Recensione I Am a Ghost (2012)

Un horror originale e coraggioso, quello di H.P. Mendoza, che narra la storia di una casa infestata dal punto di vista della presenza che vi abita, seguendo i suoi tentativi di liberarsi dal luogo che la intrappola.

Recensione I Am a Ghost (2012)

Emily è un fantasma, ma la consapevolezza del suo status affiora solo a tratti. La vediamo, nel corso di una giornata che si ripete sempre identica, compiere azioni di routine: alzarsi dal letto, prepararsi la colazione, uscire per andare a fare spese. In mezzo a queste azioni, però, ne vediamo altre che mostrano il carattere disturbato della ragazza: a tavola, raccoglie un coltello e lo solleva, pronta a trafiggersi una mano; poco dopo, di fronte allo specchio e con la mano fasciata, piange silenziosamente; quando si ferma di fronte a una stanza della casa, con la porta aperta, si impietrisce e spalanca gli occhi, inorridita, nonostante nella stanza non vi sia nulla.

La ragazza, inoltre, sente nella casa rumori, segni di presenze invisibili che sono in realtà le persone vive che la popolano; in mezzo ad essi, i richiami di Sylvia, medium che è stata incaricata dai residenti di scacciare il fantasma che infesta l'abitazione. Quando si mette in contatto con Sylvia, Emily ricorda il suo status; ma, per lasciare la casa e raggiungere il luogo a cui appartiene, deve anche ricordare e affrontare il modo in cui è morta. Una morte violenta. Ogni volta che si avvicina al ricordo, Emily cede alla paura e fugge dalla stanza in cui l'evento è accaduto, "resettando" il ciclo e costringendosi a ricominciare tutto dall'inizio...

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L'attrice Anna Ishida in una scena del film I Am a Ghost

Fantasmi consapevoli

L'idea di questo I Am a Ghost, insignito di riconoscimenti in vari festival specializzati (tra questi, il Madrid International Fantastic Film Festival e la Semain du cinéma fantastique de Nice) e ora approdato al Fantafestival di Roma, è semplice ed efficace. Il film di H.P. Mendoza riprende infatti l'intuizione alla base del The Others di Alejandro Amenábar (a sua volta presa di peso dal misconosciuto E se oggi... fosse già domani?, diretto nel 1973 dal britannico Kevin Billington) modificandola per un aspetto fondamentale: qui, lo spettatore è fin dall'inizio consapevole che il personaggio che vede sullo schermo è il fantasma, e che le "presenze" che si avvertono nella casa sono in realtà persone in carne ed ossa. Il colpo di scena su cui si reggeva la costruzione del film di Amenabar (e, prima di esso, il suo ispiratore del 1973) qui non ha ragione di esistere. Una scelta coraggiosa e controcorrente, che permette allo spettatore di entrare direttamente nei pensieri dell'inquieto spirito protagonista, e va a ricercare la suspence attraverso altre e diverse strade: non ci si affida più alle presenze che popolano la casa (che sappiamo umane) e neanche alla possibilità di una rivelazione a sorpresa che non ci sarà: piuttosto, a generare tensione, e paura, è il segreto nascosto nella mente della protagonista, quella morte a tratti rievocata, ma mai oggetto di un ricordo dai contorni chiari. La sua ricostruzione, e quella della vita di Emily, è chiave di volta per il progredire della trama.

Geometrie di paura

Un'immagine di Anna Ishida nell'horror I Am a Ghost

Il regista di origini filippine Mendoza (nessuna parentela col più noto Brillante), cineasta indipendente e artista eclettico, mostra di conoscere bene la materia; ma la affronta da un'ottica personale e originale, rovesciando del tutto i topoi del genere, dando al film un'ambientazione interamente diurna, e bandendo quasi del tutto la ricerca dell'effetto-shock. La coazione a ripetere a cui la protagonista è condannata ricorda molto il recente (e comunque successivo) Edge of Tomorrow - Senza domani, nonché la commedia mainstream Ricomincio da capo; ma l'ispirazione del regista sembrano essere soprattutto alcuni episodi della serie storica Ai confini della realtà, che proprio sulla semplicità ed efficacia dell'idea di base si reggevano. Una semplicità a cui fa da contraltare una costruzione scenografica elaborata e d'effetto, tutta basata sulle geometrie degli interni dell'abitazione: piani fissi di grande eleganza ed efficacia, colori diversi per ogni stanza a simboleggiare gli stati d'animo che di volta in volta attanagliano la protagonista. Anche una tecnologia come lo split-screen viene recuperata più volte nel corso del film, con risultati visivamente interessanti ed efficaci. Ad ogni nuova "ripetizione", un particolare in più, un ricordo o lo svelamento di un dettaglio prima celato, permettono ad Emily di avvicinarsi un po' di più alla soluzione. Il tutto, con un linguaggio che solo nei minuti finali cede (in parte) a un horror più convenzionale, comunque subito smontato e decostruito da un finale intelligentemente aperto. Una menzione la merita anche la protagonista Anna Ishida, che regge praticamente da sola il peso dei 76 minuti (una durata perfetta) del film.

Conclusioni

Anna Ishida in una drammatica sequenza dell'horror I Am a Ghost

Nel panorama indipendente, a tutte le latitudini, continuano ad annidarsi le proposte più interessanti per un genere che ha nelle potenzialità di sperimentazione, pressoché infinite, una delle sue inesauribili fonti vitali. Opere "piccole", ma di grande fascino, come questa, ne sono un'apprezzabile conferma.

Marco Minniti
Redattore
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