Cut

2011, Drammatico

Recensione Cut (2011)

Cut denota, da parte del regista Naderi, una conoscenza abbastanza approfondita dei modi e dei tempi del cinema giapponese, dai ritmi dilatati ai totali sulla metropoli e sui suoi abitanti.

Pugni cinefili

Shuji è un giovane regista fortemente deciso a cambiare lo stato del cinema attuale. Col suo megafono, il giovane urla per le strade la sua rabbia contro coloro che hanno corrotto la Settima Arte riducendola a un semplice intrattenimento; ma intanto, tutto intorno a lui la vita della metropoli continua a scorrere, indifferente al suo grido di dolore. Ma Shuji va anche in pellegrinaggio sulle tombe dei grandi registi del passato, come Akira Kurosawa, Yasujiro Ozu e Kenji Mizoguchi, sperando che questi possano dargli la forza per quella che vede come una vera e propria missione; nel frattempo, il giovane regista organizza anche dei cineforum sulla terrazza del suo appartamento, in cui proietta classici del cinema giapponese e americano. Proprio durante una di queste proiezioni, due membri della Yakuza prelevano il giovane e lo portano dal loro capo, dove Shuji viene informato che suo fratello è stato ucciso perché aveva accumulato un debito non saldato per finanziare i suoi film. Il debito ricade così sul giovane regista, che inventa un singolare metodo per saldarlo: nella palestra in cui il fratello è stato ucciso, Shuji si trasforma in un sacco umano e lascia che i membri della gang sfoghino la loro rabbia prendendolo a pugni, facendosi pagare un tot per ogni pugno. La sua passione cinefila, e il pensiero di starsi immolando per una causa più alta, lo aiuteranno a sopportare il dolore.

Cut, un'immagine del film di Amir Naderi
Dopo un ventennio passato negli USA, un veterano del cinema iraniano come Amir Naderi approda in Giappone. Lo fa con un film che può apparire provocatorio, a partire dal tema per proseguire con la scelta del digitale per girare una pellicola che omaggia, in modo esplicito, il cinema classico. Questo Cut denota tuttavia, da parte di Naderi, una conoscenza abbastanza approfondita dei modi e dei tempi del cinema giapponese, dai ritmi dilatati ai totali sulla metropoli e sui suoi abitanti, figli di una tradizione che dal realismo di Ozu conduce fino alle moderne inquietudini metropolitane di Kiyoshi Kurosawa. E' squisitamente cinefila, la filosofia che anima il regista in questa sua nuova opera, e non solo per la peculiarità del tema: quella del protagonista è una vera e propria passione (intesa nel doppio significato del termine) che lo porta a sacrificarsi in nome di un senso di lealtà (verso l'arte cinematografica) che sostituisce quello classico del cinema di samurai e di quello yakuza verso i propri capi. Così, i pugni che Shuji deve subire dietro compenso diventano emblema di quel cinema puramente commerciale che il giovane combatte (e non a caso, mentre viene colpito, Shuji continua a ripetere la frase "pessimo film!") mentre, durante la notte, il ragazzo si "cura" proiettando sul suo stesso corpo sfregiato quei classici per cui lui stesso combatte.

Una scena di Cut, di Amir Naderi
Il film di Naderi si avvale di una sceneggiatura estremamente semplice, tutta incentrata sulla figura del protagonista con la sua fermezza di intenti; gli yakuza che lo ricattano appaiono come parte di una realtà di fatto, da accettare per quella che è, forse persino giusta nelle sue regole secolari e immutabili. Shuji, non a caso, _ vuole_ continuare a immolarsi e a sottoporre il suo corpo a questa terribile prova, anche quando uno dei boss si offre di annullare il suo debito. L'unica realtà che il protagonista si propone, con caparbia e quasi folle determinazione, di modificare, è proprio quella della Settima Arte, che assurge così ad emblema di una vera e propria utopia di trasformazione sociale. L'estrema pulizia dell'immagine, derivata dall'uso del digitale, non fa che amplificare la lucidità e la semplicità quasi infantile della missione di Shuji, che non conosce compromessi o tonalità di grigio. Un (final) cut caparbiamente voluto, dal protagonista come evidentemente dallo stesso Naderi, con la conclusione che non solo di fare quella scelta ne sia valsa la pena, ma anche che questa fosse, evidentemente, l'unica possibile.

Recensione Cut (2011)
Marco Minniti
Redattore
3.0 3.0
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