Recensione Felice chi è diverso (2014)

Presentato a Berlino Felice chi è diverso, il documentario di Gianni Amelio che esplora il mondo dell'omosessualità: storie di uomini che tracciano quasi un'antropologia della diversità attraverso le epoche e al di là di ogni stereotipo.

Recensione Felice chi è diverso (2014)

Il fascino discreto della diversità

"Lo dico per tutti gli omosessuali, felici o no, io sono omosessuale". Così Gianni Amelio nella sua recente intervista al quotidiano La Repubblica alla vigilia della presentazione avvenuta oggi del suo documentario Felice chi è diverso alla 64a Berlinale nella sezione Panorama Dokumente. "Credo che chi abbia una vita molto visibile abbia il dovere della sincerità", aveva aggiunto Amelio nella stessa intervista, "e allora sì... lo dico per tutti gli omosessuali". Dichiarazioni che hanno fatto inevitabilmente scalpore, come sempre avviene quando un personaggio di tale spessore decide di fare coming out, ammettendo pubblicamente la propria omosessualità, tanto più se fatto a 69 anni quindi in un momento in cui una tale ammissione potrebbe "risultare ridicola, forse tardiva..." ancora per stessa ammissione di Amelio. Tanto clamore quindi ha preceduto la presentazione di questo suo lavoro che trattando appunto questo tema é quindi inevitabilmente legato al gossip delle recenti rivelazioni: che il documentario sia stato realizzato per preparare il coming out o che al contrario il documentario sia stato un pretesto per il regista per venire allo scoperto, in effetti poco importa. Alla fine è una bene se l'outing del regista in un modo o nell'altro servirà a suscitare interesse nel pubblico per quest'opera significativa e importante, i cui toni sono quanto di più lontano ci possa essere da quelle contaminazioni voyeuristiche e scandalistiche con cui spesso vengono trattati argomenti riguardanti la sessualità.

Video-recensione Felice chi è diverso


Felice chi è diverso: Ninetto Davoli in una scena del documentario di Gianni Amelio
Senilità
L'approccio è decisamente più antropologico che sociale, le testimonianze raccolte sono agli antipodi da quelle stereotipate, in qualunque senso, dell'immagine dell'omosessuale così come viene rappresentata dai mezzi di comunicazione. Un taglio piuttosto senile, evidentemente perché l'occhio è quello di un uomo maturo, che racconta storie storie di uomini per la maggior parte in là con gli anni, attraverso le loro testimonianze che arrivano fino all'inizio del secolo scorso: ricordi di un'epoca in cui la condizione e l'accettazione della diversità non solo non erano praticabili ma nemmeno contemplabili, durante il fascismo fino nel secondo dopoguerra. Tempi in cui l'omosessualità era un pericolo e una malattia da curare con rimedi eziologici. Fino all'arrivo dell'AIDS, la nuova peste, quando la mentalità etero tornò indietro agli anni più bui.

Felice chi è diverso: un'immagine del documentario
Storie di uomini
C'è la coppia borghese che nella decennale relazione ha trovato forza, stabilità e addirittura l'accettazione delle famiglie, e c'è invece chi non è riuscito a sfuggire agli abusi psicologici o ai tentativi di condizionamento e repressione crudele da parte della famiglia e dell'ambiente. Nella galleria di storie e racconti di uomini comuni, troviamo anche Paolo Poli, che rappresenta l'artista che ha fatto invece della propria diversità l'arma vincente e della sua solitudine un punto di forza. A Ninetto Davoli è affidato il ricordo di Pier Paolo Pasolini a cui una lunga parte è dedicata: racconti insieme a materiali e immagini di repertorio per mostrare quanto subdole possano essere le campagne diffamatorie e quanto la "condanna" possa passare attraverso distorsione e la manipolazione. Colpiscono la dignità e la pacatezza del documentario, l'immagine di come ognuno a modo suo ha affrontato il suo percorso e affermato dentro e fuori se stesso la sua diversità, ma soprattutto la serenità e l'equilibrio che riescono a trasparire dietro questa affermazione anche quando il percorso è stato drammatico e doloroso.

Felice chi è diverso: Paolo Poli in una scena del documentario
La diversità tra i diversi
"Felice chi è diverso essendo egli diverso. Ma guai a chi è diverso essendo egli comune". La poesia di Sandro Penna che ricorre spesso nei racconti, fa da guida e da filo conduttore; perché anche nella diversità si rischia l'appiattimento, insito già nell'omologazione della parola gay, "dove prima c'erano il femminiello o il ricchione, la parola gay ha tolto la diversità tra i diversi, come una enorme colata di cemento...". Uno studio antropologico che diventa anche lo studio della cultura di un paese , l'Italia del mondo omosessuale di ieri, ma anche di oggi. Perché anche se non ci sono più il fascismo o la repressione, se la paura e il silenzio sull'argomento oggi non sono più gli stessi, ancora la strada da fare è molto lunga: per cui dopo tante testimonianze senili, c'è spazio per l'incertezza sul futuro e la testimonianza è affidata alla spontaneità di un ragazzo che si chiede semplicemente tra il curioso e lo spaventato "non so cosa aspettarmi, non so come reagiranno i compagni se dovessi fargli delle avances, magari se ne vanno e basta, magari mi danno un ceffone".

Alessandro Antinori
Redattore
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