Recensione Chimères

Un'opera sul vampirismo originale e apprezzabile, pur penalizzata da qualche incertezza di sceneggiatura, che fa collidere le origini del mito con l'asettico contesto di una città elvetica.

Recensione Chimères

Durante una vacanza in Romania con la sua compagna Livia, il fotografo Alexandre subisce un grave incidente: dopo una serata in cui i due hanno alzato un po' il gomito, l'uomo viene investito da un'automobile, riportando gravi traumi e ferite. I soccorsi non tardano, e Alexandre viene curato con l'apporto fondamentale di una trasfusione di sangue. Al ritorno a casa, però, per la coppia iniziano a manifestarsi i problemi: Alexandre è affetto da un costante malessere, inizia a soffrire di allucinazioni e si rivela inspiegabilmente fotofobico.

Livia cerca dapprima di minimizzare la cosa, ma quando Alexandre inizia a coprire con della plastica nera le finestre della casa, capisce che il disagio del compagno è qualcosa di più di una passeggera suggestione. Alexandre è convinto che la trasfusione subita in Romania abbia infettato il suo sangue, trasformandolo in una creatura sovrannaturale. Le allucinazioni, tutte incentrate sulla visione di un suo "doppio" malvagio, iniziano a prendere il sopravvento sulla sua vita. La convivenza, per la giovane coppia, si fa sempre più tesa; finché, suggestione o realtà, il malessere di Alexandre non lo spinge a comportarsi coerentemente con quella che sente essere la sua nuova natura...

Storia di vampiri elvetici

Yannick Rosset, Catriona MacColl e Jasna Kohoutova in una scena del film Chimères

Esordio nel lungometraggio del regista Olivier Beguin, Chimères si rivela un interessante esempio di horror di produzione svizzera, che cerca di svecchiare, con uno sguardo originale, il tema del vampirismo. Compito, quest'ultimo, in realtà più difficile di quanto potesse risultare fino a qualche anno fa: perché, se è vero che la saga di Twilight e i suoi epigoni hanno consegnato il genere al teen movie e ai sospiri e languori di un pubblico adolescenziale, è anche vero che un capolavoro come lo svedese Lasciami entrare ha abbondantemente riequilibrato la situazione. Inoltre, in passato ci sono stati tanto George A. Romero (col suo Wampyr) quanto Kathryn Bigelow (con Il buio si avvicina) a trattare il tema da ottiche personali e originali; mentre, in tempi più recenti, Park Chan-Wook con Thirst ne ha offerto una lettura all'insegna di una debordante visionarietà. Se non ci si ferma al mainstream, quindi, i vampiri al cinema si difendono ancora più che bene, e risultano lontanissimi dagli ingessati non morti, mantello nero e volto esangue, chiusi nelle loro bare ad aspettare il tramonto, che l'iconografia ci ha tramandato. L'originalità del film di Beguin, tuttavia, sta nell'aver recuperato l'origine geografica del mito (la storia prende le mosse dalla vacanza dei due protagonisti in Romania) facendola collidere con un contesto asettico e ordinato, apparentemente quanto di più lontano dalle pulsioni del genere, come quello di una metropoli svizzera.

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Chimères: Yannick Rosset in una inquietante immagine del film di Olivier Beguin

Dracula incontra Hyde

Chimères, effettivamente, parte più che bene, con un efficace montaggio alternato che contrappone le fascinose scenografie rumene, in cui la coppia si prepara a qualche giorno di relax in un antico borgo arrampicato sulle montagne, all'asettico ordine degli interni ed esterni della loro città di residenza; a tale giustapposizione fa da contraltare quella sul volto del protagonista Yannick Rosset, rilassato e privo di preoccupazioni nel primo caso, incupito e segnato dalle conseguenze dell'incidente nel secondo. La sceneggiatura ha l'intuizione di contaminare il vampirismo con una tematica del "doppio" che, storicamente, ha informato il sottogenere "confinante" della licantropia, e ha origine nel Jekyll/Hyde di Robert Louis Stevenson: Alexandre è perseguitato dalla presenza sempre più pervasiva del suo doppio malvagio, ne vede l'immagine inquietante riflessa nello specchio, nelle foto che lo ritraggono, persino nei suoi lavori fotografici esposti in una mostra. Le sue passeggiate notturne, anche quando non mirate alla ricerca di vittime umane, lo accomunano all'iconico personaggio di Stevenson. Per tutta la prima parte, la sceneggiatura gioca sull'ambiguità della possibile, effettiva presenza di una malattia mentale da cui il protagonista sarebbe affetto; ambiguità culminata nella violenta reazione del fisico di Alexandre a una ributtante "cena" preparata dalla compagna, in uno dei momenti più grotteschi della pellicola.

L'abbraccio dell'oscurità

Un primo piano di Jasna Kohoutova dal film Chimères

Quando, tuttavia, tale ambiguità viene sciolta, nel precipitare degli eventi che caratterizzano la seconda metà del film, Chimères perde qualcosa in termini di originalità, e inizia a segnalarsi per una scrittura più convenzionale. La descrizione del vampirismo (e dei poteri che conferisce) non è estranea all'estetica contemporanea che ha già caratterizzato serie televisive come True Blood; pur innervata, in questo caso, da dosi di graficità splatter ben più consistenti. Lo script mostra qualche incertezza quando descrive le "imprese" di un protagonista ormai consapevole della sua natura, ma tuttora legato da un sentimento più che terreno alla sua compagna; quest'ultima ne abbraccia forse troppo subitaneamente il destino, portando poi tale abbraccio fino alle estreme conseguenze. Certi snodi di trama, ma soprattutto l'apparente, indisturbata facilità con cui le sanguinose scorribande vengono compiute dall'ormai mutato protagonista, rendono un po' difficile la sospensione dell'incredulità. La componente romantica del film risulta sacrificata e discutibile, malgrado il bel colpo di coda che il film mostra negli ultimi minuti, con una Jasna Kohoutova che assurge al ruolo di protagonista, accompagnando lo spettatore fino a un suggestivo finale.

Conclusioni

Chimères è un'opera sul vampirismo originale e apprezzabile, che mostra tuttavia qualche incertezza di troppo nella costruzione narrativa. Se il paragone è con le già citate pellicole di Tomas Alfredson e Park Chan-Wook, il film di Beguin non può che risultarne perdente. Ma, guardando la pellicola come opera a sé (e soprattutto come opera prima) i motivi di interesse certamente non mancano.

Marco Minniti
Redattore
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