The Orphanage

2007, Horror

Recensione The Orphanage (2007)

Un horror intelligente ed emozionante, in cui la sensibilità europea nel narrare le ghost story si integra con una visione fiabesca e sognante del genere.

Paura e lacrime nella Neverland iberica

Laura, ex-ospite di un orfanotrofio sito vicino al mare, torna dopo tanti anni nella vecchia dimora insieme al marito Carlos e al figlio adottivo Simòn, con l'intenzione di ristrutturarla e farne un nuovo ricovero per piccoli orfani. Il bambino, affetto da una malattia incurabile, passa il suo tempo parlando con degli amici immaginari, mentre la coppia è impegnata con i preparativi per l'inaugurazione. Quando Simòn mostra di sapere della sua adozione e della sua malattia, i due iniziano a sospettare che gli amici del figlio non siano davvero immaginari, mentre nella dimora si moltiplicano gli avvenimenti inquietanti, che culmineranno nella sparizione del bambino durante l'inaugurazione.

Con film come questo The Orphanage, diretto dall'esordiente Juan Antonio Bayona e già vincitore di diversi Goya e di vari premi in festival specializzati, il fantasy-horror iberico sembra finalmente iniziare ad acquistare una fisionomia propria, superando i balbettamenti derivativi di anonimi shooter quali Jaume Balaguero e le tentazioni, mai sopite, di inseguire i prodotti d'oltreoceano sul loro stesso (e già consunto) terreno. In effetti, nel film si nota molto l'influenza del produttore Guillermo Del Toro e del suo approccio fiabesco e visionario al genere, unita a una sensibilità tipicamente europea nel narrare le storie di fantasmi, che già avevamo ritrovato in un film come The Others di Alejandro Amenabar. Ed è proprio nella felice sintesi di queste due componenti che il film gioca le sue carte migliori, in una concezione della ghost story che è sì classica (sia dal punto di vista narrativo, sia nella messa in scena) ma al contempo segnata da toni da favola, sognanti e sottilmente malinconici, che sottolineano un approccio interessante e non convenzionale al genere.

Un'immagine del film horror The Orphanage, diretto da Juan Antonio Bayona
Già nella sequenza iniziale, un flashback sull'infanzia della protagonista, sembra di cogliere un parallelo con le opere più riuscite di Del Toro (specie con il celebrato Il labirinto del Fauno), nella messa in scena diretta e partecipata dell'infanzia, dei suoi misteri e dei suoi rituali, in una visione "a misura di bambino" che, seppur traslata nel corso della storia, non verrà mai del tutto abbandonata. Ed è proprio in questa celebrazione, mai compiaciuta o gratuita, dell'età preferita dal genere fantastico (sottolineata dai riferimenti a una Neverland che si rivelerà incredibilmente reale), che lo script esprime al meglio il suo carattere fiabesco, ribadito anche da soluzioni archetipe (il faro, la caccia al tesoro) intelligentemente usate per aumentare il piacere affabulatorio della narrazione. E l'elegia dello sguardo dell'infanzia è ulteriormente confermata dal modo in cui il piccolo protagonista, condannato dalla sua malattia a non vedere mai l'età adulta, ribalta con naturalezza, grazie alla fantasia, la sua triste condizione: quasi il suggerimento per cui solo l'adozione di un punto di vista infantile sulle cose (quello che, come viene detto in una battuta del film, porta "prima a credere, e poi a vedere") può mettere in salvo dagli orrori della realtà.

La regia di Bayona stupisce per la sobrietà e per l'uso estremamente parco dei più tipici effetti-shock (e a questo proposito c'è da fare un plauso al giovane regista, proveniente dal videoclip, per aver rifuggito facili tentazioni in questo senso), abbandonandosi a una classicità fatta di piani sequenza e lunghe carrellate sugli interni della villa, con un'efficace atmosfera di angoscia che esplode in singole sequenze (il gioco del "nascondino" verso la fine) di assoluto impatto.
La sceneggiatura porta per mano lo spettatore, come fanno i fantasmi con la spaesata Laura (a cui dà il volto un'ottima Belén Rueda), a un sorprendente e toccante finale, difficile da dimenticare per lucidità e impatto emotivo: la conclusione di un'odissea che per la protagonista ha rappresentato una riconciliazione col suo passato. E la promessa di un futuro, per il cinema fantastico spagnolo, che si preannuncia più che mai interessante e degno di essere seguito con attenzione.

Recensione The Orphanage (2007)
Marco Minniti
Redattore
4.0 4.0
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