Quinto potere

1976, Drammatico

Quinto potere: il capolavoro nerissimo di Sidney Lumet sulla TV di ieri, oggi e domani

Uno sguardo impietoso sulla deriva dell'informazione e sui lati oscuri del mezzo televisivo: il 27 novembre 1976 usciva nelle sale cinematografiche l'indimenticabile capolavoro satirico di Sidney Lumet, Quinto potere, un'opera che ha conservato tutta la sua carica provocatoria perfino a quarant'anni di distanza.

"Perché io?" "Perché lei parla alla televisione, sciocco!"

"Nessun profeta del futuro, neppure Orwell, ci ha mai visto giusto quanto Chayefsky quando ha scritto Quinto potere": difficile essere in disaccordo con Aaron Sorkin, eccezionale sceneggiatore televisivo e cinematografico dei nostri tempi, a proposito della frase con cui l'autore di The Social Network ha reso omaggio all'autore di Network. Sorkin, del resto, ha spesso dichiarato la propria adorazione nei confronti del suo primario modello di riferimento, Paddy Chayefsky, vale a dire la superba penna di Quinto potere (al cui titolo originale, Network appunto, allude non a caso il titolo del cult di David Fincher del 2010).

Quinto Potere: Faye Dunaway e William Holden in una scena

Scrittore per la televisione fin dai primi anni Cinquanta, ma anche pluripremiato sceneggiatore di cinema (suo il copione del classico del 1955 Marty, vita di un timido), nel 1976 Chayefsky avrebbe firmato il suo magnum opus, Quinto potere, affidato alla regia di un autentico gigante della settima arte quale Sidney Lumet, reduce dal successo di Quel pomeriggio di un giorno da cani. Un film la cui capacità di analisi dei meccanismi mediatici legati all'informazione è paragonabile, probabilmente, a quella di Quarto potere di Orson Welles (da cui è stato mutuato il titolo italiano), e che ha costituito non solo uno dei vertici del cinema degli anni Settanta, ma un'opera dal valore profetico sorprendente e, per molti versi, raggelante.

Quinto Potere: Faye Dunaway stringe l'Oscar vinto per Miglior Attrice protagonista

Alla sua uscita nelle sale, il 27 novembre 1976, Quinto potere avrebbe raccolto reazioni entusiastiche da parte della critica e del pubblico, aggiudicandosi quattro premi Oscar per il miglior attore, la miglior attrice, la miglior attrice supporter e la miglior sceneggiatura originale, e quattro Golden Globe (inclusi i trofei per la regia di Lumet e per la coppia di protagonisti), mentre l'American Film Institute l'ha inserito puntualmente nella classifica delle cento pellicole più importanti della storia. E a quarant'anni dal suo debutto, Network continua a parlarci di noi stessi e della forza dirompente del medium televisivo con un tale senso di attualità da sembrare un film che potrebbero aver girato oggi. Proviamo dunque a raccontarvi perché quello di Sidney Lumet è un capolavoro che ha ancora tantissimo da insegnarci...

"Sapete perché l'ho detto? Avevo esaurito le cazzate"

Quinto Potere: William Holden e Peter Finch in una scena

"Questa è la storia di Howard Beale, telecronista della rete nazionale UBS TV". Un'impersonale voce fuori campo e l'inquadratura di quattro schermi televisivi; quello in basso a destra è occupato dal volto di Howard Beale (l'attore britannico Peter Finch), anchorman del notiziario della fittizia Union Broadcasting System, in procinto di perdere il proprio lavoro. Nel corso della diretta Beale annuncia, con la consueta compostezza, il proposito di suicidarsi: "Mi farò saltare le cervella durante questo programma, fra una settimana. Quindi martedì prossimo mettetevi in ascolto: le pubbliche relazioni avranno una settimana per promuovere lo spettacolo. L'indice d'ascolto dovrebbe salire alle stelle: cinquanta punti, almeno". È il motore narrativo dell'intero film: l'idea di un telecronista 'impazzito' che mette da parte la consueta scaletta per proporre al pubblico qualcosa di davvero scioccante.

Quinto Potere: Faye Dunaway in una scena

Lo spunto era stato fornito a Chayefsky da un episodio avvenuto due anni prima: il suicidio in diretta della giovane giornalista Christine Chubbuck durante il telegiornale (una vicenda rievocata di recente nel biopic Christine). Il realismo semi-documentaristico nella descrizione del "dietro le quinte" di una rete televisiva, accentuato dalla regia asciutta di Lumet e dalla fotografia di Owen Roizman, con gli interni immersi in una costante penombra, genera subito un bizzarro contrasto con il sottile umorismo del film (quasi nessuno, in studio, fa caso alle parole di Beale). La sera successiva, contrariamente alla volontà dei dirigenti del network, Beale sarà nuovamente in onda, per parlare a cuore aperto delle sue frustrazioni, delle fragilità degli esseri umani e delle nostre false rassicurazioni: la cosiddetta "cazzata di Dio".

"Io voglio che tu dica la verità alla gente"

Quinto Potere: William Holden in una scena

Da giornalista di consumato professionismo a fenomeno mediatico capace di attrarre l'attenzione delle folle e di far schizzare alle stelle gli indici d'ascolto della rete: la metamorfosi di Howard Beale, il "pazzo profeta dell'etere", è il riflesso emblematico di una società smarrita in cerca di punti di riferimento, nonché di qualcuno in grado di esprimere le insoddisfazioni della gente comune. Dal suo improvviso risveglio nel cuore della notte, quando con sguardo sbarrato risponde a una voce invisibile nel buio, Beale si trasforma in una figura pseudo-messianica che si dichiara ispirata da "una violenta esplosione di grande energia elettrica" e disquisisce di "verità umane, transitorie, temporanee", farneticando a ruota libera al cospetto del suo più fidato collega, l'esterrefatto Max Schumacher (William Holden), in ansia per la salute mentale dell'amico.

Quinto Potere: una scena del film

Grazie agli stupefacenti monologhi vergati da Chayefsky, e alla prova istrionica ma calibrata al millimetro di uno sbalorditivo Peter Finch, il personaggio di Howard Beale si è stampato nel nostro immaginario, insieme alla scena più famosa e citata del film: il suo sfogo rabbioso durante l'edizione serale del notiziario, quando Beale, in preda a un raptus isterico, si fa voce del malessere dell'uomo comune, in un'apoteosi di retorica demagogica. Un'apoteosi destinata a culminare nella sequenza in cui Beale invita il pubblico ad alzarsi, aprire le finestre e urlare al mondo la celeberrima frase: "Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!". Incarnazione di un populismo qualunquista che fa leva sulla televisione come megafono del risentimento collettivo (oggi parleremmo di "antipolitica"), Howard Beale ha rappresentato l'ultimo ruolo di Peter Finch, stroncato da un infarto meno di due mesi dopo l'uscita del film e ricompensato con l'Oscar come miglior attore (il primo interprete ad aver ricevuto un Oscar postumo, e l'unico insieme a Heath Ledger).

"Tutto quello che voglio dalla vita è un indice di trenta e un alto gradimento"

Quinto Potere: Faye Dunaway in una scena del film

Se l'Howard Beale di Peter Finch è il mattatore indiscusso di Quinto potere, in questo film Lumet e Chayefsky hanno dato vita almeno a un altro personaggio memorabile entrato negli annali della settima arte: Diana Christensen, la spregiudicata direttrice del dipartimento della programmazione della UBS e la prima a fiutare l'occasione d'oro piovuta fra le mani del network grazie alla follia di Beale, tanto da convincere il suo superiore, il cinico Frank Hackett (Robert Duvall), a sfruttare il loro anchorman per rilanciare le sorti - e gli ascolti - del network. Interpretata da una Faye Dunaway a dir poco strepitosa, Diana è una "forza della natura" decisa a far leva sul sensazionalismo più sfrenato pur di far salire lo share, al punto da mettere in cantiere una serie docudrama dal significativo titolo The Mao Tse-tung Hour e di stringere accordi con una banda di terroristi, l'Esercito di Liberazione Ecumenico, disposti a riprendersi mentre compiono atti criminali: in altre parole, un'anticipazione dell'odierna real-TV e della nascita del famigerato infotainment.

Quinto Potere: Faye Dunaway in una sequenza
Quinto Potere: una scena del film con Faye Dunaway

Uno dei principali bersagli della satira di Quinto potere (con tre decenni di anticipo sul nostrano Boris) risiede nella natura intimamente convenzionale e 'rassicurante' della TV, per esempio nella scena in cui vengono snocciolati i soggetti immancabilmente stereotipati per potenziali pilot; mentre Diana, che arringa i suoi dipendenti pretendendo da loro programmi "arrabbiati" e "antisistema", è già protesa verso la televisione del futuro (ovvero di oggi), la TV dello spettacolo a tutti i costi, della confezione che prevale sul contenuto. L'ambizione rampante di questa giovane dirigente ossessionata dai dati d'ascolto si estende anche alla sua vita privata: coinvolta in una relazione sentimentale con il più maturo Max Schumacher, la donna non riesce a smettere di parlare di programmazioni e di share, neppure durante i suoi - rapidissimi - amplessi ("Sembra che io abbia un temperamento mascolino: io mi eccito subito e godo prematuramente, e subito dopo devo rivestirmi e uscire dalla camera da letto"). E Faye Dunaway si immerge nella parte di Diana con dedizione totale, spingendo all'estremo il proprio personaggio e sfoderando un'energia, un carisma e una presenza scenica che strappano l'applauso a ogni sua apparizione: una di quelle performance che valgono una carriera, e che ha fatto guadagnare alla Dunaway il premio Oscar come miglior attrice.

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"Sei la pazzia, Diana, pazzia furiosa, e tutto quello che tocchi muore con te"

Quinto Potere: William Holden e Beatrice Straight in una scena

Il rapporto fra Diana e Max, il quale si tuffa in una passione extraconiugale pur sapendo di distruggere la serenità della propria vita familiare, è una linea narrativa solo in apparenza secondaria: si tratta invece di un banco di prova fondamentale per questi due personaggi così diversi. William Holden, candidato all'Oscar come miglior attore, regala qui la sua interpretazione più toccante: si veda ad esempio la sequenza della confessione di Max alla moglie Louise, in cui Holden divide lo schermo con una Beatrice Straight di straziante intensità, alla quale sono bastati appena cinque minuti in scena per assicurarsi l'Oscar come miglior attrice supporter (la performance in assoluto più breve ad essere stata premiata nella storia dell'Academy). Ancora più doloroso, in compenso, è il duplice confronto fra Max e Diana agli sgoccioli della loro relazione, aperto da un appello dell'uomo alla sincerità di un sentimento che è diventato l'ultimo appiglio a cui aggrapparsi per sfuggire ai suoi "dubbi primordiali" e alle angosce di una vecchiaia imminente.

Quinto Potere: un momento del film con Faye Dunaway

Ma è nell'ultimo dialogo fra i due amanti, prima della loro separazione definitiva, che la sceneggiatura di Paddy Chayefsky tocca le sue vette più alte, così come le magnifiche prove di Holden e della Dunaway; e il monologo d'addio pronunciato da Max a Diana, che per la prima volta mostra crepe di insurezza e segni di umanità, è un pezzo di bravura di cui vale la pena riportare ogni battuta: "Tu hai bisogno di me! Ne hai bisogno e molto, perché io sono il tuo ultimo contatto con la realtà umana. Io ti amo... e questo amore doloroso, preoccupato, è l'unica cosa che ti separa da quel nulla isterico in cui passi il resto della tua giornata". Diana lo prega di rimanere insieme a lei, ma Max sa che il loro rapporto non ha più alcun futuro: "In te non è rimasto nulla con cui io possa vivere. Tu sei uno degli umanoidi di Howard, e se resto con te verrò distrutto, come Howard Beale è stato distrutto, come Laureen Hobbs è stata distrutta. Come tutto quello che tu e l'istituzione della televisione toccate viene distrutto. Tu sei la televisione incarnata, Diana: indifferente alla sofferenza, insensibile alla gioia. Tutta la vita si riduce a un cumulo informe di banalità: guerre, morti, delitti... sono uguali per voi, come bottiglie di birra. E il quotidiano svolgimento della vita è solo un'orribile commedia".

"Noi commerciamo illusioni: niente di tutto questo è vero"

Quinto Potere: un primo piano di Faye Dunaway

La televisione come rifugio dalle ansie del quotidiano, come fabbrica di illusioni e surrogato della realtà: è il concetto espresso da Howard Beale, moderno Savonarola, guru di una società che considera il tubo catodico alla stregua della propria Bibbia personale. Mediante la veemenza degli show di Beale, Quinto potere illustra a più riprese gli effetti di una televisione in grado di manipolare le masse e di condizionare l'opinione pubblica. A Diane Christensen e ai suoi crimimali da reality show è affidata invece la denuncia, condotta sul filo di un'ironia caustica e paradossale, dell'informazione come pura forma di intrattenimento: esilaranti, a tal proposito, le scene in cui Diane espone i suoi progetti per The Mao Tse-tung Hour, fra rapinatori di banche muniti di videocamera, ereditiere con la sindrome di Stoccolma (all'epoca aveva fatto scalpore la vicenda di Patty Hearst, rampolla dell'altissima borghesia arruolatasi nelle file di un movimento estremista) e sedicenti guerriglieri marxisti che si siedono accanto ai legali del network per discutere di percentuali, diritti e proventi.

Quinto Potere: Ned Beatty in una scena
Quinto Potere: Peter Finch in una scena

Un altro momento da antologia è il faccia a faccia fra Howard Beale e Arthur Jensen, il proprietario del network, costruito su una formidabile alternanza di campi e controcampi e calato in un'atmosfera di oscurità surreale. Di colpo, il pacato e affabile Jensen (un portentoso Ned Beatty, candidato all'Oscar in virtù di questa singola scena) si tramuta in un mentore furioso e urlante, che in un monologo da standing ovation istruisce Beale sull'inquietante realtà contemporanea: una realtà in cui non esistono nazioni e non esistono popoli, ma soltanto un "interdipendente, intrecciato, multivariato, multinazionale dominio dei dollari: petrodollari, elettrodollari, multidollari, reichmark, sterline, rubli, franchi e shekel. È il sistema internazionale valutario che determina la totalità della vita su questo pianeta". E Beale, atterrito di fronte a una seconda epifania mistica, realizza di aver interferito con le "primordiali forze della natura" e di dover espiare, predicando in TV il verbo di Arthur Jensen sul tramonto di ogni ideologia d'innanzi alle "spietate leggi del business", nella prospettiva di un mondo visto come un'unica, gigantesca corporazione finanziaria.

"Immagino che dovremmo ucciderlo"

Quinto Potere: il finale del film

Per quanto ci si riferisca spesso all'opera di Sidney Lumet come a una black comedy, innumerevoli aspetti di Quinto potere appaiono tuttavia spaventosamente realistici, ancor più oggi rispetto a quattro decenni fa. In un film cupo e dissacrante, con alcune punte di humor irresistibile e altre di inaudita ferocia, l'affondo più drastico arriva in prossimità dell'epilogo, quando i dirigenti del network, allarmati dall'emorragia di pubblico provocata dalla deriva sempre più nichilista dei sermoni di Howard Beale, arrivano all'unica soluzione per recuperare un adeguato punteggio in termini di share: eliminare Beale. E, già che ci sono, sfruttare l'occasione per garantire al loro "profeta dell'etere" l'uscita di scena più sensazionale possibile: un omicidio in diretta. È la definitiva 'trasfigurazione' della telecamera in uno strumento vampiresco e vampirizzante, pur nella fredda oggettività delle sue immagini: quelle immagini registrate con una precisione geometrica e imperturbabile, e riproposte su milioni e milioni di schermi, fino a renderle l'ennesimo, vacuo significante. Mentre la medesima voce off dell'incipit chiosa, impassibile: "Questa è la storia di Howard Beale: il primo caso conosciuto di un uomo che fu ucciso perché aveva un basso indice di ascolti".

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