Recensione Casablanca Mon Amour (2012)

Mantenere il controllo di quel complicato puzzle che è Casablanca Mon Amour non era semplice, ma John Slattery dimostra di saper gestire alla perfezione gli strumenti narrativi che ha a disposizione denotando notevole maturità registica.

Ciak, si gira in Marocco

I fanatici del cinema e i feticisti di location gusteranno il documentario Casablanca Mon Amour come una full immersion nel mondo della settima arte, un viaggio alla scoperta dei villaggi pittoreschi, delle dune sabbiose e dei misteriosi deserti in cui sono stati girati i classici immortali Casablanca e l'Otello di Orson Welles, i cult fantascientifici Guerre stellari e Dune e i popolari action Agente 007, zona pericolo e Il gioiello del Nilo. Proprio da una battuta dell'innocua commedia interpretata da Danny DeVito in cui il comico si riferisce a un arabo apostrofandolo con il termine towelhead (per l'uso di fasciarsi la testa con un turbante), scaturisce la riflessione che sta alla base del progetto di John Slattery. L'apparente natura di road movie di Casablanca Mon Amour nasconde un'acuta disamina della rappresentazione della società e della cultura araba attraverso il filtro americano. Hollywood, con i suoi blockbuster granitici e stereotipati, ma capaci di colonizzare con prepotenza l'immaginario collettivo mondiale, ha diffuso il falso mito di un Marocco esotico e misterioso, ma soprattutto del villain mediorientale, dell'arabo cattivo e spietato, nemico dell'eroe di tante pellicole action.

Forte di una conoscenza diretta del paese, in cui ha vissuto per due anni, il regista John Slattery decide di fare giustizia confezionando una pellicola parte ficion parte documentario indirizzata soprattutto agli americani per aprire loro gli occhi sulla semplificazione che da anni domina l'opinione pubblica. Il risultato è un lavoro complesso e stratificato in cui cinema e vita vissuta si fondono scena dopo scena. Al primo livello abbiamo il racconto di un viaggio compiuto da due amici. Abdel deve recarsi in un lontano villaggio per far visita allo zio malato, che non ha mai incontrato. Hassam decide di seguirlo per ultimare il suo progetto scolastico, un documentario sulle location marocchine usate nel cinema. Nella finzione sono incastonati elementi di verità (l'amicizia tra i due giovani è reale così come la fidanzata di Hassan e la scuola di cinema in cui lui studia realmente) che creano una rete di rimandi attorno a cui il film si va a comporre. Al nucleo fictional il regista accosta sapientemente inserti in bianco e nero che rappresentano una sorta di backstage, interviste sui gusti cinematografici dei marocchini, che fanno parte del progetto scolastico di Hassan e le clip estratte dalle celebri pellicole americane girate in zona, il tutto tenuto insieme dalla voice over di Hassan, vero narratore della vicenda.
Mantenere il controllo di quel complicato puzzle che è Casablanca Mon Amour non era semplice, ma Slattery dimostra di saper gestire alla perfezione gli strumenti narrativi che ha a disposizione denotando notevole maturità registica. Il documentarista si concede spazi in cui dar sfogo all'ironia e non manca di lasciarsi andare a momenti di notevole lirismo sfruttando l'esotica bellezza delle location marocchine, il tutto senza perdere di vista l'obiettivo principale: la riflessione sul grossolano approccio americano alle altre culture. Il filo conduttore dell'inchiesta è, però, anche in questo caso l'amore per il cinema. Che sia nel bel mezzo del deserto africano o in un mercato affollato di merci e persone, lo strumento scelto per analizzare la realtà è ancora una volta l'occhio impassibile della telecamera. Sulla capacità del cinema di influenzare il pensiero collettivo si discute da tempo, ma è certo che la visione di opere intelligenti come l'ottimo Casablanca Mon Amour farebbe bene a tutti gli spettatori, anche su larga scala.

Movieplayer.it

4.0/5