Ti presento un amico

2010, Commedia

Raoul Bova e i Vanzina ci presentano un amico

Arriva nelle sale il nuovo film di Carlo Vanzina, sceneggiato assieme al fratello Enrico e a Francesco Massaro, una commedia degli equivoci in cui crisi economica e sentimentale si mischiano per 'stritolare' il protagonista, un giovane manager amato da quattro donne contemporaneamente.

E' sempre la crisi economica l'argomento più gettonato dai registi "leggeri" italiani; senza un lavoro stabile, uno stipendio adeguato, una casa di proprietà, la realtà quotidiana è indubbiamente più difficile, ma evidentemente si trovano più spunti per mettere alla prova i personaggi in situazioni ai limiti del paradossale. Come succede a Marco, il protagonista del nuovo film di Carlo Vanzina, Ti presento un amico, in uscita nazionale venerdì 12 novembre. Basti scrivere che sia Raoul Bova ad interpretare questo giovane manager, di ritorno in Italia dopo un'amara parentesi londinese, per intraprendere la carriera di "tagliatore di teste", per capire che l'eroe di questa commedia è un uomo bello (lasciato dalla fidanzata che ha accettato un posto "sicuro" da moglie), profondamente corretto sul lavoro e amato da ogni donna che incrocia il suo sguardo magnetico. Anzi, per essere precisi da quattro donne, tutte affascinanti e tutte alle prese con i problemi personali più disparati (in genere c'entrano uomini poco comprensivi e molto possessivi); un elenco di tutto rispetto che comprende Barbora Bobulova, la manager rampante che accoglie Marco a Milano, Martina Stella, giornalista televisiva vittima di un fidanzato molto geloso, Kelly Reilly, gallerista focosa dalla chioma fulva, infine Sarah Felberbaum, giovane impiegata con la testa piena di sogni e speranze per il futuro. Raoul Bova è stato circondato da questo gineceo risplendente di bellezza (con l'eccezione della sola Reilly impegnata sul set del sequel di Sherlock Holmes) anche questa mattina, durante la presentazione alla stampa del film che si è tenuta alla presenza di Carlo ed Enrico Vanzina, rispettivamente regista e sceneggiatore della commedia distribuita dalla Warner Bros in 450 copie.

L'argomento principale del film sembra essere la crisi economica, che poi influisce in vari modi sulla vita dei protagonisti. La commedia è la chiave di lettura giusta per interpretare un tema così delicato?
Enrico Vanzina: Diciamo che basta guardare il nostro Paese e chi lo guarda con gli occhi della comedia certe cose le vede. Io e mio fratello non facciamo cose particolari, ci limitiamo a confrontarci con la realtà. La frase di Bossi sui romani era già presente in S.P.Q.R., le intercettazioni telefoniche sono state alla base del nostro precedente film e via di seguito. E' una questione di tempi: i grandi autori, come Age e Scarpelli, Piero De Bernardi, Rodolfo Sonego, arrivano sempre cinque minuti prima.

Com'è nato il progetto di Ti presento un amico?


Enrico Vanzina: Tanti anni fa, il produttore Alessandro Fracassi chiamò me ed Enrico per lavorare al film di Francesco Massaro, Ti presento un'amica, una commedia molto carina e sofisticata, interpretata da attori bravi come Giuliana De Sio e sceneggiata anche da Suso Cecchi D'Amico. Ebbe un discreto successo. Allora abbiamo pensato di lavorare sulla falsariga di quella. La lavorazione è stata molto lunga, ad esempio all'inizio avevamo deciso di ambientarlo a Berlino e non si parlava di crisi. Poi però abbiamo pensato che sarebbe stato assurdo non parlarne visto che il protagonista è un manager totalmente immerso in quel mondo. Il film sarebbe diventato una sorta di clone dei "telefoni bianchi". Allora abbiamo mantenuto l'argomento, traducendolo nell'incapacità di un uomo perbene di tagliare teste. Non vi nascondo che l'apporto di Raoul Bova a livello di lettura dello script è stato fondamentale, anche se non figura nella sceneggiatura. Nel film, Raoul non è il supermacho che se le fa tutte. Anzi il punto di vista viene completamente ribaltato. Marco rimette insieme le donne con i relativi partner. E' un protagonista che non vince, un po' come succede nelle commedie americane.
Carlo Vanzina: Io sono entrato molto dopo nel film, quando la sceneggiatura era ormai scritta. Mi piaceva soprattutto per il tocco alla Notting Hill e l'unico attore in Italia che era in grado di essere come Hugh Grant era Raoul, a cui fortunatamente il copione è piaciuto molto. La grande novità di un film come questo è che le donne hanno un atteggiamento diverso. Sono loro il motore della parte sentimentale, prendono l'iniziativa senza paura, per questo ho scelto quattro attrici straordinarie. Se c'è una cosa che questo film dimostra è che abbiamo la possibilità di fare commedie sofisticate, non solo le farsacce volgari.

Raoul, condividi quanto è stato detto sul tuo personaggio?
Raoul Bova: Sì, Marco è un bello, ma non è macho. E' un uomo di oggi con tutte le sue fragilità. E la modernità si vede anche in come gestisce i rapporti con le donne; oggi le relazioni sono velocissime. Si incontra una donna, dopo un po' la sposi, poi la lasci, ma non credo che questi atteggiamenti siano legati ad una mancanza di sentimenti. Forse non si trova la donna giusta. Marco è stato lasciato, ma l'amore lo cerca e lascia la porta del suo cuore sempre aperta. Per certi aspetti mi somiglia un po', in altri no.

Com'è cambiato Raoul dai tempi di Questo piccolo grande amore?


Carlo Vanzina: E' maturato moltissimo, è diventato un grande professionista anche se già all'epoca di Questo piccolo grande amore avevo capito che sarebbe diventato una star. Il nostro è un rapporto d'amicizia che va oltre il lavoro, perché lui è una persona limpida, onesta e leale. Ecco, posso dire che Raoul ha dato a Marco la sua morale di uomo pulito e attento, che sa avere rispetto per il pubblico e che si mette al servizio della storia. Senza di lui il film non si sarebbe potuto fare.
Raoul Bova: Con Carlo ed Enrico ci siamo sempre ripromessi di lavorare insieme, ma non avevamo mai trovato il progetto giusto. Questo in fondo dimostra il rispetto che proviamo l'uno per l'altro. Non mi hanno mai presentato un film solo per amicizia. Solo quando è arrivato il copione giusto me lo hanno proposto. Anche se rappresentano la commedia italiana nel mondo, la loro grandezza si chiama umiltà. Mi hanno accolto e ho potuto operare tutta una serie di cambiamenti sul mio personaggio. Gliene sono profondamente grato.

La scelta di ruoli inediti e comici, come quello del fratello di Elio Germano in La nostra vita, vuole essere una ribellione all'etichetta di "bello" e basta?
Raoul Bova: Diciamo che fa parte di una crescita lenta che ho costantemente intrapreso. A volte non sei messo nella condizione di migliorare e allora devi lavorare per conto tuo, andando fuori dall'Italia o restando fermo, studiando o magari non accettando un ruolo perché non adeguato. Questi film con personaggi sempre più complicati e diversi sono tappe di un percorso lungo. Mi piacciono le sfide.
Enrico Vanzina: L'etichetta è la cosa più brutta. Noi siamo ancora quelli dei film di Natale, anche se non li facciamo più da 10 anni. I film che ripetono loro stessi stancano il pubblico e allontanano gli spettatori dalle sale.

L'uomo di oggi è così debole come si vede nel film?


Barbora Bobulova: L'uomo di oggi non è debole, è la società che impone condizioni faticose. Il ruolo della donna ha subito una grande evoluzione e l'uomo si sente confuso, destabilizzato.
Martina Stella: In realtà nel film si racconta anche un altro tipo di uomo. Il mio fidanzato Nicola è uno eccessivo, passionale, geloso, quasi violento.
Sarah Felberbaum: Io credo che oggi siano cambiate le priorità. Uomini e donne hanno mete diverse, in particolare noi donne non pensiamo alla famiglia come prima cosa.

Si è da poco concluso il Festival Internazionale del Film di Roma, dove forte è stata la protesta dei lavoratori dello spettacolo per i tagli al FUS. Come vi confrontate con la crisi del cinema?
Enrico Vanzina: Di crisi si è sempre parlato, mio padre Steno a casa ne parlava tutti i giorni. Io penso che i numeri non siano così drammatici. Quello che è sconcertante è l'atteggiamento di un gruppo di persone che fanno politica e disprezzano il cinema, che non capiscono quanto sia importante, non solo come industria. Disprezzare il cinema è imperdonabile e mi riferisco a quelli che dicono che la cultura non si mangia.
Raoul Bova: Io invece penso che lo Stato abbia già buttato molti soldi nel cinema. Se c'è una legge e ci sono fondi vanno impiegati bene, non ci devono essere dispersioni. I controlli su come e perché vengano impiegati i soldi devono essere precisi e accurati. Tanti film che hanno avuto le sovvenzioni statali non sono usciti. I soldi sprecati potevano andare a quei giovani registi impegnati con le opere prime. Se poi vogliamo cambiare davvero le cose, allora è meglio bloccarsi tutti, piuttosto che lamentarsi e basta.

Quanto è difficile, invece, per un regista essere alle prese con il duopolio Rai-Medusa?
Enrico Vanzina: Ad essere schiacciati sono soprattutto i produttori indipendenti. Se non hanno la certezza di vedere il proprio film trasmesso da Rai o Mediaset, non iniziano nemmeno a lavorare. In questo senso, c'è una forte ingerenza e non certo a livello di controllo diretto suo contenuti. L'arrivo in Italia dei grandi produttori americani come la Warner Bros può solo farmi piacere, perché loro hanno un amore ed un rispetto per il cinema molto profondi. Il cinema lo sanno fare bene, ti danno i consigli gusti, agiscono da super editor.

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