Recensione Himizu (2011)

Film intenso e struggente che racchiude in due ore abbondanti l'accorato grido di dolore di una generazione ma soprattutto di un popolo che si ritrova spaesato, solo, abbandonato al suo destino, vittima dei suoi stessi errori ma anche capace di guardare avanti con speranza.

Heartquake

"Riconosco una mosca nel latte, riconosco un cavallo da un mulo, riconosco chi lavora da chi non fa un bel niente, riconosco il sonno dalla veglia, so riconoscere un uomo dall'abito. Conosco tutto, fuorché me stesso". [Francois Villon]
E' con questa citazione poetica che si apre Himizu, il film che segna la prima volta in concorso nella selezione di un grande festival internazionale per il controverso regista nipponico Sion Sono che prende spunto per il titolo da un termine che nella lingua madre indica una specie di talpa ma è usato anche come metafora per indicare qualcuno che si nasconde dalla luce del sole.
La storia del giovane protagonista Himizu si svolge infatti sullo sfondo della tripla tremenda catastrofe che ha colpito il suo paese l'11 marzo scorso cambiandone letteralmente la morfologia, giorno in cui un terremoto ha causato danni incalcolabili nelle grandi città, inondazioni su tutte le coste e un disastro nucleare le cui conseguenze si ripercuoteranno sulle generazioni future per centinaia di anni. Una calamità che si è lasciata alle spalle migliaia di morti, desolazione, macerie, abbandoni, fughe, paura e impotenza, un evento che non poteva essere ignorato da un cineasta estremo e visionario come Sono, da sempre avvezzo al racconto sociale attraverso storie perverse e simboliche di grande impatto emotivo. Terminata già prima dell'11 marzo, la sceneggiatura di Himizu è stata così improvvisamente rimessa in discussione dal regista e rielaborata sullo scenario reale che incombeva sul suo paese, poi velocemente girato nel mese di maggio in contemporanea con la conta dei danni.

Liberamente tratto dall'omonimo dark-manga di Minoru Furuya, la storia originale del film era quella senza speranza di due giovani alla ricerca di una felicità che non troveranno mai, trasformata successivamente in una storia drammatica e violenta che possiede al suo interno anche molta speranza per il futuro. Sumida ha quattordici anni e insieme ad una madre che lo ignora vive sulle rive del fiume grazie all'attività di noleggio barche di famiglia. La sua unica aspirazione non è diventare ricco ma diventare un adulto onesto, un uomo normale e rispettabile, tutto il contrario di quel che rappresenta suo padre, un essere spregevole alcolizzato e violento che maledice il figlio auspicandone il suicidio e torna solo quando ha bisogno di soldi o di sfogare la sua frustrazione. Vive segretamente la sua stessa situazione anche Chazawa, una compagna di classe follemente innamorata di lui al punto di arrivare a tormentarlo. La ragazza mette in atto nei confronti di Sumida un serratissimo corteggiamento che disturba il compagno e lo spinge a reagire con veemenza alle sue lusinghe. Quando viene abbandonato dalla madre, che fugge con il suo amante, il giovane si ritrova senza soldi e senza nessuno che si preoccupi per lui a parte un gruppetto di bizzarri vicini che vivono in un gruppo di baracche lì intorno. Caduto in uno stato di totale depressione, Sumida lascia la scuola, si rimbocca le maniche aiutato dalla sua nuova amica e decide di dedicarsi a tempo pieno al lavoro. Quando una notte il padre torna ubriaco per picchiarlo e maledirlo nuovamente, il ragazzo viene colto da un raptus di rabbia e lo uccide, sotterrandone il corpo sulle rive del fiume. Disperato e pentito non tanto per aver compiuto un omicidio ma per aver infranto il suo sogno di diventare un uomo ordinario e rispettabile, Sumida viene di nuovo inghiottito nell'oscurità in cui è cresciuto e decide di trasformarsi in una sorta di delirante giustiziere uccidendo tutte i cattivi del mondo. A salvarlo dall'autodistruzione dalla spirale di follia in cui è finito sarà come sempre la piccola Chazawa che riuscirà a dargli una speranza per il futuro e a portare un fremito nel suo cuore.
Attimi di violenza inaudita si mischiano a momenti surreali e a una comicità grottesca davvero feroce in questo Himizu, film intenso e struggente che racchiude in due ore abbondanti l'accorato grido di dolore di una generazione ma soprattutto di un popolo che si ritrova spaesato, solo, abbandonato al suo destino, vittima dei suoi stessi errori ma anche capace di guardare avanti con speranza.
Intriso di violenza e dolore ma anche contraddistinto da un'atroce comicità involontaria, Himizu è tragico, folle e pittoresco, ambiguo come la cultura giapponese, ricco di simbolismi ma anche di una malcelata dolcezza e di macabra poesia. Non si può non pensare alla centrale nucleare di Fukushima nel momento in cui il padre violento e cattivo viene ucciso e poi sotterrato nel fango dal figlio, quasi a voler nascondere il suo errore perché si rende conto che questo gli costerà la rinuncia ai suoi sogni e una condanna per l'intera esistenza. Dovrà pagare un prezzo altissimo Sumida se vorrà tornare a sognare, dovrà assumersi le sue colpe e redimere i suoi peccati, esattamente come il suo paese lo sta pagando per gli sbagli e le sventatezze del passato.
Già al Lido l'anno scorso con l'horror Cold Fish, presentato nella sezione Orizzonti, Sion Sono torna con grande maestria ad esplorare, in un modo del tutto nuovo per lui, gli aspetti più oscuri sulla psicologia umana in un'opera convincente che non è di certo perfetta stilisticamente né narrativamente, ma che arriva al cuore con una veemenza a tratti straripante. Liberatoria e bellissima la sequenza finale, in cui si vede Chazawa incitare a squarciagola Sumida invitandolo a non mollare, mentre insieme piangendo corrono senza paura verso il futuro.

Movieplayer.it

4.0/5