Il servo ungherese

2003, Drammatico

Recensione Il servo ungherese (2003)

Il tema trattato poteva essere interessante, tuttavia i due registi riescono a rendere grottesca ogni situazione, trattandola in modo superficiale e a tratti al limite del ridicolo.

Mattia Nicoletti

Quando l'arte tradisce il cinema

Nel racconto della "Shoah" mancava forse un tassello per comprendere l'eccidio compiuto dai Nazisti? Ci hanno pensato Massimo Piesco e Giorgio Molteni che ne Il servo ungherese ci narrano a modo loro il dramma degli artisti ebrei vittime dei campi di concentramento.

Fin qui tutto bene, perché il tema trattato poteva essere interessante, tuttavia i due registi riescono a rendere grottesca ogni situazione, trattandola in modo superficiale e a tratti al limite del ridicolo, cosa che non dovrebbe essere per la tragicità dell'argomento e dei temi trattati.

Ma chi è questo servo ungherese? E' Miklòs, uomo di cultura che parla perfettamente il tedesco ed è capace di distinguere i quadri che sono opere d'arte fra migliaia di dipinti. Miklòs viene chiamato alla corte dei Dailermann come uomo tuttofare in un luogo non ben definito vicino a una fabbrica che "brucia" gli ebrei e li trasforma in fumo. Franziska, la moglie, è attratta dalla cultura dell'ungherese e gli chiede di leggerle poesie dal greco che il servo sembra miracolosamente tradurre, mentre il marito si trastulla nella sua boria quotidiana ascoltando dischi di opera (Puccini sembra essere il compositore prediletto). Un giorno Franziska, attratta da un ritratto recuperato dalle cose di proprietà degli ebrei imprigionati, chiede al perfido e cinico tenente Tross di recuperarle alcuni pittori fra i "nuovi arrivi", con la speranza di ottenere un'opera d'arte come testimonianza della sua esistenza. Per contro Mr. Dailermann recluta alcuni musicisti prigionieri per farsi suonare e cantare in salotto la propria musica preferita. Uno scontro aperto fra persone e forme d'arte.

E ci fermiamo qui, perché quello che avete letto fino a questo punto è solo una parte delle assurdità messe in scena dai due registi, che perlomeno hanno una buona maestria nel gestire la macchina da presa. Infatti, se la sceneggiatura sfiora spesso il ridicolo, anche la recitazione non è da meno. Forse l'unico a salvarsi è Tomas Arana, che interpreta un uomo costretto nella sua veste militare a impersonare l'autorità, ma che non si sente al posto suo, succube della sua posizione di potere. Lui ama veramente l'arte e vorrebbe essere seduto in un salotto ad ascoltare la Madame Butterfly senza sentirsi in dovere di sottomettere e uccidere. E'anche lui vittima delle circostanze.

Per il resto Il servo ungherese è un pasticcio di sequenze e parole che non riescono in nessun modo a coinvolgere lo spettatore, al punto di giungere all'assurdo, durante una sequenza in cui un gruppo di musicisti ebrei e una cantante suonano nella casa dei Dailermann facendo commuovere una truppa di soldati tedeschi che riescono perfino a togliersi il cappello come in segno di resa davanti alle meraviglie dell'arte.
Difficile comprendere un progetto del genere, fra l'altro dedicato a tutti gli artisti rinchiusi nei campi di sterminio, poiché il fluire della storia è discontinuo e farraginoso ed è un alternarsi fra scene drammatiche e altre da camera, che non riescono ad amalgamarsi e a rendere una continuità d'azione, condotta solamente dagli occhi di Andrea Renzi, servo sedotto dalla cultura ma non dal cinema.

Recensione Il servo ungherese (2003)
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