastazione. Per gli uomini si porrà presto la scelta tra la realizzazione di un documentario dal valore epocale e la salvezza di molte vite umane: tra queste, quella di uno dei due figli di Gary, bloccato all'interno di una fabbrica dismessa durante lo scatenarsi della tempesta.

L'immagine della tempesta

Una scena di Into the Storm

Se nel cinema americano il genere del catastrofico "naturale", non contaminato da elementi fantastici, sembrava un po' in ribasso nel corso degli ultimi anni, ad occuparsi di rimediare arriva ora questo Into the Storm, diretto dal collaboratore storico di James Cameron, Steven Quale (sue le regie di seconda unità di Titanic e Avatar, e la co-regia del documentario Aliens of the Deep). La lunga collaborazione di Quale con Cameron rende in effetti il regista americano particolarmente adatto a trattare il tema del film; ma soprattutto a cercare di catturare, con le immagini, la forza di un fenomeno che non smette di suscitare, in parti uguali, terrore e fascino. La fascinazione per questi mostri fatti d'aria, restituita in tutta la sua purezza, aveva già animato, quasi 20 anni orsono, il fortunato Twister, uno dei migliori lavori di un regista poi persosi per strada come Jan de Bont. Gli effetti del ventennio trascorso, tuttavia, si sentono tutti, e le mode intercorse, nel frattempo, nel cinema americano non hanno lasciato immune (quasi) nessuno dei suoi generi "classici": dalla fantascienza, all'horror, fino allo stesso catastrofico. Il filone (discutibile, per chi scrive) del found footage è andato a contaminare trasversalmente generi molto diversi, portandovi la sua estetica, ma anche tutte le sue contraddizioni, che toccano la concezione stessa del cinema come illusione. Quale ha scelto per il suo film di adottare questa modalità di rappresentazione: una scelta rischiosa, che imponeva un diverso approccio registico alla materia, ma anche una sceneggiatura che abbozzasse almeno una riflessione sull'etica dell'immagine, e sui suoi confini.

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L'occhio nel ciclone

Into the Storm: Nathan Kress incredulo davanti a un tornado in una scena del film

Into the Storm, che sceglie dunque di avere ambizioni diverse da quelle di un mero film catastrofico, risulta purtroppo carente da entrambi questi fondamentali punti di vista. La scelta di raccontare la storia attraverso le videocamere dei diversi personaggi (i cineoperatori della squadra di Matt Walsh, i due fratelli incaricati di girare il documentario scolastico, il grottesco gruppo di sprovveduti che si addentra senza precauzioni nella zona a rischio) appare fin dall'inizio gratuita; una mera concessione a una moda del momento, che il regista non ha neanche il coraggio di portare fino in fondo. Guardando il film, si finisce per dimenticarsi spesso, e a più riprese, di star assistendo a un presunto assemblaggio di riprese "sul campo": tanto è evidente la fattura squisitamente cinematografica della regia, del montaggio, delle scelte di fotografia. Il gigantismo alla Cameron, riprodotto da Quale senza la necessaria capacità di visione e rielaborazione, mal si concilia con l'estetica del found footage: quest'ultima viene fuori soltanto nei dialoghi e nelle sequenze più quiete, che si incaricano di ricordare allo spettatore i punti di vista dai quali la vicenda sarebbe narrata.

Into the Storm: cacciatori di tornado in una scena del film

Figurine narrative

Ancor più evidenti risultano, nel film, i limiti di sceneggiatura: la riflessione a cui si faceva cenno, che doveva giustificare e dare sostanza alla modalità in cui il film è messo in scena, viene risolta nel modo più banale e prevedibile. La componente etica è affidata, con un notevole schematismo, al personaggio interpretato da Walsh, che segue un percorso di ripensamento e "redenzione" che, nei suoi esiti, appare addirittura ridicolo. Non va molto meglio col resto dei personaggi, tutti fortemente stereotipati, figurine esili alle vicende delle quali è arduo appassionarsi: da una Sarah Wayne Callies alle prese con la tradizionale crisi familiare provocata dal lavoro, al nucleo composto da Richard Armitage e dai suoi due figli, il cui ricongiungimento vorrebbe ribadire, stancamente, i valori a stelle e strisce del coraggio individuale e dell'importanza della famiglia. Tutto già visto, dunque, compresa la superflua realizzazione di un videotestamento (a cui nessuno realmente crede) da parte dei due giovani intrappolati nella fabbrica. E' la tensione emotiva, in queste sequenze, a latitare gravemente, mentre il coinvolgimento (e l'intrattenimento) restano affidati principalmente alle spettacolari scene di distruzione. Ma un buon prodotto di genere non può, evidentemente, constare solo di questo.

Conclusioni:

Into the Storm: Richard Armitage con  Sarah Wayne Callies in una scena del film

Siamo stati severi, con questo Into the Storm; anche se, a onor del vero, va detto che il film di Steven Quale può comunque offrire un discreto intrattenimento a palati non troppo fini. Se il regista avesse scelto di mettere in scena il film in modo "classico", e si fosse affidato a uno script meno traballante ed esile, la resa complessiva ne avrebbe sicuramente guadagnato. Così com'è, il film resta viziato da ambizioni troppo elevate per quella che è la sua effettiva sostanza, e da una scrittura che ne inficia gravemente la complessiva riuscita.

Marco Minniti
Redattore
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