Recensione Blancanieves (2012)

Il film di Berger si muove sinuoso e riesce a catturare lo spettatore trasportandolo in una dimensione altra, incantata.

Principessa senza parole

Sono tanti i motivi per cui una favola come Biancaneve continua a stregare autori cinematografici diversissimi; se Tarsem Singh ha puntato sul potere immaginifico della storia della giovane preda della strega malvagia e Rupert Sanders ha trasformato l'eroina dei fratelli Grimm in una guerriera senza paura, Pablo Berger, cineasta basco, offre il suo contributo rileggendo questa fiaba sempiterna con gli stilemi del cinema muto.
In Blancanieves, presentato al Torino Film Festival nella sezione Festa Mobile, solo la musica accompagna questa deliziosa opera, sottilmente inquietante. Ambientata negli anni '20 in una Siviglia luminosa e pullulante di gente, la Biancaneve della favola è in realtà Carmencita, figlia del celebre matador Antonio Villalta, finito sulla sedia a rotelle dopo una nefasta corrida. Oltre a perdere l'uso delle gambe e delle braccia, infatti, Antonio ha dovuto assistere impotente alla morte dell'amatissima moglie Carmen, spirata mentre dava alla luce la bambina. Disperato per la perdita, l'uomo rifiuta la presenza della piccola, diventando la preda malleabile di una infermiera malvagia che si fa sposare solo per interesse. Anni dopo, quando la nonna muore, Carmen torna nella casa paterna, ma viene trattata alla stregua di una serva dalla matrigna. Ma quella creatura così dolce e bisognosa d'affetto riesce a ritrovare il papà, seppur per breve tempo, vista la dipartita del genitore, ucciso proprio dalla moglie. Ormai in pericolo, Carmen riesce a fuggire nel bosco e trova sette amici che le danno una mano, diventando ben presto la sua nuova famiglia. Sono dei nani toreri che girano la Spagna con il proprio spettacolo. Tutti amano quella bellissima donna dai capelli corti e neri che sa toreare come nessun altro.


Come conferma il successo di The Artist, c'è un piacere senza tempo nel vedere un film muto, una sorta di gioia primigenia che nasce dalla fruizione delle sole immagini, senza bisogno di parole che spieghino il senso della storia. Una dimensione, questa, che ha un valore maggiore rapportato ad una fiaba, dove l'elemento grottesco amplifica ogni passaggio. Ricostruzione (quindi reinterpretazione) e non semplice copia di un muto, il film si muove sinuoso e riesce a catturare lo spettatore trasportandolo in una dimensione altra, incantata. Carmen (Macarena Garcìa) è Biancaneve, ma viene bistrattata come Cenerentola dalla sua matrigna e al cospetto del toro nell'arena sembra la Bella davanti alla Bestia (che viene graziata e anzi assume un ruolo decisivo nella vendetta finale). Tra le varie citazioni che Berger integra nel suo racconto c'è anche quella del capolavoro di Billy Wilder, Viale del tramonto, con la diva del muto Norma Desmond che uccide il suo amante e ne lascia galleggiare il cadavere in piscina. Qui è la malvagia Encarna (Maribel Verdù) a compiere l'ennesimo delitto di una lunga carriera da Femme Fatale, che si chiude naturalmente con una rossa mela avvelenata.

Se da un lato l'autore indugia su certi eccessi, divertendosi a mettere in scena nani matador (uno è addirittura un travestito), infermiere sadomaso e donne con la spada, cedendo ad un'estetica da freak show, dall'altro dimostra una mano felice nel mantenere intatto lo spirito purissimo della novella dei Grimm.
Il cineasta basco spoglia la storia di ogni elemento magico, puntando la sua attenzione su situazioni e sentimenti umani come l'invidia, il coraggio e ovviamente l'amore. Non quello di un principe azzurro, però, perché Carmen/Biancaneve non si risveglierà. Per questa nuova eroina deve ancora essere trovato il giusto compagno.

Movieplayer.it

3.0/5