Recensione Di nuovo in gioco (2012)

Per il suo ritorno alla recitazione, Eastwood sceglie toni sentimentali e melò, quasi a voler dimostrare, a 82 anni, di potersi concedere di tutto: la sua presenza sullo schermo, quasi ingombrante, resta a dichiarare la volontà di non cedere alla logica della 'rottamazione'.

Una curva non ancora discendente

Clint Eastwood torna davanti alla macchina da presa. Questa semplice circostanza basterebbe, da sola, a rendere Di nuovo in gioco un film meritevole di attenzione: rovesciando, tra l'altro, la consuetudine cinefila che normalmente trasforma in evento il ritorno alla regia di qualcuno, magari dopo anni di impegno in altri ruoli. Per Clint, il discorso è diverso: lui è stato, ed è, innazitutto interprete, e prima ancora corpo, statuario emblema di un sogno americano di cui ha saputo incarnare, in tre decenni, tutte le contraddizioni, ma anche l'inesauribile forza. Per molti di noi è stato difficile, dopo Gran Torino, mandar giù quell'addio, pur così liricamente espresso, e in una pellicola di tale valore: quasi un pezzo di anima, e di storia del cinema statunitense, che si chiudeva, con un commiato tra i più struggenti che la storia del cinema recente ricordi. Allo stesso modo, è difficile (e sarebbe sbagliato) liquidare questo ritorno come pura operazione commerciale, o peggio come semplice amarcord: il nostro ne ha passate troppe, e ha raggiunto una consapevolezza (verrebbe da dire: una saggezza) troppo sviluppata per prestarsi a operazioni del genere. L'assunto di Gran Torino, tra l'altro, non è stato annullato: l'addio di Eastwood, quello dato al personaggio del giustiziere che lo aveva reso famoso (meglio: che aveva dato un senso alla sua presenza sullo schermo) resta valido. Di nuovo in gioco è infatti un film diverso, così come diverso è il ruolo di Clint, in una performance che cerca di riflettere sull'attuale fase della sua carriera, evitando la rassegnazione e l'auto-relegazione tra le icone del passato.


Il tema è semplice, persino ingenuo nella sua sovrapponibilità col vissuto dell'attore/regista: Gus, un vecchio scout del baseball, sta perdendo la vista, e la società che lo paga, ormai sempre più dipendente da parametri computerizzati per la valutazione del talento, sta cercando un pretesto per scaricarlo. L'anziano talent scout viene inviato ad Atlanta per quello che, verosimilmente, dovrà essere il suo ultimo lavoro: lì, Gus avrà il compito di valutare un giovane atleta su cui la società ha da tempo messo gli occhi, richiesto anche da una squadra rivale. L'uomo tende a minimizzare i suoi problemi di salute, ma il suo capo Pete, a lui affezionato e poco propenso a lasciarlo andar via, si è già reso conto della situazione: l'uomo convince la figlia di Gus, Mickey, a partire con suo padre per Atlanta, con lo scopo di dargli una mano e contemporaneamente convincerlo sulla sua necessità di cure. Mickey, esperta di baseball quasi quanto Gus, ha un rapporto difficile col genitore, che dapprima mal ne sopporta la presenza: ma la perseveranza della ragazza riuscirà ad aprire una breccia nella dura scorza di Gus, e a porre le condizioni per un dialogo e un chiarimento tra i due, troppo a lungo rimandati. Inoltre, ad Atlanta Mickey conoscerà Johnny, scout dei rivali Red Sox, giovane ex giocatore e vecchia conoscenza di suo padre, con cui da subito nascerà una reciproca simpatia.

In Di nuovo in gioco, elemento principale è la presenza fisica, dominante e persino ingombrante, di un Eastwood che sembra più che mai deciso a non farsi da parte. Il suo corpo, e le sue rughe, sono esibiti quasi con fierezza, mentre la sua fisicità denuncia la voglia di recuperare uno spazio, una prassi del recitare (anche solo con la presenza sullo schermo) la cui difesa sembra essere istanza principale di questo film. Interpretando una storia sentimentale, dai tratti anche (spesso) patetici, Clint sembra voler sottolineare la sua voglia e possibilità, a 82 anni, di fare di tutto, di cimentarsi anche con registri apparentemente lontani dalle sue corde. I sospetti di buonismo o sentimentalismo sembrano non tangerlo, con un messaggio che pare diretto (o meglio: urlato in faccia) a certa critica: se Callaghan/Kowalski è morto, e ne abbiamo già celebrato il funerale, ora al giustiziere si sostituisca l'uomo. E lo si esplori in tutte le sue sfaccettature, anche in quelle che magari paiono stonate o spiazzanti. E allora, via libera alla figura del padre burbero ma dal cuore d'oro, ai contrasti generazionali con una caparbia (e brava) Amy Adams, agli showdown familiari (melo)drammatici e alla celebrazione di quei valori a stelle e strisce che, nella loro versione progressista (elemento che per chi scrive non cambierà, anche con l'appoggio ad altri cento Romney) hanno sempre rappresentato l'essenza del suo cinema.
La timidezza registica di Robert Lorenz, collaboratore storico di Clint e ora esordiente dietro la macchina da presa, rappresenta probabilmente un limite per questo Di nuovo in gioco; così come rappresenta un limite uno script eccessivamente prevedibile, che, nella sua classicità, costruisce un intreccio di cui è possibile anticipare, quasi con millimetrica precisione, ogni singolo sviluppo. E' curioso, in questo senso, come il titolo originale Trouble With the Curve (riferito a una tipologia di battuta nel gergo del baseball, e poco opportunamente modificato dalla distribuzione italiana) descriva bene i limiti di una sceneggiatura troppo lineare, povera di deviazioni e scarti nel suo rettilineo, e oltremodo prevedibile, percorso. Resta comunque, di questa nuova, attesa prova attoriale di Eastwood, la sincerità di intenti che anima l'intera operazione: pur trattandosi di un progetto pensato e messo in scena da altri, è impossibile non notare l'impronta personale e sentita che il protagonista ha dato all'intera pellicola. Così come il suo Gus, il Clint attore dichiara a chiare lettere la sua volontà di non farsi rottamare. Guardando la sua carriera, e guardandolo ora sullo schermo, come si può dargli torto?

Movieplayer.it

3.0/5