Recensione Angels of Revolution (2014)

Autore tra i più significativi dell'attuale panorama russo, Aleksei Fedorchenko torna al Festival del Film di Roma con un'opera emozionante e lucida, che racconta una pagina nera di storia riflettendo sull'arte e le sue potenzialità.

Recensione Angels of Revolution (2014)
Angels of Revolution

2014 – Drammatico
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URSS, 1934. Nel nord del paese, presso la cittadina di Kazym, i russi hanno costruito un centro culturale vicino al fiume Amnja: la struttura, comprensiva di una scuola, un ospedale, un ambulatorio veterinario e un museo, dovrebbe fungere da centro di propagazione per la cultura rivoluzionaria presso le popolazioni indigene. Di fatto, però, le cose non stanno andando come le autorità avevano previsto: le tribù degli Ostiachi e dei Nenci sono totalmente ostili alla nuova cultura, restando legate a un antichissimo culto che vieta loro ogni contatto con i russi.

I conflitti sono frequenti e la tensione è alle stelle. Il partito decide così di inviare nella regione una donna, Polina la rivoluzionaria, popolarissimo membro dell'Armata Rossa: questa avrà il compito di spiegare ai locali l'importanza dell'ideale socialista, e di cooptarli nella vita culturale dello Stato Sovietico. Polina raduna con sé cinque suoi vecchi compagni, ora divenuti artisti: un compositore, uno scultore, un architetto, un regista cinematografico e uno teatrale. Lo scopo: far scoccare, presso le popolazioni del luogo, la scintilla del sentimento rivoluzionario attraverso l'arte. Un compito che si rivelerà tutt'altro che facile.

Lo sguardo e il racconto

Angels of Revolution: Darya Ekamasova in una scena del film

Nome tra i più rappresentativi del nuovo cinema russo, già presente ai festival di Venezia e Roma coi suoi precedenti lavori (The First on The Moon e Silent Souls, rispettivamente datati 2005 e 2010, alla Mostra, e il recente Spose celestiali dei Mari di pianura, nell'edizione 2012 del festival capitolino), Aleksei Fedorchenko torna col suo nuovo film, in concorso, nella manifestazione diretta da Marco Müller. È un cinema dallo sguardo eminentemente antropologico, quello di Fedorchenko, che non dimentica il suo passato di documentarista, con un'esplorazione profonda e complice di culture "altre"; uno sguardo filtrato, tuttavia, da un'attitudine poetica e narrativa, che trasfigura la cronaca della vita minuta, i rituali e le pratiche che definiscono l'identità delle sue comunità, in un racconto profondamente cinematografico. Questo nuovo Angels of Revolution non fa eccezione: il regista russo racconta i drammatici eventi che furono all'origine della repressione di Kazym, e del massacro delle popolazioni locali, attraverso una struttura non cronologica, ricca di salti temporali. Il film si prende il giusto tempo per narrare il contatto con i locali da parte dei sei protagonisti, mostra il passato e la formazione di ognuno di questi, scava nella loro storia umana e politica. Una costruzione, quella di Fedorchenko, che è assolutamente propria del linguaggio cinematografico, potente e spiazzante, e che avvolge lo spettatore preparandolo al fulcro della storia: un contatto impossibile, quanto tenacemente (e ingenuamente) perseguito dai suoi fautori. Fino alle estreme conseguenze.

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Arte e redenzione

Al centro di Angels of Revolution, c'è dunque la dialettica tra l'idea messianica e totalizzante di rivoluzione, propria degli anni della costruzione dello stato socialista, e la millenaria cultura di popoli impermeabili alle contaminazioni, caratterizzati da uno stile di vita in totale simbiosi con l'ambiente. Ciò che più conta, però, è che è lo strumento dell'arte quello con cui i protagonisti cercheranno di risolvere tale conflitto: segno di una identificazione totale arte/vita che muove tutti e cinque i compagni di Polina; ma soprattutto di quella sintesi tra attitudine rivoluzionaria e abbattimento delle convenzioni artistiche, sovrapposizione completa tra rivoluzione sociale e nuova cultura, che ebbe nelle avanguardie degli anni '20 la sua più felice espressione. Non a caso il film coglie, nel momento cruciale dell'incontro/scontro con la comunità da "illuminare", proprio l'inizio del tramonto di quell'idea, la fine dell'illusione splendida e ingenua di poter cambiare il mondo (anche) con l'arte; simboleggiata da quella data (il 1934) a cui convenzionalmente si fa risalire l'inizio di quel realismo socialista che, nel cinema come in altri settori artistici, aveva sostituito lo slancio delle avanguardie. Le immagini dell'incompiuto Que viva Mexico! di Sergej M. Ejzenštejn, in questo senso, simboleggiano tutta la pesantezza di una promessa non mantenuta.

Barbaro umanesimo bolscevico

Angels of Revolution: una foto promozionale del film

Ed è partecipe ed empatico, anche in questo caso, lo sguardo di Fedorchenko sui suoi personaggi: la loro attività si apre in onirici, bellissimi squarci in cui immagini cinematografiche vengono proiettate tra volute di fumo che si alzano nel cielo, in cui angeli e soldati rivoluzionari vengono colti in uno scatto affacciati a una finestra, insieme. La realtà si incaricherà di smentire qualsiasi, lirica velleità di redenzione sociale, men che meno di convivenza. La dea delle tribù ha dato il suo responso, attraverso le viscere di un animale sacrificale; gli intrusi vanno eliminati, nessun ulteriore contatto è possibile. Quel pallone, simbolo dell'infinito progresso socialista, non volerà infine tra le nuvole, e nulla potrà dire sull'esistenza o meno della dea; sarà sulla terra, invece, che si consumeranno le conseguenze finali di un sogno divenuto incubo, fatte di sangue, morte e dolore. Ma quando, arrivati ai giorni nostri, vediamo quella prima bambina di Kazym nata nell'era socialista, strappata alla morte e giunta fino a noi col volto segnato di una donna che tutto ha visto, non possiamo non provare un sussulto di autentica commozione.

Conclusioni

Angels of Revolution è un'opera che racconta una pagina nera di storia, mette in connessione passato e presente, e riflette con straordinaria lucidità sull'arte e sul suo potenziale. Lo fa con rigore, ma anche con un lirismo capace di emozionare in modo vero e duraturo.

Marco Minniti
Redattore
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Roma 2014
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