Quella casa nel bosco

2012, Horror

Quella casa nel bosco: l'horror non abita più qui

Analisi, rivelazioni e interpretazioni su The Cabin in the Woods, finalmente anche nelle sale italiane. Un film ricco di segreti e twist, che chiede agli spettatori di ripensare e rivalutare continuamente tutto quello che hanno appena visto, perché il significato e la natura stessa della pellicola mutano continuamente nell'avvicinarsi al finale.

Cominciamo innanzitutto da una premessa tanto banale quanto importante: per sua natura Quella casa nel bosco è un film che andrebbe visto a mente completamente sgombra, ovvero conoscendo il meno possibile di qualsiasi aspetto della pellicola. La totale ignoranza da parte degli spettatori è uno degli aspetti su cui più si sono battuti i due autori Joss Whedon e Drew Goddard, riuscendo incredibilmente a tenere nascosti per ben tre anni (tanto c'è voluto, a causa dei problemi economici della MGM, affinché il film arrivasse nelle sale di tutto il mondo) i temi trattati, le sorprese, perfino un importante cameo attoriale, ma promuovendo il film soltanto con una efficace frase di lancio ("Tu credi di conoscere la storia") e un risicatissimo e apparentemente banalissimo plot: cinque universitari decidono di trascorrere un week-end in una baita isolata nel bel mezzo di un bosco, dove scopriranno però di non essere soli.
Questo è quanto vi basta sapere per andare al cinema e godervi uno dei film più originali e divertenti che vi sia mai capitato di vedere; se invece ancora non siete convinti, potete guardare il trailer e leggere o ascoltare la nostra (video)recensione che vi lasceranno immaginare un qualcosa in più, per poi correre immediatamente al cinema.

Se invece non avete paura degli spoiler e di rovinarvi la visione, e soprattutto se avete già visto il film e volete leggere qualcosa relativamente a quello che succede (e si scopre) nella parte finale della pellicola, continuate pure a leggere qui sotto.

ATTENZIONE SPOILER - NON LEGGERE OLTRE SE NON VOLETE ANTICIPAZIONI SUL FILM

Quella casa nel bosco: Tim De Zarn in una scena del film

Ok, adesso che possiamo smettere i panni del vecchio bifolco che vi avverte delle sciagure che troverete davanti a voi e ben consapevoli che se avete deciso di leggere lo state facendo a vostro rischio e pericolo, andiamo al sodo e cominciamo dall'analizzare quella che è l'idea di base di tutto il film: degli antichi, potentissimi e crudeli Dei dimorano all'interno della Terra, sempre affamati di sangue, lacrime e dolore, da sempre la loro ira può essere calmata soltanto attraverso delle offerte, dei sacrifici umani. Col passare del tempo questi Dei sono diventati sempre più difficili da accontentare ("Ricordi quando potevi semplicemente buttare qualcuno in vulcano?") e questi rituali di morte devono essere sempre più complessi, da qui la nascita di una multinazionale segreta che si occupa di fare in modo che questi Dei siano sempre sazi: è così che da tempo un complesso piano viene messo in atto contemporaneamente in diverse sedi internazionali quali Giappone, Argentina, Svezia, Spagna, oltre che ovviamente negli USA, proprio per evitare che il peggio possa avvenire, che gli Dei rimangano senza la loro offerta, che il tributo non venga pagato.

The Cabin in the Woods: Anna Hutchison, Fran Kranz, Chris Hemsworth, Kristen Connolly e Jesse Williams in una scena del film

Non conosciamo i dettagli delle altre operazioni (se non l'esilarante conclusione di quella nipponica), ma sappiamo che il sacrificio richiesto dalla "divinità americana" consiste in almeno quattro ragazzi (la giovane età è l'unico requisito rimasto immutati nei secoli) che non devono essere semplicemente uccisi, ma "puniti" da un orrore non meglio specificato che proprio loro devono avere, anche incosapevolmente, scelto. E i quattro giovani, più un quinto opzionale, devono corrispondere a determinati ruoli: la Sgualdrina, il Secchione, l'Atleta, il Buffone ed infine, quinta morte non necessaria ma certamente gradita, la Vergine. Quando una botola si apre e hanno così accesso allo scantinato, i ragazzi non lo sanno ma stanno compiendo una scelta fatale: ogni oggetto presente, ogni singola reliquia (il puzzle, l'antico libro in latino, il medaglione, il carillon, la conchiglia, etc etc...) chiama infatti un mostro ben specifico, il mostro che segnerà la loro morte.

Richard Jenkins, Bradley Whitford e Amy Acker in una scena di Quella casa nel bosco

A fare in modo che tutto vada nel migliore dei modi e salvare così il nostro mondo, c'è il vero gruppo di "eroi" della pellicola, ovvero i tecnici e gli scienziati al soldo di questa multinazionale che osservano e guidano le mosse di questi ragazzi, arrivando perfino a controllare che le vittime rientrino negli stereotipi richiesti, modificando il loro comportamento con droghe ed eccitanti che li porteranno a fare scelte poco logiche ("Vado a fare una passeggiata fuori", "Penso che dovremmo dividerci") ma tipiche dei film horror.
Il cuore del film non sono quindi i cinque giovani, ma proprio questi "altri": è attraverso l'inserimento di questo secondo gruppo che gli autori ribaltano completamente il punto di vista di qualsiasi horror mai esistito, rendendo così unico The Cabin in the Woods. Se già con Scream infatti avevamo assistito ad una brillante ed originale rivisitazione dell'horror, qui la sceneggiatura va ben oltre perché non si limita ad una bonaria presa in giro ma ad una vera e propria destrutturazione del genere: nonostante le sagaci battute e i tanti aspetti metacinematografici (come la celebre esposizione delle regole di sopravvivenza in un horror), il film di Wes Craven rimaneva comunque fondamentalmente uno slasher; la "sorpresa" di Whedon e Goddard è invece proprio questa, perché il loro film non è realmente un horror, non ne ha la struttura e non segue le regole di cui sopra; piuttosto offre una spiegazione (quasi fosse un paradossale making of) all'esistenza di queste regole e dei tanti cliché, del perché, per esempio, i protagonisti improvvisamente smettono di seguire la logica comune ma "scelgono" invece una logica che esiste solo ed esclusivamente nel cinema di genere.

Quella casa nel bosco: un'enigmatica immagine tratta dal film

Badate bene, i due autori amano e sono cresciuti con l'horror, la loro non è una critica al genere ma piuttosto all'abuso di formule stantie che hanno ormai affossato un cinema che in passato aveva i suoi punti di forza soprattutto nella fantasia e nell'immaginazione: è proprio per questo motivo che la liberazione di tutti i mostri rinchiusi nei sotteranei della casa (che tra l'altro ricordano non poco quelli dell'Organizzazione della quarta stagione di Buffy) è un omaggio alla creatività, lo sfogo catartico di due autori che - proprio come il personaggio di Hadley che vorrebbe finalmente vedere in azione il tritone e non il solito zombie redneck - sono stufi di un filone ormai preso in ostaggio dalle tendenze sadiche di spettatori che si nutrono di torture porn, e che sono anestetizzati e indifferenti al concetto di dolore e sofferenza (vedi la scena della tentata uccisione della Vergine, che scorre silenziosa sui monitor sullo sfondo durante i festeggiamenti), spettatori che ormai non sono nemmeno più in grado di distinguire tra "buoni" e "cattivi", protagonisti e antagonisti. E' proprio da qui che proviene una delle grandi provocazione del film: una volta capita la posta in gioco, per chi fare il tifo? Per i burattinai che con le loro azioni stanno cercando di salvare il mondo, o per coloro che cercano di rivendicare la loro libertà, il proprio diritto alla scelta, quel concetto di libero arbitrio che era anche il cuore dell'ultima opera whedoniana, Dollhouse, profonda metafora del panorama televisivo così come in fondo Quella casa nel bosco lo è per il cinema di genere.

Quella casa nel bosco: Sitterson (Richard Jenkins) e la lavagna con le scommesse

Con quel finale così eccessivo ma assolutamente perfetto, Whedon e Goddard di certo non fanno mistero del loro pensiero: i veri eroi sono coloro che rompono le regole, che piuttosto preferiscono la fine del mondo all'accettare un ruolo passivo che è stato loro imposto. I veri eroi sono proprio Joss Whedon e Drew Goddard, amici e fedeli collaboratori da tempo, due sceneggiatori che hanno deciso di ribellarsi alle regole del mercato e dell'industria e che hanno preferito la "distruzione" completa dell'horror filmico piuttosto che continuare a vederlo agonizzante come è stato negli ultimi anni. La metafora è tanto semplice quanto potente e geniale, perché al termine della pellicola è evidente che per tutta la sua durata non si è fatto altro che parlare chiaramente della cinematografia horror: i tecnici che vediamo sono coloro che lavorano al film, truccatori, scenografi e tutto il resto; Sitterson ed Hadley in particolare sono gli sceneggiatori, in grado di modificare i personaggi e le azioni a proprio piacimento; il personaggio di Sigourney Weaver è addirittura chiamato The Director, il regista. E tutti lavorano per unico scopo, fare in modo che gli spettatori, ovvero i potentissimi Dei, siano soddisfatti e non scatenino la loro ira (la gigantesca mano del finale è infatti chiaramente una mano umana), e tutti loro, l'intera industria cinematografica, sono sempre pronti a scommettere su quali saranno le tendenze e le scelte del pubblico.

Anna Hutchison in una sequenza sexy di Quella casa nel bosco

E quale può essere il modo più facile per accontentare questi irascibili spettatori? Semplicemente dare loro quello che si aspettano: non siamo in fondo proprio noi spettatori a volere nudità e sesso, plot e situazioni sempre uguali e familiari, morti tanto spettacolari quanto ridicole? Non siamo sempre noi a preferire sequel, remake, reboot sempre uguali, film che ripropongono in continuazione gli stessi schemi narrativi, le stesse idee già viste migliaia di volte? E a volere non personaggi realistici, ma giovani belli e impossibili con cui in realtà non abbiamo alcuna intenzione di empatizzare, ma vogliamo piuttosto che vengano puniti per il loro essere così perfetti e lontani da noi stessi, per il loro avere una vita che a noi non è permesso avere? Questo è quello che noi spettatori pretendiamo, e questo è quello che ci viene dato all'infinito, da troppo tempo, e così sarà finché non avremo la forza di ribellarci e dire: "basta, che venga pure questa apocalisse, saremo pronti a ripartire dalle ceneri e ricostruire".
Scegliere di vedere (e rivedere) questo film è l'unica opportunità per diventare noi stessi i veri "eroi" e far capire che come spettatori non ci accontentiamo più della solita famiglia di zombie torturatori; piuttosto noi vogliamo le gemelline di Shining, vogliamo gli unicorni assassini, noi vogliamo il tritone. E li vogliamo tutti insieme, senza limitazioni e senza regole, proprio come ci ha insegnato Quella casa nel bosco. Per noi il genere horror deve necessariamente ricominciare da qui.

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