Quel giorno tu sarai, la recensione: un film potentissimo tra metafore e importanza della memoria

La recensione di Quel giorno tu sarai, il nuovo film diretto da Kornél Mundruczó e Kata Wéber, che attraversa tre generazioni di una sopravvissuta all'Olocausto mettendo in luce l'importanza della memoria.

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Quel giorno tu sarai: un'immagine del film

È un cinema potentissimo quello di Kornél Mundruczó, che impatta direttamente alle viscere dello spettatore, anche a costo di metterlo a dura prova. Non abbiamo dubbi di questo ed è da quest'aspetto che iniziamo la nostra recensione di Quel giorno tu sarai, il suo nuovo film che lo vede di nuovo in cabina di regia insieme alla moglie Kata Wéber dopo il successo di Pieces of a woman. Un film, diviso in tre episodi, che sembra approfondire un elemento presente anche nel film precedente e che qui trova piena espressione, anche estetica. Perché il cinema di Mundruczó è anche e soprattutto forma come tramite per l'esperienza di visione. Quel giorno tu sarai, sotto questo punto di vista, è un film che sprigiona talento cinematografico da ogni fotogramma, regalando al proprio pubblico un racconto composto di metafore e simboli, che riflette sull'importanza della memoria storica, in particolar modo sulla condizione ebraica dopo l'Olocausto, attraverso tre generazioni diverse.

Una storia di tre generazioni

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Quel giorno tu sarai: una foto del film

Quel giorno tu sarai (il titolo originale è Evolution e sintetizza al meglio il fulcro dell'opera) è diviso in tre episodi. Ogni episodio ha come titolo il nome della persona protagonista del segmento, a cui corrisponde una generazione successiva della stessa famiglia. Il primo, il più breve, si chiama Eva ed è quasi un cortometraggio senza dialoghi, ambientato alla fine dell'Olocausto e della Seconda Guerra Mondiale. Un gruppo di volontari è intento a pulire un campo di concentramento. In una stanza, in cui vengono ritrovati capelli sempre più voluminosi, gli addetti alla pulizia iniziano a sentire un pianto di bambino. Troveranno, in maniera quasi miracolosa, una bambina di pochi anni, sopravvissuta. Sarà lei la Eva del titolo. Un salto temporale dà avvio al secondo episodio, chiamato Lena. Figlia di Eva, ormai invecchiata, la protagonista dovrà convincere la madre a partecipare a una cerimonia di commemorazione dei sopravvissuti alla Shoah. Sarà l'occasione di dar vita a un lungo dialogo tra madre e figlia, in cui la testimonianza, il senso e l'importanza della memoria e del racconto orale da tramandare costituiranno il cuore del segmento narrativo. Infine, il terzo e ultimo episodio del trittico si concentra sul figlio di Lena, Jonas, appartenente alle nuove generazioni che da una parte sembrano molto distanti dalle vicende dei nonni e dall'altra appaiono in qualche modo ancora contaminati dal passato. A partire dagli anni Quaranta fino ai giorni nostri, Quel giorno tu sarai indaga sul significato dell'essere ebrei oggi e del portare, di genitore in figlio, un senso esistenziale.

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Un trittico potente

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Quel giorno tu sarai: una scena del film

La sceneggiatura di Kata Wéber conferma il talento della scrittrice, attraverso dialoghi sì di stampo teatrale (vista la natura dell'opera, in particolar modo il secondo episodio, quasi un dramma da camera), ma mai troppo esagerati o innaturali. Lo spettatore non viene guidato per mano, ma invitato a interpretare le battute e il carattere dei personaggi anche tra le righe, riempiendo da sé ciò che non viene detto e pronunciato ad alta voce. I tre episodi sono fortemente metaforici e ricchi di simbolismo, dai capelli trovati nel campo di concentramento sino all'utilizzo dell'acqua, elemento naturale che lega i segmenti narrativi e pone l'accento sullo scorrere del tempo, ma anche sul concetto stesso di memoria. In Quel giorno tu sarai, però, si assiste a un vero e proprio capolavoro di regia da parte di Mundruczó. Fedele al suo stile legato al piano-sequenza, Quel giorno tu sarai si divide in tre lunghe riprese, una per episodio. Se il primo segmento colpisce per la potenza delle immagini, il secondo è un vero e proprio colpo da maestro di stile e tecnica. La macchina da presa, in maniera quasi invisibile, cambia stanze di un appartamento, esce dalla finestra tenendosi sospesa nel vuoto per poi tornare sui personaggi. Tutto con una naturalezza sconcertante. Il terzo episodio, forse il meno d'impatto, lascia aperto uno spiraglio di speranza in una storia che, quasi sino all'ultimo minuto, sembra procedere verso un atto d'accusa più che una riflessione positiva.

Un cast intenso

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Quel giorno tu sarai: un momento del film

Tre storie e tre attori principali, capaci di donare intensità e profondità a caratteri che, a prima vista, potrebbero sembrare superficiali o poco approfonditi. Se il film, complice il simbolismo al suo interno, potrebbe non raggiungere le vette emotive d'impatto presenti nell'opera precedente della coppia di cineasti (lo diciamo senza mettere in discussione la qualità), il cast al suo interno riesce a costruire, nel poco tempo a disposizione, un forte legame con lo spettatore. Il giovane Goya Rego, protagonista del terzo segmento, potrebbe risultare il meno incisivo del lotto, insieme alla Lena di Annamária Láng, donna dura che cerca in tutti i modi di nascondere le proprie fragilità. Lili Monori, tuttavia, è autrice di una performance veramente intensa, che catalizza fortemente l'attenzione dello spettatore per tutto il secondo episodio.

Conclusioni

Concludiamo la nostra recensione di Quel giorno tu sarai constatando come il film di Kornél Mundruczó e Kata Wéber riesce a brillare di una luce unica, rifuggendo dai classici film che trattano lo stesso argomento, ponendosi come un’intelligente riflessione sulla memoria e la testimonianza. Diviso in tre episodi, concentrati ognuno su un personaggio della stessa famiglia, ma di generazione successiva, e interpretato da un cast talentuoso, il film è potente e viscerale, girato con maestria e ricco di simbolismi mai banali.

Movieplayer.it
4.5/5
Voto medio
3.2/5

Perché ci piace

  • Le riflessioni e le tematiche sulla memoria e la testimonianza degli eventi di generazione in generazione, sono affrontati con intelligenza.
  • Si respira aria di vero cinema grazie alla maestria in cabina di regia.
  • Ricco di simbolismo, il film colpisce grazie a immagini potenti.
  • Il cast sa dimostrare il proprio talento e lega le vicende dei personaggi allo spettatore.

Cosa non va

  • Il film sembra non impattare emotivamente a dovere durante la visione, lasciando che sia lo spettatore a riflettere e scovare quelle emozioni sopite a fine visione.