Recensione Foxcatcher (2014)

Interpretazioni esaltanti per i protagonisti della pellicola, che grazie a una sceneggiatura attenta e a una regia rigorosa, riesce a ricreare la storia dei fratelli Schultz, la complessità del loro legame fraterno e a illustrare con realismo il loro rapporto con il magnate du Pont.

I soldi non possono comprare tutto, ma di certo possono comprare tanto. Cosa, come e quanto, dipende dall'integrità morale e dalla predisposizione delle parti in gioco, sia di chi acquista che di chi ne subisce il potere. Capita infatti che ingenti fortune siano accompagnate da una corruzione d'animo ed un logorio emotivo che porta a porsi nei confronti del mondo con l'arroganza che il proprio potere consente.

È un aspetto su cui è facile riflettere guardandosi intorno, seguendo le cronache locali ed internazionali, osservando la realtà. Ed è proprio a questa che si ispira il nuovo dramma di Bennett Miller, regista di Truman Capote - A sangue freddo e L'arte di vincere - Moneyball, Foxcatcher, presentato in concorso nell'ambito dell'edzione 2014 del festival di Cannes ed incentrato sullo strano rapporto tra due campioni di lotta ed un eccentrico miliardario.

Dalla realtà al film, la storia dei fratelli Schultz

Foxcatcher: Steve Carell insieme a Channing Tatum in una scena del film
Basta una telefonata a John E. du Pont per incuriosire il campione olimpico Mark Schultz e farlo imbarcare su un volo per la Pennsylvania per incontrare il ricco magnate. Mark è sempre vissuto, sportivamente e non, all'ombra del fratello Dave e vede nell'offerta dell'uomo la sua opportunità di rivalsa, di fare qualcosa che lo renda unico. L'offerta d'altra parte è allettante: trasferirsi nella tenuta du Pont per allenarsi e costruire una forte squadra in vista delle Olimpiadi di Seoul del 1988.
Mark accetta ed inizia a sviluppare nei confronti del ricco magnate un rapporto di dipendenza quasi filiale, sempre alla ricerca della sua approvazione ma allo stesso tempo lasciandosi trascinare su una strada di vizi che possono mettere a repentaglio la sua carriera. Una situazione che degenera dopo i primi insuccessi e l'arrivo nella tenuta - e nella squadra Foxcatcher - anche del fratello di Mark, Dave, e quando i problemi interiori ed i secondi fini di du Pont emergono pericolosamente.

Tre vertici di un triangolo

Steve Carell, Channing Tatum e Mark Ruffalo interpretano rispettivamente du Pont ed i due fratelli Mark e David. Rappresentano i tre punti focali di una storia che tra questi tre punti sviluppa diversi presupposti emotivi: il rapporto tra i due fratelli, fortissimo ma non senza problemi; la dipendenza di Mark per du Pont, sviluppatasi man mano che il suo lavoro sulla squadra lo rende soddisfatto; la diffidenza, mai superata, di David nei confronti del magnate, messa da parte solo per poter sfruttare un'opportunità per se' stesso, il fratello e l'intera squadra di lotta. Dinamiche complesse che lo script di E. Max Frye e Dan Futterman sviluppa con profondità ed attenzione, rendendo in ogni momento comprensibile allo spettatore, quello che accade nella mente dei protagonisti. È ovviamente anche merito di Miller e della sua messa in scena sicura e rigorosa, che segue la vicenda soffermandosi dove e quando necessario, indugiando sui volti e le emozioni dei protagonisti.

Foxcatcher: un irriconoscibile Steve Carell

I meriti del cast

Ma sarebbe ovviamente ingiusto non condividere questi meriti con i tre straordinari interpreti, tutti in parte, tutti intensi e sempre calibrati nel comunicare emozioni, delusioni e sogni. Carell in particolare è straordinario nel portare su schermo l'ambiguità e gli atteggiamenti mutevoli del suo du Pont, la sua arroganza nei confronti dei sottoposti, l'ostentata ed ingiustificata superiorità, la fragilità in alcune situazioni e nei confronti della figura materna interpretata da una sempre bravissima Vanessa Redgrave, anche nel poco spazio a sua disposizione in un film, ed un ambiente come quello della lotta, che lascia poco spazio alle controparti femminili di un cast quasi interamente composto da uomini.

Le scelte di Miller

Foxcatcher: il regista Bennett Miller in una foto dal set
Non si può dire che le sequenze incentrate sullo sport siano assenti. Ci sono, sia momenti degli allenamenti e dei tornei, e sono dirette con la stessa invidiabile sicurezza. Ma non sono il cuore di Foxcatcher, servono piuttosto a scandire i tempi ed i modi della storia, a giustificare l'evoluzione interiore dei personaggi e dei rapporti tra loro. Non è un caso che la messa in scena di più di un incontro venga interrotta bruscamente per mostrarci momenti di ciò che accade dopo, per riportare subito l'attenzione sui personaggi e sul cuore reale della storia, fino a condurci verso la drammatica evoluzione finale.

Conclusione

Con Foxcatcher, Miller riesce ad immergerci nella storia dei fratelli Schultz e del loro rapporto con il magnate du Pont, con una messa in scena asciutta e rigorosa che si avvale delle incredibili interpretazioni dei suoi tre protagonisti.

Recensione Foxcatcher (2014)
Antonio Cuomo
Redattore
4.0 4.0
Cannes 2014
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