Quel tragico buffone di Tokyo

Il suo è un cinema denso di intimismo, e così come nell'uomo Kitano convivono diverse anime apparentemente dissonanti, è inutile sorprendersi di altrettanta varietà nelle sue pellicole.

Valentina Torresan

Pittore e poeta, cabarettista, divo del piccolo schermo e regista; Takeshi Kitano è un personaggio talmente poliedrico che forse solo un'opera cubista sarebbe in grado di coglierne tutte le sfaccettature. Coesistono in lui un'anima comica e buffona, quella del Beat Takeshi tanto amato in patria, l'attore e il folle presentatore televisivo (il generale Putzerstofen di "Mai Dire Banzai" era lui!), e poi c'è Takeshi Kitano, regista ed autore dallo spirito dissacrante e malinconico. Nel suo ultimo lavoro, Takeshi's, che alla presentazione veneziana ha nettamente diviso pubblico e critica, Kitano mette in scena proprio queste sue diverse anime, giocando su una surreale parodia di se stesso e della sua arte. L'eterogeneità che lo contraddistingue è riscontrabile anche nel racconto autobiografico Asakusa Kid, in cui è possibile cogliere l'indole nostalgica di Kitano mentre tra le righe imbevute di sarcasmo si ripercorrono quelli che sono stati i suoi primi passi nel mondo dello spettacolo.

Nato a Tokyo nel 1947, Kitano inizia il proprio percorso artistico nel quartiere popolare di Asakusa, dove, tra lavori di vario tipo ha la possibilità di compiere il proprio apprendistato teatrale accanto al maestro Senzaburo Fukami. Si esibisce in vari teatri e con l'amico Kaneko Kiyoshi mette in piedi il duo manzai Two Beats (dal quale poi erediterà lo pseudonimo "Beat"), il cui successo lo porterà all'esordio televisivo come conduttore di varietà di ogni tipo. Seguono i contatti col cinema, sempre come attore; tra le prime interpretazioni è facile ricordare la sua apparizione in Furyo di Oshima, nei panni del sergente razzista e violento Gengo Hara. L'esordio alla regia, nell'89, è invece totalmente casuale, Violent Cop doveva essere infatti diretto da Kinji Fukasaku, ma a causa di problemi con la produzione venne sostituito da Kitano appunto, che inizialmente doveva esserne solo uno degli interpreti. Messi da parte i cliché del genere che probabilmente avrebbero caratterizzato il film di Fukasaku, Kitano realizza una pellicola dalle caratteristiche inedite, ma destinate a diventare caratterizzanti del suo cinema e un punto di riferimento per molti altri cineasti.

I dialoghi si sfoltiscono mentre i silenzi si caricano di significato e le immagini si spogliano dei particolari inutili. Alle inquadrature sbilenche e il ritmo incalzante del cinema di Fukasaku - maestro indiscusso del cinema di genere giapponese - Kitano contrappone una narrazione lenta e fortemente soggettiva, fatta di inquadrature principalmente frontali, composte da un fitto gioco di direttrici che guidano lo sguardo dello spettatore e un montaggio che, film dopo film, tenderà ad annullare ogni sottolineatura temporale.
La violenza è protagonista costante nel cinema di Kitano, anche quando non si palesa attraverso le immagini di risse o sanguinose sparatorie, in fondo Kitano era, ed è, autore satirico che trova nell'umanità stessa l'essenza della crudeltà e della propria tragicità. È nel senso di incolmabile solitudine dell'uomo di cui sono densi film come Sonatine (1993) e Dolls (2002) che la violenza trova un proprio naturale respiro.
Il risultato è un particolare teatro dell'assurdo i cui personaggi diventano impassibili maschere di malinconica crudeltà, le cui sfumature emergono in tutto quello che è non detto e non esageratamente manifestato.

Tutta la filmografia di Kitano è una sorta di composizione melodica carica di riferimenti autobiografici che hanno segnato la vita del regista nipponico. Il suo è un cinema denso di intimismo, e così come nell'uomo Kitano convivono diverse anime apparentemente dissonanti, è inutile sorprendersi di altrettanta varietà nelle sue pellicole. A pensare al cinema di Take-chan si sovrappongono le incantevoli immagini di spiagge di Okinawa e di amanti eternamente legati (Dolls), del sorriso di Kikujiro, dei quadri e dei fiori di Hana-bi, e dei finti occhi del massaggiatore cieco (Zatoichi). Ma una su tutte saluta quel tragico buffone che col suo Takeshi's sembra aver dichiarato il definitivo addio agli yakuza eiga, il Murakawa di Sonatine che sorride con la sua pistola puntata alla tempia, il sogno e il gioco dove la sofferenza dell'esistenza si sublima.

Quel tragico buffone di Tokyo
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